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La morte dell'ultras Fabrizio Piscitelli a Roma

Diabolik ucciso al parco degli Acquedotti: confermato carcere a vita per Calderon, ma non fu mafia

Confermata la condanna all’ergastolo per Raul Esteban Calderon per l’omicidio di Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik. Confermate l’escusione del metodo mafioso e l’assoluzione di Leandro Bennato.
A cura di Alessia Rabbai
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Raul Esteban Calderon (La Presse)
Raul Esteban Calderon (La Presse)
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La Corte d'Assise d'Appello di Roma ha confermato la condanna alla pena dell'ergastolo per Raul Esteban Calderon, al secolo Gustavo Alejandro Musumeci. Calderon, difeso dall'avvocata Nicla Moiraghi, è a processo per l'omicidio di Fabrizio Piscitelli. L'ultras della Ss Lazio e capo degli Irriducibili, conosciuto come Diabolik è stato ucciso con un colpo di pistola alla testa nel Parco degli Acquedotti a Roma il 7 agosto 2019. Confermata l'esclusione del metodo mafioso, aggravante già caduta in primo grado. Presente in aula anche il sostituto procuratore della direzione distrettuale antimafia di Roma Francesco Cascini.

Confermata l'assoluzione di Leandro Bennato

Leandro Bennato
Leandro Bennato

Nell'udienza è stata confermata anche l'assoluzione di Leandro Bennato. Gli inquirenti inizialmente hanno indicato Bennato come uno dei possibili mandanti dell’omicidio di Diabolik, ma è stato appunto assolto sia in primo grado sia in appello. La procura generale della Corte d'Appello di Roma aveva chiesto per Calderon la conferma della condanna ricevuta in primo grado e che venisse riconosciuto il metodo mafioso.

Calderon condannato all'ergastolo già in primo grado

Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik
Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik

Per l'omicidio di Fabrizio Piscitelli Raul Esteban Calderon è già stato condannato all'ergastolo in primo grado il 25 marzo del 2025. Per i giudici è lui l'uomo che ha premuto il grilletto uccidendo l'ex leader degli Irriducibili. Calderon, arrestato nel 2021 si è sempre dichiarato estraneo ai fatti dei quali viene accusato, ma contro di lui ci sono la testimonianza della ex compagna e un video che ha ripreso la scena dell'omicidio.

I giudici della Terza Corte di Assise di Roma non hanno però riconosciuto l'aggravante mafiosa. A richiederla la Procura della Repubblica che ha condotto le indagini, con i pubblici ministeri Mario Palazzi, Rita Ceraso e lo stesso sostituto procuratore della direzione distrettuale antimafia Cascini. È proprio su questo elemento avevano che hanno presentato il ricorso in secondo grado. Ora si attendono le motivazioni della sentenza di secondo grado e il verdetto della Cassazione.

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