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Salis e Cucchi visitano a sorpresa Regina Coeli: “Carcere senza umanità, cure negate e celle fredde”

Celle senza luce né riscaldamento, sezioni inagibili, carenze strutturali e detenuti con gravi problemi psichiatrici o di dipendenza senza cure adeguate: è quanto emerso dall’ispezione a sorpresa nel carcere di Regina Coeli. Salis e Cucchi: “Situazione non positiva”.
A cura di Natascia Grbic
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Ilaria Salis e Ilaria Cucchi
Ilaria Salis e Ilaria Cucchi

Celle senza luce e riscaldamento, detenuti con problemi psichiatrici o con dipendenze non trattati in modo adeguato e in condizioni di sofferenza psichica. Ale del carcere inagibili, e trasferimenti per far fronte a problemi di carenze strutturali che hanno forti ripercussioni sulle persone: questa la situazione descritta dall'europarlamentare Ilaria Salis e dalla senatrice di Sinistra italiana Ilaria Cucchi, entrate oggi nel carcere di Regina Coeli per un'ispezione a sorpresa. La visita è durata due ore e mezzo e non si è conclusa con un'esito positivo.

Cucchi: "Non possiamo parlare di esito positivo"

"Non possiamo parlare di un aumento del numero dei detenuti rispetto all’ultima ispezione a Regina Coeli – spiega a Fanpage.it Ilaria Cucchi -. Sembra una buona notizia, ma in realtà non lo è: il numero dei detenuti è diminuito semplicemente perché molti sono stati trasferiti in altri istituti e perché tre sezioni sono inutilizzabili a causa della cattiva manutenzione. Come sempre, quindi, a fronte di un altissimo numero di detenuti che affollano le nostre carceri, ci sono pochissimi investimenti nelle risorse necessarie alla manutenzione, a rendere questi luoghi vivibili e alla formazione del personale".

"Anche se il numero dei detenuti è diminuito drasticamente, questo è dovuto al fatto che tre sezioni sono inagibili: una lo era già a causa di un incendio, altre due a seguito di un crollo che ha coinvolto intere sezioni – aggiunge Salis -. A ottobre sono stati trasferiti circa 300 detenuti, di cui 150 in una sola notte. Quindi ci sono meno presenze, ma la situazione rimane comunque problematica, soprattutto nelle sezioni che abbiamo visitato noi. Ci sono ancora i letti a castello a tre piani, molto pericolosi: il terzo letto, ad esempio, è a un’altezza notevole e non ci sono scalette per salire e scendere. Non c’è acqua calda nelle celle, e durante la visita abbiamo notato che faceva anche piuttosto freddo nelle sezioni. Mancano le dotazioni di base. Abbiamo visto celle senza luce elettrica, proprio senza lampadina: questo significa che d’inverno, dalle cinque del pomeriggio in poi, si resta al buio. In altre celle mancavano tavolini, sedie o sgabelli sufficienti per tutti i detenuti".

Alta la presenza di detenuti con problemi psichiatrici

Il problema, aggiunge Cucchi, non è solo questo: "Un numero altissimo di detenuti a Regina Coeli è affetto da disturbi che richiedono l’utilizzo di psicofarmaci: parliamo di circa il 50%. Un ulteriore 35% è costituito da persone tossicodipendenti, una percentuale anch’essa altissima. Ora, non serve essere dei geni per capire che basterebbe collocare queste persone in istituti più adatti alle loro condizioni per ridurre in modo significativo il problema del sovraffollamento. In più, anche qui abbiamo visto ancora una volta come l’umanità venga sacrificata in nome della burocrazia. Alcuni detenuti ci hanno raccontato che avrebbero dovuto sottoporsi a interventi chirurgici, ma questi vengono rimandati di volta in volta per mancanza di personale di scorta. Per lo stesso motivo, uno di loro ha dovuto rinunciare a partecipare al funerale della madre. Questo vuoto di umanità è ciò che oggi si trova a Regina Coeli, così come in tantissime altre carceri".

