"Non capiamo la necessità di identificare le donne presenti nella casa, si tratta di persone inviate dalle istituzioni stesse e dalla rete antiviolenza per indisponibilità di posti nelle case rifugio. Le identificazioni dell'altro giorno non hanno quindi motivo di esistere. Tramite le nostre avvocate chiederemo un'udienza col pubblico ministero per capire cosa sta accadendo". A parlare è Rachele Damiani, psicologa e operatrice di Lucha y Siesta, dopo che martedì 19 gennaio un gruppo di agenti del commissario Tuscolano è entrato nella casa rifugio per identificare le donne presenti. Un intervento disposto dall'Autorità giudiziaria e che è stato criticato da più parti per le modalità con le quali è avvenuto. A sorprendere è anche la tempestività dell'operazione, dato che la Regione Lazio ha avviato una procedura per l'acquisto dello stabile proprio per garantire la sopravvivenza dell'esperienza di Lucha y Siesta.

Aumentano le richieste di aiuto, diminuiscono i posti letto

"È passato un anno dalla ricollocazione forzata effettuata dal Comune di Roma, quando quattordici donne furono spostate come pacchi in nome della procedura concordataria e dello sgombero, senza nessun rispetto per i percorsi di autodeterminazione che avevano avviato con le operatrici – continua Damiani – La nostra situazione è sempre precaria, con la differenza che quest'anno sono aumentati i casi di violenza domestica e per una questione sanitaria diminuiti paradossalmente i posti. Noi cerchiamo di fare quello che possiamo e ci continuano a mettere i bastoni tra le ruote. E le istituzioni sono responsabili". A essere criticate sono anche le modalità con il quale sono avvenute le identificazioni, non adatte a persone che in Lucha y Siesta hanno trovato un luogo sicuro dopo gli abusi e le violenze del passato. "Sono venuti in cinque agenti a bussare alla porta, non hanno spiegato il motivo per cui erano lì, non hanno mostrato nessun mandato e non hanno aiutato a capire cosa stavano firmando. Il tutto senza aspettare le avvocate e le operatrici di riferimento. Arrivare in quel modo in una casa rifugio crea grossi problemi a donne che hanno una storia di violenza alle spalle".

Dal Comune di Roma nessuna reazione

Numerose le condanne politiche di quanto avvenuto a Lucha y Siesta, soprattutto da parte della Regione Lazio, che ha avviato la procedura per l'acquisto dello stabile. Un milione e 200mila euro da depositare come offerta cauzionale all'asta di marzo (le prime sono andate deserte) e salvare la casa rifugio. Nessuna reazione invece da Atac e Comune di Roma, che da tempo spingono per lo sgombero. Questo nonostante a Roma i posti letto per le donne che scappano dalle violenze siano irrisori. Secondo la Convenzione di Istanbul – ratificata anche dall'Italia – ci dovrebbe essere una casa rifugio ogni 10mila abitanti. A Roma, una città con più di tre milioni di residenti, ci sono appena 39 posti letto. Lucha da sola ne copre 14. "Siamo un bene essenziale o una questione di ordine pubblico? Su questo le istituzioni devono avere il coraggio di posizionarsi. Non possiamo essere alternativamente l'uno o altro quando vogliono. Meno di un mese fa la Regione ha stanziato concretamente i fondi per l'asta che ci sarà a marzo, ma il Comune ha deciso che vuole rendere la casa rifugio una questione da campagna elettorale. Con noi c'è sempre stata interlocuzione e non ci siamo mai sottratte al dialogo, segno ulteriore che questa vicenda poteva essere evitata".