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Meloni è stata il Re Mida della destra per due anni: qualsiasi cosa toccasse si trasformava in oro. O almeno, lei copriva tutti i guai che la destra combinava. La magia però è finita e la crisi è evidente.
Il referendum è stato un momento di passaggio, o almeno il momento in cui si sono allargate le maglie di una maggioranza che fa fatica a restare compatta davanti ai sondaggi che la vedono in calo e le elezioni in vista. L’emendamento al Decreto sicurezza sul compenso agli avvocati che convincono i migranti ad essere rimpatriati è il simbolo di questo momento fatto di psicodrammi: Mattarella ha fatto trapelare che, se non venisse tolto, non firmerebbe, e il termine per convertire in legge il decreto è sabato 25 aprile, quella festa che alcuni ministri fino a qualche tempo fa chiamavano “lutto nazionale”.
Ora potrebbe essere la loro Caporetto: un decreto su un tema così importante che non viene convertito perché si è puntato talmente in alto con la propaganda che si è finiti per dare un’arma all’ostruzionismo dell’opposizione. Forse è per questo che il governo ha fatto oltre 120 decreti, con una frequenza più alta di ogni altro governo, e quando arrivavano in Parlamento, almeno nella metà delle circostanze, ha chiesto la fiducia: non far discutere le Camere perché non si fida dei suoi, che poi approvano emendamenti che la mettono in crisi.
Oggi abbiamo Piantedosi e la sua amante che insegna nelle scuole di Polizia, Salvini che rinnova l’abbonamento a Sky Sport con i soldi del Ministero mentre organizza una manifestazione sulla remigrazione che sembra contro il suo stesso governo, Tajani commissariato dagli eredi Berlusconi e l’ex avvocato della stessa Meloni che apre società con la figlia di un prestanome della Camorra.
Difficile arrivare alla scadenza così, difficile pensare che il Re Mida della destra possa tenere tutto insieme ancora a lungo mentre gli altri sgomitano per recuperare. Difficile pensare che, se il Decreto sicurezza non dovesse essere convertito in legge, nessuno possa dire: adesso basta! Difficile pensare che l'opposizione non chieda le dimissioni in un giorno così simbolico, che tutti dovrebbero chiamare Liberazione e non lutto.
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