Erika Squillace morta in Egitto, la mamma: “Urlavo di portarla in ospedale, ma il marito non ha voluto”

"Voglio sapere perché il marito di mia figlia non ha voluto portarla in ospedale e, se ci sono colpevoli per la sua morte, che paghino". A parlare intervistata da Fanpage.it è Tiziana Quattrocchi, la mamma di Erika Squillace, la ventisettenne di Mentana in provincia di Roma morta in Egitto dopo un farmaco iniettato in casa ad agosto 2025. Sul caso la Procura della Repubblica di Roma ha aperto un'inchiesta per omicidio colposo. Un'indagine partita dalla denuncia dei genitori nei confronti del marito trentunenne. "Erika non ce la darà mai indietro nessuno, ma vogliamo verità e giustizia".
"Erika avvelenata da un farmaco iniettato in dose massiccia"
La testata online ilTerritorio.net ha raccontato per prima la storia di Erika Squillace, ad assistere i genitori nel percorso giudiziario è l'avvocato Daniele Sacra. Trascorsi alcuni mesi dal rimpatrio in Italia, dai funerali e dalla sepoltura, la salma della ventisettenne è stata riesumata ed è in corso l'autopsia al Policlinico Agostino Gemelli di Roma; i genitori hanno nominato un medico legale per seguire la procedura.
"Dai risultati degli esami autoptici mi aspetto che emerga che Erika sia stata avvelenata da una dose massiccia di un farmaco, che in Italia viene somministrato solo da personale medico, in una struttura ospedaliera e sotto sorveglianza". La salma di Erika in Egitto è stata sequestrata e avvolta in un lenzuolo, spiega la mamma: "In un primo momento ho avuto il dubbio che il corpo che ci avevano dato non fosse il suo, perché non l'abbiamo visto. Il nostro medico legale ha accertato che i tatuaggi corrispondono ai suoi, ma non è ancora arrivata la conferma del DNA".
"Quando siamo partite per l'Egitto stava bene"
Erika Squillace aveva alle spalle un precedente matrimonio, ha conosciuto il trentunenne che lavorava in una pizzera e l'ha presentato ai suoi genitori. "Ricordo che dopo non molto tempo già parlavano di matrimonio, ho percepito come se ci fosse della fretta nello sposarsi e mi sono chiesta perché. Comunque il matrimonio c'è stato, era indipendente, aveva un carattere forte, lavorava e si era comprata casa. Se si metteva in testa di fare una cosa la faceva e si sarebbe sposata anche se io e suo padre non fossimo stati d'accordo. Erika era molto innamorata". Dieci giorni prima di sposarsi si è sentita male: "Sono andata a casa sua, l'ho presa e portata in ospedale, dove l'hanno operata d'urgenza per una gravidanza extrauterina, asportandole una tuba. Nonostante le dicessi di aspettare, di rimandare il matrimonio, ha voluto sposarsi lo stesso".
Nei mesi successivi, spiega Tiziana, il marito era molto premuroso e attento, faceva le faccende domestiche, le preparava da mangiare quando rientrava a casa da lavoro. Un comportamento cambiato in Egitto, quando, a dire di Tiziana, avrebbe cominciato a imporre le sue decisioni intransigenti sulla salute di sua moglie. Dopo il matrimonio Erika e il marito avevano infatti in programma un viaggio in Egitto, ma sua madre ha deciso di lasciarla da sola e di partire con loro. Prima della partenza Erika si è sottoposta a delle ecografie, perché aveva valori compatibili con quelli di una gravidanza. Gli esiti delle ecografie fatte sia dal suo ginecologo privato che all'ospedale Villa San Pietro non erano chiari, sarebbe dovuta tornare successivamente per sottoporsi a nuovi esami. Ma non c'erano controindicazioni al viaggio. "Quando siamo partite per l'Egitto Erika stava bene".
"Perché la fretta di farle iniettare il farmaco?"
Il quinto giorno in Egitto il trentunenne ha portato Erika e sua madre da un ginecologo privato nella città di Tanta. "Non abbiamo capito nulla di quanto si dicevano tra loro, perché parlavano in Arabo. Ci è stato detto che il dottore non riusciva a vedere nulla dall'ecografia, che poteva trattarsi di una gravidanza isterica e che dove essere somministrata un'iniezione di Methotrexat Ebewe, per far tornare il ciclo. Mi sono subito opposta, mia figlia stava bene non capivo il motivo di così tanta fretta, avrebbe potuto aspettare il ritorno in Italia. Ma il marito ha insitito affinché facesse l'iniezione, così si è procurato il farmaco, non so dove sinceramente.
Farmaco che le è stato somministrato in casa da una ragazza per niente sicura di ciò che stesse facendo". Erika dal giorno dopo ha cominciato a stare male "aveva labbra e collo gonfi e la pelle squamata. Ho detto al marito dobbiamo andare in ospedale, perché sta avendo una reazione al farmaco. Lui mi rispondeva non ti preoccupare, il dottore ha detto che domani starà bene". Con il passare dei giorni Erika ha altre reazioni violente "vomito verde, il suo corpo era avvelenato". Ho continuato ad insistere, che Erika era grave e doveva essere portata subito in ospedale, ero in contatto con il padre che stava per raggiungerci in Egitto". Le condizioni di Erika sono progressivamente peggiorate con il passare dei giorni, fino a quando il marito si è convinto a farle fare una visita, in un posto che però non era un ospedale, ma una sorta centro analisi.
"Erika è caduta caduto sopra a me, siamo cadute entrambe in mezzo alla strada. Da questo centro è uscito del personale per dirci che non potevano soccorrerla perché non era un ospedale, mi sono messa ad urlare. Così è arrivata un'ambulanza, che l'ha portata in ospedale, dov'è arrivata in condizioni gravissime: aveva la pelle squamata, era gonfia, le usciva il sangue dalle orecchie, la sua gola stava per chiudersi. È stata subito ricoverata subito in terapia intensiva, ma era troppo tardi: è entrata in coma ed è morta".
"Nessun interprete dal Consolato italiano in Egitto"
La mamma di Erika Squillace ha spiegato come lei e il marito si sono trovati soli in un Paese estero a gestire la vicenda che ha riguardato al morte della loro figlia. "Non ci è stato messo a disposizione alcun interprete, siamo stati portati in Questura e poi in Procura e ci parlavano in Arabo. Non capivamo nulla, abbiamo dovuto comunicare col traduttore del telefono. Abbiamo lottato per riportare la salma a casa, il marito non voleva lasciarcela.
Siamo rientrati in Italia a nostre spese: alberghi, spostamenti, voli. Così come è stato pagato da noi il rientro della salma. Il marito di Erika è stato obbligato a rimanere in Egitto perché aveva un procedimento aperto. È tornato in Italia tra fine ottobre e inizio novembre del 2025 con un permesso turistico di 90 giorni.
Tiziana subito dopo la morte di Erika ha custodito il suo telefonino e lo ha consegnato agli investigatori in Italia, che esamineranno le chat intercorse tra i coniugi. "Lui lo cercava disperatamente, perché sapeva che ci sono le loro conversazioni. Lei gli scriveva se non cambi ti lascio, non le permetteva di uscire né di vedere le sue amiche". Ora spetta alla Procura di Roma far luce sulla vicenda.