Omicidio Pier Paolo Pasolini, lo storico sulla riapertura del caso: “Tesi della violenza sessuale è ridicola”

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A sinistra il professor Garrera. A destra Pier Paolo Pasolini.
Dopo la riapertura delle indagini, il professore Giuseppe Garrera a Fanpage.it: “La pista di Pelosi fu accettata troppo in fretta. L’omicidio ebbe una dimensione politica ma non per forza dei mandanti”.

Il fascicolo, che si era chiuso cinquant'anni fa, sull'omicidio di Pier Paolo Pasolini è stato riaperto dalla procura di Roma. Decisivo l'esposto presentato dall'avvocato Stefano Maccioni in rappresentanza dell'Ordine dei giornalisti del Lazio, del regista David Grieco e dello scrittore Giovanni Giovannetti. La verità giudiziaria secondo cui il 2 novembre 1975 all'idroscalo di Ostia l'allora diciassettenne Giuseppe Pelosi abbia ucciso il regista e poeta per difendersi da un tentativo di violenza sessuale tornerà a essere messa in discussione. Una versione "ridicola", sottolinea il professor Giuseppe Garrera, storico dell'Arte, collezionista e curatore che sul personaggio di Pasolini ha curato diverse mostre al Palazzo delle Esposizioni e ha scritto numerose opere. Una storia che sembra fatta per "legittimare l'uccisione" agli occhi dell'opinione pubblica. Pelosi è stato condannato in Appello nel 1976.

E la riapertura? Un tentativo di affrontare "un senso di colpa collettivo" per aver ucciso un poeta. Si ripartirà, probabilmente, da quanti erano gli omicidi e dal movente, che secondo l'avvocato Maccioni sarebbe nascosto nelle sue ultime opere. L'omicidio politico contro quello a sfondo sessuale. "Le due interpretazioni sono legate a due ideologie", commenta a Fanpage.it il professor Garrera, "da una parte il bisogno di immaginare che sia stato punito per una sua colpa, dall'altra quello di individuare necessariamente un movente e dei mandanti politici. Io credo, invece, che non sia indispensabile individuare un mandante politico preciso per riconoscere la dimensione politica di quell'omicidio. Una parte consistente della società italiana desiderava che Pasolini scomparisse".

Come giudica la riapertura delle indagini sull'omicidio di Pier Paolo Pasolini?

La considero un fatto positivo. La notizia che sul luogo dell'omicidio fossero presenti più persone, oltre a Pino Pelosi, non è affatto nuova. È un'ipotesi che esiste da sempre e che è stata abbandonata a causa dell'eccezionale fretta con cui le istituzioni hanno affrontato il caso. In realtà, già nella sentenza di primo grado si parlava di un concorso di ignoti. Quindi oggi si torna a un elemento che era emerso fin dalle prime indagini: la possibile presenza di più persone sulla scena del crimine e cioè di un massacro. È importante ricordarlo, perché quella pista è stata successivamente abbandonata. Io temo che sia stata abbandonata per una precisa volontà di non indagare. C'è però un altro aspetto che mi preoccupa.

Quale?

Alberto Moravia parlava di una sorta di "licenza di uccidere" nei confronti di Pasolini. Si era creato un clima nel quale chiunque poteva sentirsi legittimato a dargli una lezione, anche con il rischio che quella violenza sfuggisse di mano. Era una legittimazione alimentata dall'odio di una parte della borghesia, della destra italiana e del potere nei suoi confronti. Per questo ho l'impressione che si possa arrivare a individuare la manovalanza di quella notte, ma difficilmente gli eventuali mandanti. Ricordo sempre un'intervista che Ivo Barnabò Micheli fece a Giulio Andreotti nel 1986. Quando gli chiese che cosa pensasse dell'omicidio di Pasolini, Andreotti rispose sorridendo che, in fondo, era uno che "andava a cercarsele". Credo che quella risposta sia molto significativa del clima che circondava Pasolini.

Secondo l'avvocato Stefano Maccioni, il cui esposto ha portato alla riapertura delle indagini, il movente potrebbe essere legato alle ultime opere di Pasolini. In particolare Petrolio, con i suoi riferimenti agli intrecci di potere e allo scontro tra Eni e Montedison, e Salò o le 120 giornate di Sodoma. In che modo queste opere, insieme agli ultimi articoli del poeta, potrebbero aver portato alla sua uccisione?

Credo che con gli articoli cosiddetti ‘corsari' Pasolini fosse arrivato a un punto di massima irritazione per una parte dell'opinione pubblica e per una certa organizzazione del potere. Era diventato insopportabile. Ritengo che il suo omicidio incarni una volontà che apparteneva non soltanto a una parte del potere, ma anche a una parte del popolo italiano. Pasolini aveva compreso molto chiaramente che l'Italia non era semplicemente passata dal fascismo all'antifascismo, ma a una forma di post-fascismo. Da una parte c'era l'irritazione nei confronti di un omosessuale che si permetteva di denunciare il potere. Dall'altra, attraverso gli articoli e poi con quel poco che si sapeva su Petrolio, aveva cominciato una vera e propria indagine sulle fonti del potere e della corruzione nella storia della Repubblica italiana. Rileggendo gli articoli, le interviste e le opinioni dell'epoca, ho la percezione che l'odio nei suoi confronti avesse raggiunto un punto di non ritorno.

