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Carla Vistarini, unica direttrice artistica di Sanremo: “Il perché va chiesto a Rai. Accanimento sui Jalisse? Un mistero”

Autrice di decine di canzoni e programmi televisivi, Vistarini racconta a Fanpage.it la sua carriera e quel Sanremo ’97 da direttrice: “Non so dire il motivo per cui non ci siano state altre direttrici oltre a me”. Sui conduttori: “Baudo esigente, ma anche divertente. Mike eccezionale. Vianello aveva uno stile british, un umorismo all’inglese”.
A cura di Massimo Falcioni
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Un curriculum strabordante, talmente esteso da dover porre necessariamente dei paletti per poterlo raccontare. Non c’è ambito che Carla Vistarini non abbia toccato, non c’è settore che non abbia invaso, tra canzoni scritte e consegnate al successo immortale, programmi storici di cui è stata autrice, cinema, teatro, libri e una direzione artistica a Sanremo che la incorona, a tutt’oggi, come unica donna incaricata per quel ruolo in settantasei edizioni del Festival.

Romana, classe 1948, la Vistarini si considera innanzitutto un’accanita lettrice: “Imparai a leggere ancora prima di andare a scuola, ad appena 4 anni”, racconta a Fanpage.it. “La ritengo la passione primaria della mia vita, che si è rivelata fondamentale per il mio lavoro”.

C’è poi la musica, a cui si avvicinò da adolescente: “A casa dei miei genitori, ma anche in quella dei miei zii e dei miei nonni, si ascoltava tanta musica, dall'opera al jazz, alle canzoni napoletane. Qualcuno suonava la chitarra, qualcuno la fisarmonica. Poi, a 15 anni, era il 1963, scoprii i Beatles". In tal senso, fu preziosissimo il fratello di una sua compagna di scuola: “Faceva lo steward e ogni tanto ci portava dagli Usa dischi di artisti inglesi e americani. Non c’erano ancora le radio libere e Radio Rai trasmetteva quasi esclusivamente musica melodica. Poter ascoltare quelle canzoni che arrivavano da lontano, i nuovi suoni e ritmi, fu rivoluzionario”.

A ruota arrivarono il Piper e il programma musicale di Arbore e Boncompagni “Bandiera Gialla”, dedicato ai teenager. "Soprattutto nella discoteca romana si formò un gruppo di ragazzi, appassionati di quella nuova musica, beat, rock e Rythm and Blues. Mi ritrovai insieme ad altri adolescenti come me, tra cui Renato Zero, Roberto D’Agostino, Dario Salvatori, Mita Medici e altri che ‘da grandi’ sarebbero diventati personaggi dello spettacolo e colleghi, come il compositore Luigi Lopez con cui poi scrissi moltissime canzoni, per Mina, Ornella Vanoni, Patty Pravo, Mia Martini, Riccardo Fogli, Alice, Peppino di Capri e tanti altri, in un'intesa durata quasi un'intera vita”.

La tv, invece, come arrivò?

Nei primi anni '70 avevo già firmato brani che erano entrati in classifica, tra cui ‘Mi sei entrata nel cuore’ per gli Showmen. Fu in quel periodo che la Rai, nella persona di Giovanni Salvi, capostruttura del varietà, mi contattò per occuparmi dei testi di ‘Quindici minuti con…’, trasmissione musicale che proponeva piccole monografie di cantanti. Ne feci alcune, dedicate tra gli altri ai Pooh, Wess e Dori Ghezzi, Nicola di Bari, Giovanna.

Il regista era Enzo Trapani.

Esatto. E proprio Trapani mi chiamò poi nel 1978 per ‘Stryx’, su Rai2. Con Alberto Testa ideammo questo show rimasto nella storia della tv per la sua dirompente diversità da tutto quanto visto fino a quel momento. Il tema centrale era la magia e la superstizione, raccontate in forma spettacolare e a tratti provocatoria, a più chiavi di lettura. Si voleva anche denunciare una certa condizione femminile nell’arco nei secoli. In un episodio, per stigmatizzare le efferatezze del passato, tra cui la persecuzione delle cosiddette streghe, facemmo cantare Mia Martini mentre veniva condotta al rogo.

