Matteo Lee: “Non farò lo chef, a Masterchef cercavo solo un’avventura. L’eliminazione? Puntavo alla finale”

Matteo Lee Chock Yun, il 27enne bolognese eliminato nella puntata del 12 febbraio, si racconta dopo l'addio a MasterChef 15. Definito "l'Hikikomori" di questa edizione per il suo passato di isolamento sociale, in quest'intervista a Fanpage racconta il suo rapporto con la solitudine, la sfida con Niccolò Mazzanti che gli è costata il grembiule e perché, nonostante il talento, non vede il suo futuro in una cucina professionale.
Partiamo dall’eliminazione. Che effetto ti ha fatto rivederti ieri sera? Hai provato delusione?
Non ci sono rimasto male, anzi, sono molto contento del percorso che ho fatto. Mi è piaciuto come è finita, non ho alcun rimpianto. Certo, mi sarebbe piaciuto arrivare in finale e presentare il mio menù, ma va bene così. È stata una gara e ci sta che vinca la performance del piatto singolo.
Sui social molti ti consideravano il favorito per la vittoria. Senti di aver subito un’ingiustizia uscendo a quel punto del percorso?
No, assolutamente. Sapevo che l’eliminazione era una possibilità concreta in ogni momento, essendo un gioco. Non la vivo come un'ingiustizia: contano i piatti che presenti, e quel giorno non è andata.
Durante l’ultima sfida contro Niccolò vi siete aiutati assegnandovi gli ingredienti migliori a vicenda. Col senno di poi, giocheresti più di strategia?
Rifarei esattamente le stesse cose. Anzi, l’avrei aiutato ancora di più. Per me il bello è vincere quando entrambi i concorrenti possono dare il massimo. Se tornassi indietro cercherei solo di fare un piatto migliore, ma non danneggerei lui.

Matteo Rinaldi ti ha dato lo svantaggio durante la puntata, c'è del risentimento nei suoi confronti?
Il bello della gara è proprio che ogni giocatore adotta la sua strategia. Quello svantaggio è stato uno stimolo per dimostrare ai giudici che potevo impegnarmi anche sotto pressione.
Prima di Masterchef facevi una vita particolare: lavoro da casa, poco contatto esterno. Com'era la tua quotidianità?
Negli ultimi dieci anni ho lavorato quasi sempre da casa, mi occupavo di investimenti finanziari. Uscivo poco, ma non ho sofferto la solitudine. Facevo passeggiate di notte con gli amici o con la mia famiglia, non era un isolamento totale. A me piace stare da solo: per me è un modo per prendermi cura di me stesso, ho bisogno di tempo da dedicare a me. Ma non mi sono mai sentito solo, sono sempre stato in contatto con i miei cari.
Perché hai deciso di iscriverti al programma?
Ho sentito che il tempo stava correndo troppo in fretta. Volevo rallentarlo attraverso nuove esperienze, avventure che potessi ricordare in futuro. Masterchef era il passo perfetto: un’esperienza intensa ma che ha una fine, permettendomi di fare altro dopo senza restare legato per sempre.
Hai dichiarato che nella Masterclass hai capito di stare bene con gli altri. In cosa ti senti cambiato nel rapporto con le persone?
Questa esperienza mi ha ricordato che posso ampliare la mia "comfort zone". Ho scoperto che posso conoscere nuove persone e stare bene anche con chi è fuori dalle mie vecchie conoscenze. È uno dei regali più grandi che mi ha fatto il programma.
Parliamo di cucina: i tuoi genitori sono cinesi, ma tu sei nato a Bologna. Come convivono queste due anime nei tuoi piatti?
È un valore aggiunto enorme. Conosco tecniche e sapori, come la fava tonka o altri ingredienti orientali, che difficilmente avrei compreso così a fondo senza le mie origini. A casa, quando la mia famiglia vuole mangiare cinese, cucinano i miei; quando vogliamo esplorare culture diverse, cucino io. Studio le ricette e la cultura che c'è dietro ogni piatto.
Il contesto in cui sei cresciuto ti ha sempre fatto sentire integrato?
Sono stato molto fortunato: mi sono sempre sentito parte di un gruppo, fin dall'infanzia, con i compagni e con gli amici. Mi sento "diverso" in senso positivo, ma come lo è ogni persona: ognuno è unico, io mi sento diverso ma non speciale.
C’è un giudice con cui ti sei sentito più in sintonia?
Mi sono trovato bene con tutti. Con lo chef Locatelli mi sono sentito a mio agio perché è molto tranquillo, lo chef Cannavacciuolo è stato fondamentale per migliorare la tecnica, mentre Barbieri ha cercato di far uscire la mia personalità. Sono grato a tutti loro, anche ai miei compagni e a chi lavora dietro le quinte.

Come immagini il tuo futuro? Ti vedremo in una cucina professionale? Magari nel ristorante internazionale che sognavi?
Sinceramente, non mi sono iscritto a Masterchef per trovare uno sbocco professionale. Volevo l'avventura. Mi piacerebbe fare uno stage in qualche brigata per imparare ancora di più e migliorare, ma non penso di voler trasformare questa passione nel mio lavoro. Tornerò ai miei investimenti, vedremo cosa succederà. Non ho un piano specifico, vivo il presente.