Quindi, secondo lei, non si trattava soltanto dell'ostilità di una parte della classe dirigente, ma anche di un sentimento diffuso in una parte della popolazione?

Sì. Direi che riguardava tutta la borghesia, i nostalgici del fascismo e, più in generale, il pensiero tradizionale e reazionario. Bisogna considerare anche un altro elemento: la versione dell'omicidio che si è affermata all'epoca è di una stupidità tale da risultare perfettamente funzionale a essere creduta. La storia era quella di un minorenne che si sarebbe difeso da un tentativo di violenza sessuale da parte di Pasolini. È una ricostruzione che, secondo me, sembrava fatta apposta per legittimare l'omicidio. Il messaggio implicito era che un ragazzo avesse dovuto difendersi da un omosessuale violento, da qualcuno che ha attentato all'incolumità anale dei nostri figli. L'omosessualità di Pasolini, unita al suo atteggiamento di predicatore apocalittico e alla forza delle sue denunce, lo rendeva insopportabile a una parte della società.

Quella ricostruzione, quindi, poteva risultare rassicurante per una parte dell'opinione pubblica dell'epoca?

Certamente. Era una versione che nei telegiornali non veniva praticamente mai messa in discussione e che divenne subito quella ufficiale: un povero ragazzo che si era difeso dall'aggressività violenta e sessuale di Pier Paolo Pasolini. Era una narrazione costruita intorno alla figura del corruttore, del violento e soprattutto alla ignominia dell'omosessualità. Pasolini poteva essere deriso perché omosessuale passivo, ma poteva essere ucciso quando veniva rappresentato come un omosessuale attivo. Questa è la narrazione ridicola della omosessualità di Pasolini. E cioè dell'atteggiamento dell'opinione pubblica nei suoi confronti.

A cinquantuno anni dalla sua morte, Pasolini è diventato una figura quasi mitologica, rivendicata anche da ambienti politici molto diversi tra loro. Che ruolo ha avuto il suo omicidio nella costruzione di questo mito? E che cosa significa il fatto che la sua morte sia ancora un caso aperto?

Credo che l'omicidio di Pasolini abbia assunto, nella nostra storia, il ruolo di un senso di colpa collettivo. Non riusciamo a chiudere questa vicenda perché non riusciamo a chiudere il senso di colpa per aver ucciso un poeta. È qualcosa che appartiene all'inconscio di un'intera civiltà, alla storia stessa dell'Italia. Per questo penso che i conti con l'omicidio di Pasolini non si chiuderanno mai. Chiuderli significherebbe fare definitivamente i conti con la nostra anima collettiva e con la nostra storia. Quanto al mito, certamente Pasolini è diventato una figura maledetta. Ma bisogna ricordare che intorno alla sua morte si sono sviluppate due interpretazioni contrapposte. Da una parte ci sono coloro che ritengono che sia stato giustamente punito, perché accettano la rappresentazione di Pasolini come un aggressore sessuale. Dall'altra ci sono coloro che, attribuendo l'omicidio a un disegno politico, lo trasformano in un martire. Ma entrambe queste interpretazioni non tolgono nulla alla forza sconvolgente della sua scrittura e della sua presenza come intellettuale, scrittore e giornalista corsaro. Il tempo ha dimostrato che la grandezza di Pasolini supera la mitologia della sua morte violenta. Che era un desiderio profondo della società italiana, che aveva anche una natura politica. La risposta di Andreotti che ricordavo prima, secondo me, è molto chiara. Non è necessariamente indispensabile che qualcuno impartisca un ordine esplicito: può bastare che una figura di potere faccia capire quanto una persona sia diventata insopportabile, perché qualche fedele seguace si senta autorizzato ad agire e a realizzare questo desiderio.

Quindi, anche se materialmente a uccidere Pasolini fossero state due o tre persone, per lei quel gesto avrebbe comunque rappresentato un sentimento collettivo?

Esattamente. È proprio questo l'aspetto che considero più importante nella riapertura delle indagini. La possibile partecipazione di più persone all'omicidio toglie la ridicola versione del violentatore cattivo, brutto e cattivo che è stato punito e che ci assolve dai nostri peccati. Pasolini, del resto, era già stato bersaglio di aggressioni e intimidazioni. Gli era successo una settimana prima, gli era successo 15 giorni prima. Era continuamente esposto alla violenza di gruppi fascisti che volevano dargli una lezione. Una spedizione punitiva può anche sfuggire di mano e trasformarsi in un omicidio. Quando si comincia a picchiare una persona, il rischio di ucciderla esiste. Ma nel caso di Pasolini c'era anche qualcosa di più: era un omosessessuale forte, affascinante, capace di reagire e di non lasciarsi intimidire. E credo che proprio questa sua forza lo rendesse ancora più insopportabile agli occhi di chi lo odiava. Mette in discussione la mascolinità.

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