Foste i primi a lanciare la tecnica del chroma key.

Allora era un metodo assolutamente innovativo, forse confrontabile con l’intelligenza artificiale di oggi. Trapani in questo era un maestro, si divertiva. Laureato in architettura, aveva chiaro il senso dell’estetica, della bellezza e del colore. ‘Stryx’ fu un progetto unico, che si aggiudicò molti premi, tra cui la Rosa d’Oro al Festival Internazionale della televisione di Montreux, e attualmente in alcune Università americane viene studiato come modello di sperimentazione e linguaggio televisivo.

Le polemiche furono furenti.

Si dice che venne sospeso con una puntata d’anticipo. Sinceramente non mi ricordo. So però che la Rai non lo replicò più. Evidentemente lo stigma è rimasto. Di quel programma si volle vedere solo la parte provocatoria, senza capirne la profondità nella denuncia.

In “Jeans” collaborò con un Fabio Fazio in rampa di lancio.

Fabio era molto divertente. ‘Jeans’ era un appuntamento quotidiano su Rai3, dove cercavamo di proporre una satira brillante. C’era la voglia di fare una tv leggera, ma di qualità. All’interno proponevamo anche tanta musica. Lanciavamo gruppi e molti nomi uscirono da lì. Con Fazio, in seguito, ci rincrociammo su Tmc. Ero capo-autore di ‘Banane’ e lo volli nel cast come comico ed imitatore.

Importante anche il sodalizio con Loretta Goggi.

Sì. Nel 1987 facemmo assieme ‘Canzonissime’ e ‘Ieri, Goggi, Domani’, che lanciò il varietà nella fascia del preserale grazie all’intuizione di Brando Giordani, funzionario illuminato. Con ‘Via Teulada 66’, invece, portammo quotidianamente lo spettacolo all’ora di pranzo.

Dall’inizio degli anni novanta legò il suo nome al Bagaglino. Come conobbe Pier Francesco Pingitore?

Per la Rai ero spesso autore di eventi importanti, grandi serate come ‘Sotto le stelle’, ‘Un Disco per l'estate’ o ‘Un due tre Rai – La vela d’oro’ e proprio qui conobbi Pingitore, che mi aprì le porte del Bagaglino. Iniziai con ‘Creme Caramel’, varietà dal successo e dagli ascolti ineguagliati.

Più che satira, il Bagaglino proponeva caricature portate all’eccesso. Concorda?

No, era molto di più. Era vera e propria commedia dell’arte moderna, l’equivalente contemporaneo del nostro grande passato teatrale, dalle commedie del Cinquecento a Goldoni. Si raccontava il presente con il sorriso, osservandone i lati più comici, stigmatizzandoli. La ritengo una tv importante, anche questa con molte chiavi di lettura, da quella immediata, della risata spontanea e semplice a quella più profonda, coi richiami alle maschere del passato. Ha saputo difendere e rappresentare la nostra tradizione.

Visse da vicino sia l’apoteosi che il declino.

Dopo tanti anni di successi è quasi inevitabile che si affrontino delle incertezze. Probabilmente il mondo stava cambiando e dopo il 2000 si assistette a una polarizzazione di idee e comportamenti sociali in drastica mutazione. Il politicamente corretto portato all’esasperazione non si concilia con alcuna forma di satira scanzonata e di fatto mette il bavaglio all'umorismo.

Abbandonò la squadra nel 2008.

Non abbandonai, semplicemente stavo scrivendo altre cose. Ma al Bagaglino sarò sempre grata. Pingitore, un maestro, Castellacci, Lionello, Gullotta, Pippo Franco e tutti gli altri attori sono figure straordinarie, umanamente e professionalmente. Eravamo una vera compagnia teatrale e insieme una famiglia. A tal proposito, una cosa fammela dire.

Prego.

