Alina, madre di tre figli: “Segnalata ai servizi sociali dalle forze dell’ordine dopo proteste per Gaza”

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"Sono andata a manifestare a Roma, lontano dalla mia città, sotto a Montecitorio per la Palestina e la Global Sumud Flotilla, lasciando i miei tre figli a casa con il padre. Due settimane dopo sono arrivati i servizi sociali a casa. Pensavano che volessi abbandonarli". A parlare a Fanpage.it è Alina, un'attivista di Ultima Generazione di 36 anni che ha deciso di raccontare la sua storia soltanto qualche mese dopo i fatti. "Ho prima preferito aspettare che si chiudesse la vicenda per evitare ripercussioni sui miei ragazzi", sottolinea.
La protesta lo scorso autunno
Alina ha 36 e tre figli di 18, 14 e 12 anni e mezzo. Lo scorso autunno, dalla città in cui vive con la sua famiglia, è venuta a Roma per protestare insieme alle attiviste di Ultima Generazione. "Fra il 20 settembre e il 4 ottobre del 2025 abbiamo iniziato uno sciopero della fame chiedendo allo Stato italiano il riconoscimento del genocidio del popolo palestinese e chiedendo protezione per la Flotilla che era in viaggio proprio in quel periodo", spiega Alina a Fanpage.it.
"In questi 15 giorni, ci siamo recate diverse volte a Montecitorio portando con noi soltanto una bandiera della Palestina e un cartello che abbiamo messo al collo dove, per tutto il periodo della protesta, nero su bianco, abbiamo tenuto scritto a quale giorno di sciopero eravamo arrivate". Nonostante la protesta non violenta, che caratterizza da anni gli e le attiviste di Ultima Generazione, le persone in sciopero sono state portate in questura. "Siamo state trascinate via tantissime volte, denunciate, lasciate per ore in questura, ci hanno preso le impronte e fatto foto segnaletiche – spiega – Noi eravamo ferme, senza fare niente, senza creare scompiglio".
"Sono scesa in piazza a protestare e mi hanno chiamato i servizi sociali"
Dopo 15 giorni è stato interrotto lo sciopero della fame e le attiviste sono tornate a casa. "Dopo un paio di settimane mi è arrivata la telefonata dei servizi sociali: mi comunicavano che mi sarei dovuta presentare per un colloquio con loro, senza darmi ulteriori spiegazioni – ricorda – Ho preso immediatamente appuntamento per il primo giorno utile, quello dopo: una chiamata del genere non è facile da gestire a livello emotivo e volevo sapere subito per quale motivo mi avessero chiamata".

La preoccupazione di Alina è andata immediatamente ai tre figli. Ed è proprio per loro che è scattata la chiamata. "I servizi sociali hanno ricevuto una segnalazione dalle forze dell'ordine di Roma. Per questo mi hanno chiamata a colloquio. Avevano paura che avessi abbandonati i miei figli per andare a manifestare nella Capitale. Ma loro hanno anche un padre e nel periodo in cui ero a Roma è con lui che sono rimasti".
Il colloquio con i servizi sociali: "Pensavano avessi abbandonato i miei figli"
Nel frattempo, però, i controlli erano già scattati. "Mi hanno chiesto di tutto sulla mia famiglia. Hanno voluto conoscere i dettagli della separazione con mio marito, i nostri rapporti prima e dopo i figli, come è andata quando ci siamo lasciati. Hanno ascoltato anche lui. Poi mi hanno detto che erano andati già a parlare con le scuole – aggiunge – E questo per me è stato il tasto più dolente. Se sono andati a chiedere informazioni nelle scuole, dall'altra parte potrebbero aver pensato che ci siano problemi in famiglia. Ancora oggi il personale docente che è a contatto con i miei figli potrebbe non sapere il motivo per cui è stato interrogato dai servizi sociali".
Una preoccupazione a cui Alina non può non pensare. "Si va a toccare un ambito della vita di una persona che è quello più prezioso, quello della famiglia, quello emotivo. È proprio per la mia famiglia che io faccio quello che faccio, provando a coltivare veramente anche soltanto un semino di cambiamento perché davvero non si può vivere più in questo mondo. Sono stata toccata nel mio punto più debole".
L'esito dei controlli degli assistenti sociali
Dagli accertamenti dei servizi sociali, però, non è emerso alcun dettaglio che richiedesse una maggiore attenzione alla famiglia. "Resta il fatto che sono intervenuti perché una donna era in piazza a protestare. E questo alza ulteriormente l'asticella della repressione. Hanno visto che non ci scoraggiamo e adesso stanno passando, secondo me, ad un altro tipo di attacco nei confronti della persona che va in piazza a manifestare – dice fermamente – Non ho commesso alcun illecito, erano con il padre. Una dei tre è maggiorenne, l'altro ha più di quattordici anni. Il terzo dodici e mezzo. E comunque non era solo".
Alina non ha mai nascosto il suo impegno politico e da attivista ai figli. "Quando faccio un'azione, partecipo a una manifestazione, loro comunque sanno che io lo faccio, sanno che può comportare dei rischi legali. Ma soprattutto sanno perché lo faccio", spiega. "Ma mai come stavolta mi sono sentita veramente attaccata, sotto accusa. Lo hanno fatto nel mio punto debole, la famiglia. Già come donna mi sento messa in discussione in tutti gli ambiti della vita. Come mamma ancora peggio. Mi avrebbero dovuto proteggere come cittadina e come persona. Ho provato un senso di delusione, di sfiducia, di sconforto. Nonostante questo, non fermeranno la mia vita politica e di attivista. Anzi, questo comportamento è servito a rafforzare il mio impegno. Anche se, da parte loro, è stato come sparare a una mosca con un cannone".
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