Villa Gordiani, la borgata nata intorno al parco archeologico dove il calcio è ancora popolare

Fra il parco archeologico con i resti romani e le case popolari sorte nel dopoguerra c'è solo una strada, viale della Venezia Giulia. Nelle strade intorno c'è vita: un mercato, dei bar e una squadra di calcio senza presidente, senza sponsor, ma con assemblee e regole condivise che ricorda che a Villa Gordiani l'appartenenza conta. "È un quartiere poco conosciuto fuori Roma, e chi ci vive ci tiene molto a distinguerlo dagli altri – dice Matteo, nato e cresciuto qui – Dire sono di Villa Gordiani ha un peso".
Un quartiere che ruota intorno a un parco
Siamo in uno spicchio del quadrante est della Capitale stretto fra i più grandi e noti Prenestino e Centocelle. Questo quartiere, che nell'ultimo restyling delle suddivisioni fatto dal Campidoglio è stato diviso in tre zone distinte, Villa Gordiani, Nuova Gordiani e Tor De'Schiavi, si è sviluppato intorno all'omonimo parco archeologico, con resti di età imperiale. "È un valore enorme: il verde, le rovine antiche, spazi aperti che in altre zone di Roma non esistono. Questo rende il quartiere vivibile e piacevole", commenta Matteo. "È molto vissuto, è un punto di riferimento per tutti", gli fa eco Nicola, cresciuto a Magliana e trasferitosi qui quindici anni fa mentre frequentava l'università.
Per decenni in questo piccolo polmone verde c’è stato un campo di calcio a lungo utilizzato dall’Antel Villa Gordiani, società storica del quartiere. Quando la squadra è fallita, il campo è caduto in disuso. "È stato un errore – sostiene Matteo -. Si è distrutta una struttura pubblica che garantiva accesso allo sport in una zona dove le scuole calcio ‘élite' costano anche 600-800 euro l’anno. Prima chi non poteva permetterselo aveva comunque un’alternativa".
Una squadra di calcio diversa
Da quella chiusura, con gli sforzi di Matteo, Nicola e altri ragazzi, è nata la Borgata Gordiani. "Volevamo una squadra del quartiere, senza un presidente proprietario e senza sponsor che imponessero decisioni", spiega Matteo, socio-giocatore. Il modello è quello del calcio popolare: organizzazione assembleare, autofinanziamento, azionariato diffuso. Oggi la prima squadra è in Prima categoria, c'è poi una femminile di calcio a 5 e un settore giovanile per ragazzi dai 6 ai 10 anni.
La domenica diventa così un momento di competizione ma anche d'incontro. "Si ritrovano persone di tutte le età, chi vive nelle case popolari e chi ha una casa di proprietà. Non è solo sport: è un pezzo di socialità", racconta Nicola, fra coloro che a ogni partita animano gli spalti con sciarpe e bandiere color amaranto. "Sempre con i nostri valori – aggiunge -, che sono quelli dell'antirazzismo e dell'antisessismo".
La dimensione sociale si è rafforzata durante la pandemia di Covid-19 del 2020. Con i campionati fermi, il gruppo ha organizzato spese solidali per anziani e famiglie in difficoltà, soprattutto in palazzi senza ascensore. "Ci è sembrato naturale metterci a disposizione", dice Matteo. Da lì sono nati il doposcuola nella sede e la collaborazione con l’ambulatorio popolare attivo al vicino Quarticciolo, un’iniziativa nata per provare a compensare le carenze della medicina territoriale di questo quadrante della città.

Fra le case popolari e le difficoltà a portare avanti un attività
Come quasi tutti i quartieri di Roma est, il tema delle condizioni delle case popolari torna spesso. "Abbiamo palazzi senza ascensori, manutenzioni assenti, caldaie che ogni inverno diventano emergenza – spiega Matteo -. Sono problemi che si ripetono da anni e non vengono risolti in modo strutturale". Una situazione di difficoltà in cui negli ultimi anni si sono inserite figure politiche che puntano su retoriche razziste mascherate da richieste di sicurezza. Come visto con la protesta del 18 novembre, quando un piccolo corteo ha sfilato fra i lotti di edilizia residenziale popolare per impedire a una famiglia rom con tre bambini di prendere possesso di una casa assegnata regolarmente dal Comune.
Il tessuto sociale, però, ha visto un buon rinnovamento. "Negli ultimi anni, anche grazie alla Metro C e al tram che collega all’università, è cresciuta la presenza di giovani e studenti. C’è una certa effervescenza e una buona rete di associazioni che si occupano di fotografia, di disabilità, di cultura in generale". Allo stesso tempo, però, Villa Gordiani non ha perso il suo carattere verace. "È rimasto uno dei pochi quartieri che non si è svuotato", osserva Gabriele, titolare del Gable Bar, in una strada di confine con Collatino. "C’è ancora vita, c’è ricambio generazionale". Il mercato rionale è uno degli indicatori di questa effervescenza dura a morire. "Qui è ancora pieno, c’è gente. Non è scontato", prosegue Gabriele. Ma le differenze sociali e di opportunità emergono anche all'interno dello stesso quartiere. "Nella parte della Villa, a nord della Prenestina, purtroppo ci sono tante serrande chiuse, ed è una cosa che mi dispiace. Dovrebbero essere locali comunali, penso potrebbero diventare laboratori di musica per chi non può permettersi lezioni private, laboratori di cucina, spazi sociali. Andrebbero sfruttati meglio".

Valorizzare le piccole attività e i negozi storici è un problema comune in molti quartieri di Roma. Una necessità non solo se si vuole evitare la creazione di enormi dormitori, ma anche per garantire accesso ai beni di prima necessità alle persone con meno possibilità di spostarsi come gli anziani. "Per un periodo la Borgata Gordiani aveva costruito convenzioni con i commercianti – spiega Matteo -: sconti per i tesserati e piccoli contributi al progetto attraverso l’azionariato popolare. Un tentativo di creare un circuito interno al quartiere".
La sicurezza in un quartiere che non si volta dall'altra parte
Negli ultimi anni, però, sono emersi anche dei problemi di sicurezza o quantomeno della sua percezione. "Incide la vicinanza del Quarticciolo – pensa Gabriele -, che è diventato una calamita di problemi, soprattutto legati al crack. Non do la colpa a chi si trova in questa situazione di difficoltà: è un problema sociale più grande. Ma l’estate capita di scendere la mattina e trovare vetri delle macchine spaccati da ragazzi che rubano pochi spicci per comprare droga. Ho visto ragazzi fumare crack vicino ai giardini dove giocano i bambini. È una piaga".
Nonostante questo, chi vive e lavora qui tende a sottolineare la rete informale che regge il quartiere. "Ci si conosce, ci si incontra al bar o al parco – dice Nicola -. C’è una dimensione quasi da paese". Un modo di relazionarsi che ha una ricaduta anche sulla serenità nel camminare per le strade della zona. "Mi sento sicuro. Qui non ci si gira dall’altra parte – commenta Gabriele -. Se c’è un ragazzo in difficoltà, magari ha bevuto, alza la voce o chiede soldi in modo insistente, si cerca di mediare, di parlare, di gestire la situazione. Non con la violenza, ma con il dialogo".
Villa Gordiani è rimasta ai margini della gentrificazione che ha trasformato altre aree della periferia est. Questo ha preservato una certa continuità sociale, ma ha anche lasciato irrisolte fragilità strutturali. Tra associazionismo diffuso, commercio di prossimità e solidarietà, però, il quartiere si muove in avanti con un suo equilibrio.