La chiusura del Salone Margherita è un vulnus alla città di Roma e all’arte. In quel teatro recitò Petrolini. È un gioiello che purtroppo non funziona da anni e nessuno si è sognato di affrontare una questione che andrebbe risolta. Si sta sottraendo un patrimonio ai cittadini e alla cultura.

Nel 1994 approdò al “Pavarotti & Friends”. Lasciò il segno su quattro edizioni e su “I Tre Tenori”.

Subentrai il secondo anno. La prima edizione era stata trasmessa come semplice ripresa televisiva di un suo concerto, ma la televisione è un'arte a parte e quando si va in onda occorre avere una visione dedicata e arricchire il racconto. La Rai pensò allora per l'edizione seguente di convocare un autore che riuscisse a sviluppare una narrazione, dai pezzi musicali agli ospiti, con attorno una scaletta godibile. Accettai la sfida, incontrai Luciano, ci trovammo benissimo insieme, sulla stessa lunghezza d'onda e l’evento sbancò l'audience, quell'anno e i successivi.

Si andava in onda a giugno o a settembre.

Per forza. Era uno spettacolo all'aperto, dal Foro Boario di Modena, ed era indispensabile individuare periodi in cui il meteo fosse clemente, senza piogge. La garanzia del bel tempo era fondamentale.

Nel 1998 per la regia venne ingaggiato addirittura Spike Lee.

Una persona simpatica e carinissima. Si presentò con un divertente cappellone di lana nonostante il clima quasi afoso, ma ci accorgemmo dalla sua aria sorpresa quando entrò nel Tir, che fungeva da regia mobile, che forse non era mai stato in vita sua dentro ad una cabina di regia televisiva.

In che senso?

Lo vedevamo spaesato di fronte ai tanti monitor. Non credo avesse idea di cosa fosse il montaggio in diretta e rimase stupito del fatto che le prove dello spettacolo fossero pochissime. Ma la produzione era talmente complessa e costosa che non era pensabile tenere fissi sul posto i cantanti e tutta l’orchestra per giorni e giorni.

Insomma, servì soprattutto per alimentare l’attenzione sulla manifestazione.

Un nome internazionale era considerato importante, visto che col ‘Pavarotti & Friends’ andavamo in diretta praticamente in tutto il mondo. Spike fu davvero disponibile e si divertì. Fu un bell’incontro. E posso vantarmi di essere stata autrice di un programma diretto da lui (ride, ndr).

Capitolo Sanremo. La prima volta da autrice televisiva fu nel 1992 con Pippo Baudo.

Un’esperienza splendida. Ho sempre avuto una grande ammirazione per Pippo, uno dei professionisti più bravi e completi mai incontrati, coltissimo e anche spiritoso, quando gli andava. Per me fu un punto di arrivo.

Che clima si respirava?

Baudo era preciso ed esigente, ma anche divertente. Di quell’anno mi resteranno impresse soprattutto le riunioni notturne. Capitava che alle 3 di notte ci svegliasse per ridefinire la scaletta. Per lui era normale. Se ci ripenso provo affetto. Era un uomo diretto, che ti diceva quello che pensava e stava attento al minimo dettaglio. Sanremo è una macchina impressionante, che si regge su pochi giorni di prove.

Nemmeno il tempo di partire che ‘Cavallo Pazzo’ fece irruzione sul palco.

Con un grande come Pippo alla guida si stava tranquilli. Sapevi che aveva la capacità di gestire l’imprevisto nel modo migliore e di circoscriverlo. Gli imprevisti accadono quando si va in diretta, bisogna farsi trovare pronti. Una volta a Saint Vincent, durante ‘Un disco per l’estate’, ci fu un allarme bomba nel corso delle prove. Abbandonammo tutti il teatro in fretta e furia.

Alla vigilia c’era stata l’esclusione di Jo Squillo perché la sua canzone risultò già pubblicata. Una vicenda che venne ricostruita in “Gole Ruggenti”, film di Pingitore dello stesso anno di cui lei fu sceneggiatrice. Non può essere un caso.

