“È stato un inferno”: parla Lam Magok, sopravvissuto alle torture di Almasri in Libia

"La Libia per me è stata un inferno, perché è un Paese in cui i migranti non vengono rispettati e dove rifugiati e persone in movimento non trovano alcuna sicurezza". A parlare è Lam Magok, cittadino sudsudanese che durante il suo viaggio migratorio attraverso la Libia è stato detenuto e torturato nelle carceri di Al Jadida e Mitiga, strutture sotto il controllo di Osama Almasri. La testimonianza di Magok è stata raccolta da Fanpage.it e trasmessa in esclusiva durante l'ultima puntata di Scanner Live. Il suo racconto riflette la figura di Almasri, destinatario di un mandato di arresto della Corte Penale Internazionale per crimini contro l'umanità commessi nei confronti di migranti e detenuti in Libia.
Per lui la permanenza nel Paese nordafricano è stata piena di arresti, respingimenti e detenzioni illegali. "Ho provato ad attraversare il mare sei volte, ma ogni volta sono stato riportato indietro in Libia. La vita lì era terribile: un giorno eri in prigione, il giorno dopo eri fuori e poi di nuovo dentro", racconta Magok. Dalle sue parole emerge anche una totale perdita di controllo sulla vita quotidiana: "Per dormire dovevi aspettare che qualcun altro si alzasse, perché non c'era spazio per tutti", racconta. "Riuscivi a riposare forse due ore e poi dovevi lasciare il posto a un'altra persona". Anche i bisogni più elementari erano sottoposti a rigide limitazioni: "Per andare in bagno dovevi aspettare il permesso. C'era una persona che decideva quando potevi farlo e quando no".
Dopo tre mesi trascorsi nella prigione di Al Jadida, Magok racconta di essere stato trasferito nel centro di detenzione di Mitiga, dove sarebbe rimasto per altri sei mesi: "La situazione era ancora peggiore. Le persone morivano lì dentro". Lì ha vissuto alcuni degli episodi più violenti: "A un certo punto abbiamo tentato di fuggire dopo essere stati portati fuori per lavorare. Ci hanno catturati e riportati in carcere. Io e altri cinque migranti siamo stati torturati. Ci hanno rinchiusi in una piccola stanza di isolamento dove subivamo torture".
Il passaggio più crudo della testimonianza riguarda proprio il ruolo attribuito ad Almasri: "Mi ha picchiato. Ha picchiato me e ha picchiato anche altre persone. Quando non lo faceva direttamente, ordinava alle sue guardie di farlo al posto suo". Si tratta dello stesso uomo che il governo Meloni ha riportato in Libia, indisturbato, con un volo di Stato, pochi giorni dopo averlo arrestato a gennaio del 2025.
Le parole e il vissuto di Lam Magok sono anche ciò che, insieme a molte altre testimonianze, ha dato un'ulteriore spunta alla prosecuzione giudiziaria nei confronti di Almasri (e dell'esecutivo italiano). Le accuse della Corte penale internazionale nei suoi confronti sono corroborate dai racconti di chi sostiene di averlo incontrato nelle carceri libiche. Il procedimento è fermo perché si sono perse le tracce del militare, arrestato a novembre 2025 in Libia (secondo quanto hanno riportato i media locali) dopo un cambiamento negli equilibri di potere tra le milizie locali. Non è noto dove si trovi oggi, e le autorità libiche non hanno mostrato alcuna intenzione di consegnarlo all'Aja.
Certo è che proprio Almasri, pochi mesi prima, si trovava in un carcere italiano. La decisione di liberarlo, mettendo i rapporti con la Libia e le politiche migratorie prima del diritto internazionale, è il motivo per cui l'Italia verrà giudicata dall'Assemblea degli Stati parte della Corte penale internazionale a dicembre.