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A Roma l’invasione dei pappagallini verdi: sono parrocchetti e stanno colonizzando anche il Colosseo

Pappagallini esotici hanno invaso Roma dove ne vivono due specie: quella dei Psittacula krameri e quella dei Myiopsitta monachus. Lo spiega a Fanpage.it il professor Cigni dell’università Tor Vergata.
Intervista a Prof. Bruno Cigni
Docente di Conservazione e Gestione della Fauna Urbana all'Università degli Studi di Tor Vergata.
A cura di Beatrice Tominic
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I parrocchetti a Roma. Foto di Martina Cordella, da Instagram.
I parrocchetti a Roma. Foto di Martina Cordella, da Instagram.

A Roma non è raro vedere stormi di piccoli uccellini verdi ed esotici, talvolta dal becco colorato. Sono tantissimi, si muovono in gruppi molto numerosi e sono rumorosi. A chi li vede passare possono sembrare dei pappagallini che invadono le nostre strade, soprattutto in prossimità delle aree verdi. Chiaramente si tratta di specie alloctone che, cioè, arrivano da altre zone del mondo per mezzo dell'umanità: sono le persone che le hanno importate, probabilmente come animali da compagnia e poi li hanno liberati in natura, dove hanno trovato un nuovo habitat.

Ma quando arrivati a Roma e come hanno fatto a diffondersi? E quali prospettive si aprono per le città colonizzate da così tanti esemplari? Ha risposto a questa e ad altre domande il professor Bruno Cigni, docente di Conservazione e Gestione della Fauna Urbana all'Università degli Studi di Tor Vergata.

Da anni Roma è invasa dai parrocchetti, una specie di pappagallini verdi molto rumorosi. 

Ogni volta che mi trovo a dover parlare dei parrocchetti una precisazione è d'obbligo: non appartengono a una, ma a due specie diverse, anche se spesso le persone le non non li distinguono. Entrambe le specie sono verdi e hanno più o meno lo stesso comportamento, sono vocifere quando si spostano da un posto all'altro: hanno un volo molto dritto e veloce, ma entrambe sono sociali e gregarie, utilizzano molto la vocalizzazione per restare uniti.

È anche per questo forse che è difficile non notarli.

Esatto. I gruppetti da anche 10 o 15 individui possono emettere versi abbastanza forti in volo, per restare uniti. Molte persone pensano che si tratti di pappagallini e che si tratti di un'unica specie. Invece alcuni sono parrocchetti monaci, altri parrocchetti dal collare.

Quali sono le differenze fra le due specie?

Il parrocchetto monaco è leggermente più piccolino, di 32-33 cm, con una coda molto meno affusolata ed è riconoscibile perché ha il petto, la gola e la fronte grigia che ricorda il saio dei monaci. Il parrocchetto dal collare, invece, è tutto verde ma con delle sfumature un po' bluastre sotto la coda. Al posto delle chiazze grigie, gli esemplari maschi hanno un collarino. È un po' più lungo, arriva fino a 40 centimetri e ha il becco rosso. Il verso sembra simile, ma l'orecchio esperto può tranquillamente riconoscerli.

Sono specie alloctone, da dove arrivano?

I parrocchetti monaci sono originari del Sud America, quelli dal collare, invece, arrivano dalla parte centro-settentrionale dell'Africa e dell'Asia. Come successo anche per i pappagallini ondulati, potrebbero essere arrivati nel nostro Paese come animali da compagnia e tenuti in casa. Poi per qualche motivo hanno riacquistato la libertà. Essendo entrambe delle specie molto adattabili, gli esemplari sono riusciti a resistere anche quando gli inverni erano molto molto freddi, hanno trovato comunque un ambiente adatto e si sono adattati, si sono inurbati.

Questo processo quando ha avuto inizio, quando sono arrivati a Roma?

Le prime segnalazioni risalgono alla fine degli anni Settanta. Personalmente, il primo esemplare di parrocchetto dal collare l'ho avvistato intorno al 1977, nello stesso anno altri colleghi hanno svolto degli studi sugli esemplari a Villa Pamphili. A poco a poco esemplari maschi e femmine si sono ritrovati e riprodotti. E da qui è iniziata la colonizzazione dell'ambiente urbano, dove sono maggiormente diffusi.

