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Oltre Casal del Marmo, carceri di Roma in crisi. La garante: “Due morti in una settimana a Rebibbia”

Le violenza nei confronti dei minori del carcere di Casal del Marmo sono avvenute in un clima di tensione segnalato già mesi prima dalla garante Valentina Calderone. La vicenda riporta l’attenzione sulle difficoltà del sistema penitenziario romano, tra sovraffollamento, carenza di personale e servizi insufficienti.
A cura di Francesco Esposito
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La garante per i diritti delle persone private della libertà di Roma Capitale, Valentina Calderone
La garante per i diritti delle persone private della libertà di Roma Capitale, Valentina Calderone

"Ragazzi che subivano violenze reiterate. Il clima era quello da molto tempo". Così la garante dei detenuti di Roma Capitale, Valentina Calderone, descrive a Fanpage.it ciò che aveva raccolto la scorsa estate durante le visite all’istituto penale minorile di Casal del Marmo. Secondo le ricostruzioni investigative, tra febbraio e novembre 2025 almeno tredici detenuti tra i 15 e i 19 anni sarebbero stati picchiati, minacciati e aggrediti anche con oggetti come forbici e chiavi inglesi all’interno del carcere minorile romano.

Le accuse emergono dai racconti dei giovani detenuti e da testimonianze raccolte tra operatori e personale dell’istituto. In alcuni casi, secondo gli atti dell’indagine, le violenze sarebbero avvenute in zone non coperte dalle telecamere e durante la notte. Dopo l’apertura dell’inchiesta giudiziaria, il dibattito si è riacceso anche sulle condizioni degli istituti penitenziari della capitale, tra sovraffollamento, carenza di personale e difficoltà a garantire percorsi educativi e assistenza sanitaria

Dottoressa Calderone, che situazione aveva trovato nell’istituto di Casal del Marmo?

Io ho raccolto le segnalazioni dei ragazzi e sono le vicende che stanno uscendo fuori adesso. Questa indagine parte anche dall’attività che ho fatto quest’estate e per cui ho sentito l’esigenza di fare un esposto. In generale emerge una situazione in cui si percepisce una difficoltà dell’istituto e degli operatori, quindi un clima di tensione dove diventa molto complicato portare avanti le attività e i percorsi educativi. È un posto difficile, in cui ci sono dinamiche difficili e una situazione che si prolunga nel tempo. Non è qualcosa di episodico. È un istituto che soffre, come penso molti altri istituti minorili in Italia, di una serie di modifiche e cambiamenti che sicuramente non hanno fatto bene alla struttura».

Negli altri istituti romani che situazione sta trovando in questo periodo?

Il sistema penitenziario in questo momento è molto in sofferenza. Le carceri romane, soprattutto Rebibbia Nuovo Complesso e Rebibbia femminile, ma anche Regina Coeli – magari un po’ di meno – sono istituti estremamente sovraffollati. Proprio a Rebibbia, nel nuovo complesso, nell’ultima settimana ci sono state due morti. Una è un suicidio. L’altra è una morte per cause ancora da accertare: non pare che sia un suicidio, ma ovviamente come ogni morte in carcere dovrà essere accertata la causa del decesso. Rebibbia ha attraversato anche un periodo di particolare sofferenza perché, con la chiusura temporanea di Regina Coeli dopo il crollo, ha dovuto accogliere più persone e diventare anche luogo di primo accesso, cosa che non era propriamente il suo focus. Quando un istituto è sovraffollato non significa che ci sono solo il 20 per cento di persone in più e il 20 per cento di operatori in più. Il punto è che al sovraffollamento non corrisponde un adeguamento del personale. Quindi tutto diventa molto più faticoso. Quando è tutto più faticoso si fa più fatica a prendere in carico le situazioni individuali e molte persone rimangono, diciamo così, invisibili al sistema.

La persona che si è tolta la vita chi era?

Era una persona che noi avevamo incontrato durante un monitoraggio. Aveva fatto più di un passaggio dal CPR di Ponte Galeria. Era una situazione particolarmente fragile, anche dal punto di vista personale.

In che senso fragile?

Era una persona con questioni molto importanti di salute mentale. Una persona che aveva vissuto una vita in strada particolarmente complicata. Con lui non era neanche particolarmente facile comunicare. Non ci aveva raccontato difficoltà specifiche con altri detenuti o con il personale.

Lei parlava di passaggi frequenti tra carcere e CPR. Che situazione ha trovato al CPR di Ponte Galeria?

Ci vado regolarmente. È la situazione che conosciamo: la permanenza media non è molto lunga, però spesso a Roma c’è questo fenomeno di persone che passano dal carcere al CPR e viceversa. Il problema principale è che le persone non capiscono bene perché si trovano lì dentro. Stanno senza fare niente tutto il giorno perché praticamente non ci sono attività. È una situazione complicata anche perché è difficile spiegare a qualcuno che si trova privato della libertà perché deve essere espulso. Ci sono storie di vita molto diverse e il vero tema è che non vengono fatte attività.

Quanto pesa la carenza di personale nel sistema penitenziario?

C’è una carenza di Polizia penitenziaria e anche di quello che viene chiamato il nucleo traduzioni e piantonamenti, cioè gli agenti che si occupano delle scorte. Questo significa che spesso saltano le visite mediche. A Regina Coeli nel 2025 sono saltate più del 50 per cento delle visite mediche esterne. Anche questo crea tensione. La tensione nelle carceri non deriva mai da una sola causa. Se tu hai una visita prenotata e per la terza volta salta perché non c’è la scorta che ti accompagna, quello diventa un motivo di tensione. Così come lo diventa il fatto che molti servizi non riescono a essere garantiti. Quando devi gestire molte più persone di quante ne prevedano le capienze degli istituti è evidente che tutto diventa più complicato e più faticoso.

Anche per gli operatori?

Io ricordo sempre la sofferenza del comparto di Polizia penitenziaria, ma anche quella degli educatori, perché si trovano a lavorare in una condizione che non è accettabile. Se sei costretto a fare turni di 24 ore in sezione è evidente che non puoi lavorare bene e non puoi essere soddisfatto di quello che stai facendo. Quando il sistema è in sofferenza, è in sofferenza tutta la macchina che dovrebbe occuparsi delle persone detenute. E questo è grave e comporta tutta una serie di conseguenze che spesso non vengono valutate.

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