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Madri che abusano dei figli per compiacere l’amante: i casi dell’insegnante e dell’infermiera accusate di pedofilia

Due recenti casi di abusi familiari riportano alla luce il fenomeno della pedofilia anche al femminile, mettendo in crisi lo stereotipo della maternità sempre protettiva.
A cura di Margherita Carlini
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È di pochi giorni fa la notizia dell’arresto di un giornalista romano e della sua compagna, un’insegnante (che continua a dichiararsi innocente), con la pesantissima accusa di violenza sessuale aggravata dal rapporto di parentela e diffusione di materiale pedopornografico. Arresti richiesti a conclusione di una lunga ed approfondita indagine che parte dalle dichiarazioni della figlia della donna. La bambina, che vive con il padre in un’altra città, scopre nel computer della mamma delle chat che contengono alcune sue foto nude, ma anche video che ritraggono due suoi cuginetti, di 5 e 8 anni. Sono contenuti che la mamma si scambia con il suo compagno. Poi ci sono i commenti. Le foto la ritraggono anche da piccola.

Nell’ambito di questa indagine si sta vagliando anche una rete internazionale Telegram, all’interno della quale potrebbero essere circolate le foto ed i video dei minori coinvolti, messe a disposizione di altri pedofili. Era stata arrestata a giugno scorso invece insieme ad una coppia di coniugi, sempre con l’accusa di violenza sessuale su minore e produzione di materiale pedopornografico, un’infermiera di Latina. L’indagine, partita per un sospetto maltrattamento a danno della donna, aveva fatto emergere ben altro. Nei telefoni delle persone raggiunte dall’indagine, sarebbero stato trovate foto e video di un minore narcotizzato ed abusato. Il figlio dell’infermiera. Era lei che abusando del minore, realizzava il materiale pedopornografico che inviava al suo amante e alla moglie di lui.

Professoressa e infermiera scattano foto pedopornografiche ai figli

Due tremende storie di pedofilia che coinvolgono anche diverse donne. Un aspetto questo, che di fronte ad un reato e a delle condotte già odiose, rende il tutto ancora più indecifrabile. La domanda che forse per prima viene da farsi è: cosa passa nelle menti di queste donne, madri, per portarle ad abusare dei loro figli e a produrre del materiale da condividere con i loro compagni o amanti? Queste due, non isolate situazioni, destrutturano uno stereotipo ancora fin troppo radicato, quello della maternità positiva, buona ad ogni costo. La pedofilia è una condotta deviata, un reato che, seppur in maniera estremamente ridotta, riguarda anche le donne, le cui cause scatenanti possono essere spesso ricondotte a fattori traumatici, ad una separazione, alla paura dell’abbandono e della perdita.

Molto frequenti sono i casi in cui le violenze sessuali perpetrate sui bambini avvengono all’interno del contesto familiare, poste in essere dalle persone di riferimento, spesso i genitori. Persone di cui i minori hanno piena fiducia. In questi contesti l’abusante è più spesso il padre ma le madri, assumendo un ruolo passivo, il più delle volte intuiscono, percepiscono, sentono e spesso vedono, ma restano inermi. Silenziosamente colludono. Madri che per paura, per convenienza o per voler preservare una facciata di famiglia funzionale, scelgono di non attivarsi a tutela dei loro figli e nel loro silenzio si rendono autrici di un’ulteriore violenza.

Nei casi in questione però, le donne coinvolte hanno avuto un ruolo attivo. Un ruolo che può variare cioè da atteggiamenti ambigui, agli agiti di violenza, come nel caso di Latina, alla produzione di materiale di cui esse stesse fruiscono, come nel caso della professoressa di Treviso che commentava le richieste del compagno con frasi del tipo “mi eccito quando mi chiedi queste cose”.

Il funzionamento del pedofilo

Per comprendere meglio come si possa arrivare a tanto va definito quello che è tipicamente il funzionamento, dal punto di vista psicologico e criminologico di un pedofilo, uomo o donna che esso sia. Il pedofilo è un soggetto affetto da parafilia, può esserlo in forme lievi, quando le turbe parafiliache non vengono poste in essere fino a condizioni più severe, quando il soggetto mette in atto ripetutamente le spinte parafiliache. Molto spesso i pedofili considerano il loro comportamento come normale, attivando delle distorsioni cognitive possono arrivare a pensare che quelle loro condotte siano addirittura utili al minore e se non caratterizzati da sadismo, riescono ad essere attenti a quelli che sono i bisogni del minore, chiaramente per fini strumentali. Per poter cioè catturare la fiducia del minore, per poter consumare l’abuso ed aver garantito il suo silenzio.

Come nei casi in questione, è possibile distinguerne diverse tipologie. Il pedofilo incestuoso, solitamente un genitore, è caratterizzato spesso da una scarsa autostima, vive relazioni di intimità in cui il suo ruolo è di sudditanza rispetto l’altro partner e spesso nega le proprie responsabilità. L’offender invece agisce spesso al di fuori dei contesti familiari e ha una personalità caratterizzata da forte autostima e spesso riesce ad avere consapevolezza circa le conseguenze dei propri agiti. Premesso che la personalità dei pedofili è estremamente complessa e risulta difficile poter tracciare un unico profilo che risulti rappresentativo di tutti gli aspetti, va chiarito che la maggior parte dei pedofili sono i cosiddetti "buoni", gli insospettabili, risultano però essere anche i più pericolosi, quelli cioè con un andamento ciclico e pertanto con il più alto tasso di recidiva.

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