Solo a Roma?

No, prima erano anche a Genova. Possiamo dire che principalmente si trovano nel Lazio, a Roma soprattutto, Campania e in alcune città della della Puglia. Alcune popolazioni isolate sono in Lombardia, a Milano. Altre arrivano a Cuneo e nella Pianura Padana.

Come è avvenuta la loro diffusione, come sono arrivati qui dagli altri continenti?

Come spesso accade, sono state le persone a portarle qui. I primi parrocchetti dal collare a Villa Pamphilj sono arrivati negli anni Settanta e negli anni sono riusciti a colonizzare. La storia di come si sono diffusi i primi parrocchetti monaci, invece, è più particolare. Nel parco della Caffarella, nel parco della Pianticchia, negli anni Ottanta c'era un imprenditore che vendeva magliette economiche importate dall'Estero, Balloon, e lì vicino c'era una grande voliera con dentro una cinquantina di parrocchetti monaci che vivevano in una sorta di semilibertà: avevano il cibo e potevano uscire, ma ogni notte rientravano autonomamente nella voliera.

Cosa è cambiato?

Quando il negozio ha fallito, invece di prendersi cura degli animali, li ha lasciati lì, con la voliera aperta e se ne è andato. E in non molto tempo questi esemplari di una specie così adattabile, intelligente e resistente, accoppiandosi, sono riusciti a popolare l'intera zona della Caffarella.

Cosa comporta la loro presenza oggi?

Come tutte le specie alloctone rischia di mettere in difficoltà le specie autoctone, cacciate via dai loro nidi. Il parrocchetto monaco, infatti, costruisce un suo nido intrecciando dei rametti. Dalla Caffarella si sono spostati nella zona della Caffarelletta, nel Parco dell'Appia e dell'Appia Latina. I parrocchetti monaci sceglievano sempre il cedro del Libano come albero per nidificare poi hanno iniziato a colonizzae gli altri, sui quale hanno iniziato a formarsi dei veri e propri nidi condominiali.

E il parrocchetto dal collare?

Lui è quello che crea i disagi più grandi, perché nidifica all'interno delle cavità già preesistenti: di fatto hanno scacciato tutte le specie nostrane che utilizzavano quelle cavità come gli storni,  le cinciarelle, le cinciallegre, i picchi. Ora si stanno spostando ancora, colonizzando anche le cavità artificiali, degli edifici, come quelle che ospitano le tapparelle alle finestre. O, ancora, il Colosseo: oggi tutte le cavità sono occupate dai parrocchetti.

Oltre a essere nocivo per le specie autoctone, quali sono i rischi della presenza dei parrocchetti a Roma?

Entrambe le specie mangiano vegetali, germogli, rametti, frutti. Vanno a mangiare nei parchi, negli orti. Dal centro città a poco a poco si stanno spostando verso le zone limitrofe, in campagna. Si stanno spostando nelle zone più esterne nella campagna romana, verso tutta la zona di Maccarese, dove ci sono molte coltivazioni: è lì che l'arrivo dei parrocchetti può creare maggiori problemi. Una volta che si instaura in una zona è difficile mandarlo via. Ci abbiamo provato a Roma, con l'amministrazione comunale, quando abbiamo provato a liberare un albero, grosso dormitorio di parrocchetti, in via Andrea Doria, spostando gli esemplari.

Come siete riusciti ad allontanarli?

Siamo riusciti a spostarli provando ad infastidirli, disturbandoli con delle luci, ma stiamo ancora sperimentando. Sicuramente, se dovessero continuare ad espandersi diventando un problema, dovranno essere le istituzioni a prendere le redini della situazioni, dopo un confronto con associazioni e animalisti. Le amministrazioni comunali e regionali e, prima ancora, l'Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. E, stando alla situazione attuale, non sembra che possa accedere in un futuro così lontano.

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