Raccontammo con umorismo alcuni lati della manifestazione, che spesso è pure, soprattutto nei dietro le quinte, uno spettacolo comico. Sanremo è il principale polo d’attrazione del mondo musicale e della televisione e certe situazioni non possono che essere d’ispirazione.

Tornò al Festival cinque anni dopo, nel 1997, stavolta anche come direttrice artistica.

Si veniva dal quinquennio baudiano e probabilmente si voleva cambiare qualcosa. La Rai decise quindi di dare vita ad un triumvirato formato da me, Pino Donaggio e Giorgio Moroder. Adottammo un regolamento che consentisse a tutti i professionisti della musica di sottoporci i loro brani. Ce ne arrivarono a migliaia e passammo giorni e notti a valutarli, alla presenza di un notaio e di un rappresentante sindacale dei discografici. Volevamo essere aperti e dare la possibilità a chiunque di essere ascoltato. Fu un bel Festival, con canzoni di livello.

Di quale canzone selezionata va più orgogliosa?

’E dimmi che non vuoi morire’ di Patty Pravo, senza dubbio. Era tutto perfetto: musica, testo, interprete.

Un grandissimo artista presenta un brano scadente: si chiude un occhio sulla canzone pur di assicurarsi la sua partecipazione?

L’importanza del nome fa la sua parte, è chiaro. Ma la canzone viene prima di tutto e così ci comportammo. Cercammo di arrivare ad un giusto connubio. Non dimentichiamo che Sanremo è il Festival della canzone, non dei cantanti. Il brano musicale dovrebbe avere la massima attenzione.

Tra i big vinsero i Jalisse con “Fiumi di parole”. In quasi trent’anni non si sono mai scostati da quell’unico tormentone.

Con Moroder e Donaggio la reputammo una buona canzone, a noi piacque. Non ho mai capito cosa successe in seguito, con questa demonizzazione dei Jalisse. Partì quasi subito, con attacchi spietati. Un accanimento collettivo che lascia perplessi. Se ci si pensa è un unicum nel mondo musicale, quasi un caso da film. Non me ne capacito, anche perché vinsero col voto della grande giuria popolare.

Quell’anno condusse Mike Bongiorno, che rientrava in Rai dopo diciotto anni.

Mike fu eccezionale, così come lo furono Piero Chiambretti, che già conoscevo, e Valeria Marini, che ricoprì intelligentemente il ruolo della svampita. C’era un gioco drammaturgico preciso.

La trovata di appendere Chiambretti per cinque serate a chi venne?

A lui. Voleva effettuare un ingresso choc e fece l’angelo, appeso per larga parte dello spettacolo. Noi accogliemmo l’idea.

Come ci si sente ad essere l’unica donna ad aver ricoperto la carica di direttore artistico del Festival?

Fa piacere, non lo nego. Ma non so dirti il motivo per cui non ce ne siano state altre oltre a me. Non credo nel concetto delle quote rosa. Mi concentro piuttosto sulla bravura delle persone. Questa domanda andrebbe posta alla Rai. Ci possono essere milioni di ragioni dietro ad una scelta. Non penso sia giusto ridurre tutto ad una questione numerica. Per quanto mi riguarda, al tempo della mia designazione a direttrice artistica del Festival da parte della Rai suppongo abbia contato l'avere titoli e crediti che garantivano all'azienda forte competenza e alta professionalità, come il bagaglio delle circa trecento canzoni scritte per i più grandi artisti italiani, o il premio David di Donatello da me vinto per il cinema, le centinaia di spettacoli televisivi, molti dei quali premiati in Italia e nel mondo, le ottime audience raggiunte, l'aver scritto anche per il teatro e rafforzato la mia competenza nel Diritto d'Autore in seno alla Siae.

A volte sono state le stesse conduttrici di Sanremo a non voler ricoprire quell’incarico.

La decisione di unire la conduzione alla direzione artistica fu di Baudo, di concerto con la Rai. Pippo era un capitano nato, voleva guidare da par suo l'evento e scegliere gli artisti e gli ospiti. Poi nel tempo è stata talmente esponenziale la risonanza e la crescita del mercato legato a Sanremo che il direttore artistico è diventato inevitabilmente anche un manager dai vasti compiti, tra cui quello di intrecciare rapporti con molteplici campi collaterali.

