
Riavvolgiamo il nastro. Martedì sera, ore 2 meno un quarto. L'Ariston ha ospitato trentatré artisti (se contiamo anche ospiti e conduttori), una centocinquenne, due Sandokan e una "Repupplica". Sì, avete letto bene: Repupplica, con due p, sullo schermo più grande d'Italia, durante il momento più solenne della serata. Quello dedicato agli 80 anni della nostra Repubblica. Con Mattarella presumibilmente in poltrona davanti alla tv.
9 milioni e 600mila spettatori. Il 58% di share. L'anno scorso erano 12 milioni e mezzo, il 65%. Tre milioni in meno nel giro di dodici mesi. Carlo Conti, in conferenza stampa, ha risposto così: "Non ho battuto me stesso, ma ho lo stesso sorriso." Bene per lui.
La domanda però è un'altra: perché quella serata è andata storta?
La risposta, se siete stati svegli abbastanza a lungo da reggere tutte le esibizioni, è banale quanto un refuso di grafica, lo stesso che abbiamo visto a Sanremo: noia. Non quella di Angelina Mango. Noia in senso di piattezza. Un festival costruito a regola d'arte per non fare un passo falso e che, proprio per questo, non ha fatto neanche un passo avanti. Conti è un professionista sopraffino, lo diciamo senza ironie. Ma il professionismo, quando diventa sterilizzazione di qualsiasi rischio, produce una televisione che guardi e dimentichi nel giro di cinque minuti.
Kabir Bedi e Can Yaman, i due Sandokan — quello originale e quello della nuova generazione — si sono incontrati sul palco in quello che avrebbe dovuto essere un momento epico. È stato invece un dialogo da studio di registrazione alle due del pomeriggio: parole di circostanza, sorrisi da contratto, applausi educati. Cinquant'anni di Sandokan meritavano di meglio.
E qui arriva il punto. Vincenzo De Lucia — imitatore straordinario che sa trasformare Laura Pausini in un personaggio da commedia dell'arte — è comparso in scena ma troppo poco per alimentare sul serio la serata. Come se le risate in platea, a quanto pare, andassero tenute a bada. Ecco cosa manca a questo festival: liberare Vincenzo De Lucia come fosse il Kraken. Liberare la quota fantasia. Liberare un po' di comicità. E no, non mi riferisco a Pucci.
Conti faccia uscire il bambino che è in lui. Gli dia più spazio. Gli tolga i guinzagli. Solo così si può davvero aprire il respiro di uno show che rischia di soffocare nella sua stessa ambizione di perfezione.
Perché la televisione non è solo esecuzione tecnica. È anche caos controllato. È tutto sommato anche quella signora di 105 anni che dal palco dell'Ariston dice che la sua famiglia era "tutta di sinistra, i fascisti ciao-ciao" mentre Carlo Conti sorride come un uomo che sta disinnescando una bomba a mano sul palco del teatro più famoso d'Italia. Ecco, quello è Sanremo. Quel momento lì, involontario e meravigliosamente incontrollabile, vale dieci siparietti con gli ospiti internazionali.
Il problema è che Conti ha costruito un festival impermeabile all'imprevisto. E l'imprevisto è entrato lo stesso — sotto forma di una p di troppo su un maxischermo — ricordando a tutti che la perfezione televisiva è una promessa impossibile.
Cosa deve fare allora, Carlo Conti, per recuperare il terreno perduto? Semplice, anche se semplice non vuol dire facile: smettere di gestire il festival come se fosse un orologio svizzero e iniziare a trattarlo come quello che è — un animale selvatico. Va alimentato, non addomesticato. Meno Sandokan. Più Kraken.