Anche Salis spiega come, durante la visita nel reparto di osservazione psichiatrica, lei e Cucchi hanno notato come i detenuti non avessero in dotazione le lenzuola. "In questi reparti non vengono fornite per motivi di sicurezza, ma dovrebbero essere date quelle in ‘tessuto non tessuto', come avviene ad esempio nei CPR, che sono assolutamente sicure. Il risultato è che alcune persone dormono direttamente su materassi di gomma, senza nulla sopra. Ci è stato anche raccontato che alcuni detenuti non sono riusciti a sottoporsi a interventi chirurgici necessari, quindi il diritto alla salute risulta fortemente compromesso. Questo nonostante Regina Coeli sia dotata di un centro clinico nuovo e teoricamente all’avanguardia, che però deve coprire non solo il Lazio, ma anche Abruzzo e Molise. Di fatto, il diritto alla salute in carcere non è mai pienamente garantito". Spiega Salis che "solo chi ha patologie specifiche viene ricoverato, mentre per altre condizioni le cure non arrivano. Il carcere non è un luogo adatto per persone che hanno bisogno di cure, soprattutto di tipo psichico. Sempre più spesso le strutture penitenziarie ospitano persone con diagnosi psichiatriche o tossicodipendenze, ma all’interno del carcere non è garantito alcun percorso riabilitativo. Il carcere non è strutturalmente pensato per curare: tendenzialmente il carcere ammala, non cura. Queste condizioni aggravano enormemente il disagio quotidiano e non hanno nulla di riabilitativo. Mettere una persona in una condizione di sofferenza o umiliazione non aiuta alcun percorso di riabilitazione. Il carcere dovrebbe avere una funzione riabilitante, ma questa funzione viene negata dalle condizioni stesse in cui versa. Se si arriva a negare la dignità umana, come possiamo pensare che una persona possa riabilitarsi e migliorare? Il punto centrale è proprio questo: si è perso di vista il paradigma riabilitante del carcere e in Italia si segue sempre più una logica esclusivamente punitiva".

"Smettere di introdurre nuovi reati"

Ilaria Cucchi sottolinea anche un altro aspetto: quello degli operatori degli istituti penitenziari, che si trovano giornalmente a far fronte a situazioni molto complicate sia per il sovraffollamento, sia per la presenza di persone che avrebbero bisogno di cure adeguate in altre strutture, e che non è semplice gestire. "Personalmente, ogni volta, riscontro una grande sofferenza non solo tra i detenuti, ma anche tra gli operatori degli istituti penitenziari", spiega. "Questo anche a causa dell’introduzione di leggi sempre più repressive e di nuovi reati, senza che poi vengano forniti gli strumenti per gestirne le conseguenze. Per questo mi sento di dire al governo, al ministro Nordio: basta con l’introduzione di nuovi reati. In campagna elettorale aveva promesso di risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri. Allora cominci a ridurre il numero dei detenuti, quindi dei reati, e si preoccupi seriamente della formazione del personale. Anche perché ci sono persone che in carcere non dovrebbero starci affatto: persone con dipendenze, persone con malattie psichiatriche, che dovrebbero essere accolte in strutture diverse, adeguate alle loro condizioni. Ma questo non si fa per un motivo molto semplice: di queste realtà interessa davvero a pochi, il carcere non porta voti e quindi si guarda altrove. Quello che si potrebbe fare è iniziare ad attuare una reale depenalizzazione, smettere di introdurre nuovi reati e, soprattutto, fare un enorme lavoro culturale. Bisogna sensibilizzare le persone su un tema che interessa pochissimo e rispetto al quale la maggioranza dei cittadini si sente distante. Io dico sempre che sarebbe molto interessante se ogni cittadino potesse entrare almeno una volta nella vita in uno dei nostri istituti penitenziari. Probabilmente da lì, dal basso, le cose potrebbero iniziare a cambiare. Il problema principale nasce nell’immaginario collettivo, dove i disagi e la violazione dei diritti vengono attribuiti a categorie di persone percepite come lontane, diverse da noi. In una parola, questo si chiama indifferenza. E per esperienza personale so quanto sia vero che di indifferenza si può morire. Nelle carceri si muore".

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