Passata l’onda emotiva per la morte drammatica di un ragazzo di 21 anni, proviamo a fare un discorso complesso che siamo convinti sia necessario, rispetto alla rappresentazione di quanto è avvenuto a Colleferro.

Sgombriamo prima di tutto il campo da facili equivoci: i quattro giovani di Artena arrestati con l’accusa di aver ucciso Willy Monteiro Duerte sono intrisi di una cultura machista, della violenza e della sopraffazione del più debole. Ce lo hanno raccontato decine di testimonianze raccolte in questi giorni di giovani e giovanissimi che hanno avuto (loro malgrado) a fare con loro.

Ma possiamo parlare di un omicidio razzista operato da un gruppo di fascisti?

È vero con tutta probabilità che i quattro sono razzisti. Almeno due di loro (i fratelli Bianchi) usano con disinvoltura la parola “negro” come insulto e tutti e quattro sono evidentemente molto lontani da una sensibilità di sinistra o progressista. Come ha detto Zerocalcare in un post su Facebook riferito a questa vicenda: "Il razzismo in questa storia ci sta, perché il razzismo in sto paese è sistemico, è in dotazione di serie".

Eppure il movente in questo caso è importante. Non basta il colore della pelle a definire l’omicidio di Willy come un’aggressione xenofoba. La dinamica ricostruita al momento ci racconta un’altra storia: quella di un gesto coraggioso di altruismo pagato con la vita da un ragazzo che ha deciso di ‘mettersi in mezzo’ per difendere un amico.

Forse il colore della pelle ha scatenato la furia degli assassini, amplificando la reazione violenta. Questo non lo possiamo escludere: l’aggressione è durata una manciata di secondi. I colpi, violentissimi, inferti alla testa, al collo e al torace lo hanno non gli hanno lasciato scampo. Rimane il fatto che, da quello che sappiamo finora, Willy non è stato aggredito in quanto individuato come immigrato o nero.

Non serve avere una tessera di un gruppo di estrema destra in tasca per avere comportamenti fascisti ovviamente. Andare in giro a bruciare un senza fissa dimora perché identificato come “clandestino” ad esempio, al di là della partecipazione formale o meno a un’organizzazione politica, denota politicamente un gesto criminale.

Vale la pena però raccontare come l’unico legame con la politica organizzata venuto alla luce per i quattro indagati, riguardi la parentela di Gabriele Bianchi con il coordinatore locale di Forza Italia ed ex consigliere comunale: la figlia, anche lei candidata in passato con Forza Italia, è la compagna dell’uomo in carcere, da cui aspetta un figlio. Di altri legami, come quelli dell’estrema destra di cui hanno parlato alcuni giornali, non c’è traccia.

Il brodo di cultura da dove escono fuori Gabriele e Marco Bianchi, Mario Pincarelli e Francesco Belleggia ha molto a che fare con la cultura fascista, ma anche con una subcultura criminale che va per la maggiore anche in molte metropoli della nostra città. Non a caso il profilo di alcuni degli imputati parla non solo di piccoli precedenti, ma anche della notizia nota in città che si occupassero di recupero crediti per pusher di medio livello.

Perché è importante capire se i quattro accusati di omicidio sono fascisti e se l’omicidio di Willy è un omicidio fascista? 

Chi scrive ha passato molto tempo della propria vita a indicare aggressioni e violenze come fasciste, a farlo chiamandole con il proprio nome, senza infingimenti, quando buona parte della classe politica e dei media facevano finta di niente.

In questo caso siamo convinti che l’etichetta ‘fascista’ non aiuti a comprendere fino in fondo cosa sia accaduto, e che non sia la lente migliore per affrontarlo e combatterlo là fuori, nella realtà dei bar, delle piazzette come luoghi di ritrovo, delle scuole.

Non è un caso che nessuno dei soggetti attivi sul territorio di Colleferro e dintorni, dove esiste una società civile attiva e protagonista da almeno due decenni di importanti battaglie soprattutto sui temi ambientali, usi il prisma di lettura fascismo/antifascismo o razzismo/antirazzismo per capire cosa è accaduto.

I cittadini di Colleferro, Artena e Paliano non esistono per molti media, per i commentatori, gli influencer, per la politica, nessuno gli ha chiesto cosa è successo, cosa succede tutti i giorni nella loro città.

Raccontare la storia di Willy Monteiro Duarte come quella di George Floyd è sbagliato, trasformare la realtà nella fiction che vogliamo vedere ha risultati drammatici quando poi andiamo a confrontarci con le persone in carne ed ossa che tutti i giorni sulla loro pelle vivono le contraddizioni e i problemi che vorremo contribuire a risolvere.

Eppure i ragazzi e le ragazze dell’Unione Giovane Indipendenti avrebbero molte cose da dire. Le ha il sindaco di Colleferro, Pierluigi Sanna, che prima di entrare nelle istituzioni e diventare primo cittadino a 28 anni, si è formato proprio nelle file dell’UGI, immaginando e battendosi per un destino diverso da quello di una città depressa e avvelenata da industrie ormai in dismissione, o di pattumiera di Roma, per Colleferro.

Neanche la sezione locale dell’Anpi ha parlato di fascismo, così come non l’ha fatto il presidente del circolo Arci di Artena, anche lui un giovane attivista di poco di più di trent’anni. Tutti i soggetti citati raccontano una storia più complessa, dove ad avere un peso determinante sono le dinamiche sociali e la criminalità locale emergente, il consumo di stupefacenti e le difficoltà per un territorio – anche se vivo – di mantenere una coesione sociale e un progetto di futuro per la propria comunità.

In questi giorni a Paliano, Colleferro, Artena di questo si discute. E queste cose hanno molto a che fare con l’antifascismo come parte di un progetto pedagogico. Con la mascolinità tossica da combattere, con l’idea di comunità e le relazioni sociali che vogliamo vivere sul territorio, quale modello di sviluppo.

Un coacervo di problemi complessi e l’etichetta dei “fascisti”, per questo cattivi e barbari, fuori dalla società civile, ci sembra che non aiuti ad affrontarli fino in fondo.

Soprattutto non riusciamo a far finta di non vedere la cattiva fede di chi non riesce a chiamare per nome il fascismo quando si presenta in giacca e cravatta e sorridente, con un viso rassicurante e sereno. Di chi, quando il fascismo si presenta sotto la veste dei “cittadini indignati” pronti a scatenare un pogrom contro un centro d’accoglienza, sostiene che questi vanno capiti e le loro preoccupazioni ascoltate.

Nessun politico di rilievo di centrosinistra o di sinistra è andato a discutere con gli insegnanti, gli amministratori locali, gli assistenti sociali, i giovani, le associazioni di Colleferro, Artena e Paliano. È più semplice additare con un post su Facebook il nemico fascista, rispondere all’emozione del momento. Il resto si vedrà.

Di Alessandro Coltré e Valerio Renzi