Nel 1998 ecco il terzo Festival, nuovamente come autrice. Era quello con Raimondo Vianello, Eva Herzigova e Veronica Pivetti.

Con Vianello fu un ritrovarsi dopo tanto tempo. Nel 1975 avevo infatti scritto per lui e Sandra Mondaini ‘Noi no, noi no’, la celebre sigla di ‘Di nuovo tante scuse’. Raimondo era un gran signore, ironico e spiritoso. Giocammo a costruire per lui, Eva e Veronica una sorta di ménage à trois sul palco di Sanremo, un racconto su cui innestare le scalette delle serate.

Tanta ironia da parte di Vianello, ma anche un certo ‘distacco’ rispetto alla kermesse. Uno stile che non piacque a tutti.

Era quello il tratto di Raimondo. Se vuoi Vianello in uno spettacolo, non puoi che aspettarti quel risultato. Aveva uno stile british, un umorismo all’inglese, molto fine e un po' cinico.

Non gli venne perdonata la gaffe con Madonna.

Quando hai a che fare con certe star bisogna adeguarsi a certi comportamenti, smorzando i toni per salvare lo show. A volte si temono imprevisti e l’obiettivo diventa quello di riuscire a contenere gli eventi e portare a casa lo spettacolo senza danni.

Che vita fa un autore a Sanremo?

Una vita dedicata, in quei pochi giorni, solo a quello. Il resto non esiste più. Non c'è tempo per nient'altro. Passi dall’albergo al teatro e viceversa, dalle prove alle riunioni, dal copione alle correzioni continue. Non puoi staccare neanche per un secondo e passi giorni in completo isolamento, fuori dal mondo esterno.

Autrice sul fronte televisivo, ma anche di canzoni in gara.

Nel 1974 scrissi ‘Complici’ per Riccardo Fogli, ma fu eliminata prima della finale. Era un periodo di austerity e Sanremo veniva mandato solo in radio, con l’eccezione della serata conclusiva. Per me autrice, che vissi quel Festival da Roma, essere esclusa dalla finale fu un colpo al cuore.

Andò decisamente meglio nel 1990 con “La nevicata del ‘56”. Il brano fu pensato appositamente per Mia Martini?

No. Lo scrivemmo negli anni settanta, senza sapere prima a chi affidarlo. Lo proponemmo a Gabriella Ferri. Accettò, ma alla fine non lo incise. Rimanemmo delusi e lo mettemmo nel cassetto. Quando tanto tempo dopo venimmo a sapere che Mia stava cercando una canzone per Sanremo ci ricordammo di quel pezzo. Mimì lo fece suo in maniera indimenticabile.

Scrive facendosi accompagnare dalla musica o a prescindere dalla melodia?

Sempre ascoltando la musica. È più bello e coinvolgente, per me. Le parole nascono sulla suggestione musicale. È anche più complesso che scrivere prima il testo e poi la musica, perché la metrica è una struttura precisa, matematica, su cui devi adattare ogni sillaba. Ma tutte le mie canzoni sono nate così.

Non si è fatta mancare nemmeno i cartoni animati.

Ho scritto alcune sigle dei cartoni giapponesi negli anni ottanta: ‘Pinocchio perché no?’, ‘La fantastica Mimi’ e ‘Cybernella’. E più tardi mi affidarono le versioni in italiano del film di Tim Burton ‘Nightmare Before Christmas’. I brani di Jack Skeleton li cantava Renato Zero e dall’America ci arrivarono i complimenti dei produttori, che la definirono la migliore versione realizzata al mondo. Per me fu una grandissima soddisfazione. Se permette, vorrei concludere con una riflessione.

Ci mancherebbe.

Guardandomi indietro, sono felice di poter dire di aver regalato tante emozioni e molti sorrisi al pubblico, che, col suo affetto, ha dato tanto a me. Grazie.

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