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Torturato a Regina Coeli: “Dopo la mia denuncia, il silenzio delle istituzioni. Un doppio dolore”

Legato a un letto, unghie staccate, e minacce di morte. A sei mesi dalle torture in cella Simone scrive una lettera e accusa lo Stato di averlo lasciato solo.
A cura di Gabriel Bernard
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Le ferite dopo le torture. Partendo da sinistra: l’unghia staccata, il lenzuolo macchiato di sangue, i tagli sulla gamba
Le ferite dopo le torture. Partendo da sinistra: l’unghia staccata, il lenzuolo macchiato di sangue, i tagli sulla gamba

"Non scrivo per cercare visibilità, né per alimentare polemiche. Scrivo perché il silenzio istituzionale, dopo una denuncia così grave, non è neutro: è una scelta. E perché uno Stato credibile non può chiedere fiducia se non è disposto ad assumersi fino in fondo la responsabilità di ciò che accade nei luoghi dove la libertà è già stata sottratta". Simone inizia così la lettera aperta inviata a Fanpage.it. A luglio 2025 era stato torturato da altri detenuti all’interno di una cella del carcere di Regina Coeli per quarantotto ore. Sei mesi dopo non riesce più a dormire, ha ancora il terrore addosso ricordando quei momenti.

"Da allora la mia vita è cambiata. Vivo in uno stato costante di allerta e di paura per possibili ritorsioni legate a quanto ho denunciato. Dormire serenamente è diventato difficile. Eppure, nonostante ciò, non ho ritrattato, non ho taciuto, non ho fatto un passo indietro”. Simone era entrato nel penitenziario in misura cautelare, sarebbe dovuto essere un passaggio rapido, qualche giorno d’attesa che invece si è trasformato in un inferno.

Le sevizie mentre era "in custodia dello Stato"

Altri detenuti, che si definivano i "padroni del carcere", gli avevano chiesto di nascondere un telefono. Al suo rifiuto era partito il pestaggio, poi le lenzuola per legarlo al letto, i tagli sulle gambe con una lama, l’unghia staccata dal dito, le chiamate alla madre per chiedere il riscatto. Due giorni di sevizie mentre era "in custodia dello Stato".

"Ho vissuto in prima persona fatti gravi che ho ritenuto mio dovere denunciare all’autorità giudiziaria. Da quella denuncia è nato un procedimento penale tuttora in fase di indagine", scrive Simone. Poi continua: "Ciò che più colpisce, tuttavia, è il silenzio. Nessuno dei garanti competenti ha mai ritenuto di contattarmi per ascoltare direttamente quanto accaduto, per verificare le mie condizioni, o per offrire un supporto, anche solo umano o psicologico, a me o alla mia famiglia".

"Una risposta istituzionale senza effetti concreti"

A settembre, il parlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra, Marco Grimaldi, aveva presentato un’interrogazione al ministro della giustizia Carlo Nordio, definendo quanto accaduto "una ferita per la democrazia". Il guardasigilli aveva risposto definendo che "le cause di queste criticità sono riconducibili a dinamiche di gruppo e rivalità etniche o criminali. E che l’ufficio ministeriale competente all’attività di controllo si è tempestivamente attivato inviando delegazioni ispettive per la verifica diretta dei fatti".

Una risposta che Simone definisce elaborata “in termini generali, prendendo atto delle criticità del sistema penitenziario. Una risposta istituzionale, certo, ma che non ha prodotto, almeno finora, effetti concreti percepibili”. Poi conclude la sua lettera: "La mia determinazione non si è indebolita. Anzi. Ma se chi denuncia resta solo, il messaggio che passa è devastante: tacere conviene più che parlare. Ed è un messaggio che una democrazia non può permettersi di trasmettere".

L'avvocato di Simone: "Attendiamo ancora l'esito delle indagini"

L’avvocato di Simone, Marco Valerio Verni, sentito da Fanpage.it, ha commentato così la situazione: "Siamo ancora in attesa dell'esito delle indagini. Il nostro impegno è affinché vengano individuate le responsabilità di tutti. Quanto denunciato dal mio assistito è davvero grave e reclama una indagine approfondita e l'interessamento tanto politico quanto degli organi istituzionali competenti, da quelli di garanzia a quelli, appunto, giudiziari".

Poi ragiona sulla situazione delle carceri italiane, luoghi ormai fuori controllo in cui si sta radicalizzando la criminalità e a patirne le conseguenze sono i più fragili e gli onesti. "Non è accettabile. I cittadini pagano le tasse e lo Stato deve fornire servizi efficienti. Anche le motivazioni più valide per giustificare le inefficienze rischiano di trasformarsi in vuote scuse, se ad esse, ora per un motivo, ora per un altro, non vi si pone effettivo ed efficace rimedio o lo si fa con enormi ritardi".

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