La bomba alla sede degli Irriducibili e l’ok di Senese: per la procura quello di Diabolik è un omicidio di mafia

“Poi quelli là, no, mi hanno fatto ragionare, dice: ma se è successo nel territorio dei Senese, è perché pure Senese è d’accordo, perché te mica puoi fare come cazzo ti pare, che fai mi ammazzi uno che sta con me, uno dei miei, e non faccio la rivolta?”. Questa frase pronunciata dal marito della figlia di Fabrizio Piscitelli e intercettata dalla squadra mobile di Roma mentre gli investigatori indagavano sull’omicidio del capo ultras della Lazio avvenuto il 7 agosto del 2019, è uno dei passaggi che la procura di Roma ritiene fondamentali per sostenere che il delitto sia maturato in un ambito mafioso. Come si ricorderà, la sentenza di primo grado ha condannato all’ergastolo il presunto killer, Alejandro Gustavo Musumeci, ma ha escluso le aggravanti mafiose.
Contro questa decisione hanno presentato ricorso in Appello sia la difesa dell’uomo, rappresentata dagli avvocati Giandomenico Caiazza ed Eleonora Moiraghi, che hanno denunciato violazioni procedurali, sia la procura di Roma con i Pubblici Ministeri Francesco Cascini, Rita Ceraso e Mario Palazzi, i quali hanno avanzato anche una “richiesta di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale”. In pratica hanno chiesto l’acquisizione di nuove prove (richiesta respinta dalla Corte il 13 gennaio).
I presupposti su cui i pubblici ministeri hanno fatto leva nell’appello, in realtà, sono diversi: per esempio l’intercettazione del genero di Piscitelli, appunto, in cui l’uomo si lascia scappare con un interlocutore anche un’altra frase, riferita all’omicidio e al ruolo che avrebbe avuto il boss Senese. “Se lo so levato di mezzo perché dicono che comunque lui (Piscitelli n.d. r) gli portava al mese due- tremila euro al mese e invece quell'altri gli portavano una ventina di mila euro al mese”. Non solo.
Le intercettazioni
C’è un’altra intercettazione agli atti dell’indagine “Assedio” che i magistrati ritengono la prova dell’assenso al delitto di ‘Michele O Pazzo'. È l’8 luglio 2019, un mese prima dell’omicidio. Intercettato con un imprenditore, Roberto Macori, attivista di estrema destra e ritenuto dalla direzione investigativa antimafia vicino al clan, dice: “Sta girando una batteria a Roma, di lupi famelici, sono proprio lupi famelici. A Diabolik gli hanno messo una bomba proprio, eh, è gente di Michele”. Il riferimento, qui, è alla bomba piazzata qualche mese prima nella sede degli Irriducibili della Lazio e di cui Fabrizio Piscitelli era il leader indiscusso. È sempre Macori a dare una spiegazione al risentimento di Senese: “Perché Diabolik si è rubato i soldi dei carcerati. E infatti il paraculo è riuscito a prendere tempo”. Poi Roberto Macori racconta ancora un altro episodio che delinea il ruolo di Giuseppe Molisso, braccio destro di Senese. “L’ha chiamato (a Diabolik n.d.r), gli ha detto vieni un po’ qua. Erano in trenta, tutti accavallati. È arrivato Fabrizio che quando li ha visti ha sbiancato, perché gli sta facendo delle prepotenze a delle persone, erano tutti appizzati”.
Il ricorso della procura
Nel ricorso i magistrati hanno chiesto di acquisire queste intercettazioni ambientali e i dati del traffico del telefono cellulare in uso a Leandro Bennato, il boss di Casalotti. Perché i tabulati dimostrerebbero che il giorno dell’omicidio la sua cella telefonica avrebbe agganciato più volte quella dell’indirizzo dove Musumeci viveva con la compagna, a Casal del Marmo, e che proprio da lì, Bennato si sarebbe poi mosso per raggiungere il Parco degli Acquedotti, la zona in cui è stato assassinato Diabolik. Secondo quanto rilevato dall’analisi delle celle, infatti, Leandro Bennato si trovava in viale Spartaco nei pressi del luogo dell’agguato, avvenuto in via Lemonia, alla stessa ora in cui il killer entrava in azione, salvo poi ritrovarsi subito dopo di nuovo nei pressi dell’abitazione di Musumeci, dove è rimasto – secondo la polizia giudiziaria – fino alle 20.57.
Un ulteriore elemento che i pubblici ministeri hanno considerato per chiederne l’aggravante mafiosa, è il contesto in cui è maturato l'omicidio. In quel momento, il gruppo criminale del duo Bennato-Molisso e quello di Fabrizio Fabietti e di Piscitelli si trovano in naturale concorrenza tra di loro. Una “naturale rivalità e competizione fra i due gruppi non può essere misconosciuta”, si legge nel ricorso.
Faro sul ruolo di Molisso e Bennato
Al momento, da quanto ha appreso Fanpage.it, le indagini sul movente e sui mandanti sono tuttora in corso e presto potrebbero chiudersi. Oltre a Leandro Bennato sono stati indagati, archiviati e poi iscritti di nuovo nel registro degli indagati dalla procura di Roma, Michele Senese, Giuseppe Molisso e Alessandro Capriotti, detto il Fornaro o Miliardero. Di quest’ultimo, un esponente della malavita romana, Raffaele Purpo, intercettato, raccontava a un amico: “lui me l’ha detto a me dentro casa, tanto lo ammazzo a lui e a Fabietti”. Parole tutte da dimostrare.
Quello che è certo è soltanto che un giorno di agosto del 2019, a Roma, è stato ucciso con un solo colpo alla nuca, con un gesto eclatante, il capo fascista e carismatico della curva della Lazio, il principe del narcotraffico, e che tanti aspetti di quella morte rimangono ancora da chiarire.
“Caro Fabri leggendo un po’ di tribune politiche e di contenuti secondo me seriamente dovremmo trovare un modo per farti scendere in politica. Non scherzo, mi sto leggendo notizie della politica nell’Est Europa, vedo partiti vicino a noi. Con gli agganci che hai veramente si potrebbe fare qualcosa”, così gli scriveva in un messaggio qualche settimana prima dell’agguato il suo amico Matteo Costacurta, il “principe”, ultras della Lazio, fascista e malavitoso per passione, ma non per soldi. E Diabolik gli rispondeva così: “Parliamone”. Non poteva sapere che il sogno di fare il salto nella politica che conta, si sarebbe spezzato su una panchina del Parco degli Acquedotti.