La tensione tra Ucraina e Russia resta alta, ma dopo le ultime dichiarazioni del presidente russo Vladimir Putin secondo cui “per ora non serve” un intervento miliare russo in Ucraina pur ritenendo un “colpo di stato” la defenestrazione dell’ex presidente (filo-russo) Viktor Yanucovich, che resta per Putin il presidente “legittimo” ma “non ha un avvenire politico”, i mercati finanziari di tutto il mondo sono tornati a sorridere, con borse in ripresa e quotazioni di “beni rifugio” come oro, argento, petrolio e titoli di stato in calo per l’ennesimo rapido spostamento della liquidità dall’una all’altra classe di asset. Non avendo ancora ricevuto il dono della preveggenza non sono in grado di dire come finirà la vicenda ma dai numerosi report che si sono accumulati sulla mia scrivania in queste ore mi sembra che i colleghi operanti per banche d’affari e broker non ritengano probabile che Putin opti alla fine per una “riconquista” dei territori ceduti in piena era sovietica (nel 1954) dalla Russia all’Ucraina attraverso un’invasione vera e propria.

Secondo gli uomini di Credit Suisse, ad esempio (che sulla Russia suggeriscono da tempo di rimanere sotto pesati, ovvero di destinare a titoli russi un peso percentuale non superiore al 50% di quello che è il peso di tali asset sugli indici azionari dei paesi emergenti), Putin punta sicuramente a ottenere qualcosa, che potrà andare da una qualche concessione territoriale e/o amministrativa sulla Crimea sino alla completa riannessione dei territori ceduti nel 1954, ma quest’ultima ipotesi è la meno probabile. In ogni caso, osservano gli esperti, la Russia (le cui banche sarebbero esposte per 28 miliardi di dollari verso l’Ucraina) sembra preparata alla reazione occidentale, che già nel 2008 dopo l’invasione dell’Ossezia del Sud fu relativamente modesta e di breve durata.

Ulteriore motivo per cui i mercati stanno rapidamente recuperando terreno è che, a differenza che nel 2006, la “minaccia” russa di tagliare le esportazioni petrolifere (o di eliminare lo sconto che finora ha consentito all’Ucraina di pagare solo 268,5 dollari ogni mille metri cubi anziché 400 dollari) è ormai in buona parte neutralizzata perchè, grazie anche ad uno degli inverni più miti degli ultimi anni e a una domanda di gas naturale non esuberante da parte dell’industria energetica (complice la congiuntura economica), l’Europa ha scorte in abbondanza. Secondo i dati di Gas Infrastructure Europe, anzi, gli impianti di stoccaggio di gas naturale del vecchio continente il primo marzo erano pieni al 49%, equivalente a circa un mese e mezzo di importazioni dai gasdotti che passano per l’Ucraina.

Ma chi rischia di più, nei riguardi dell’Ucraina ? A livello di aziende in Italia sono tre i nomi che vengono subito in mente: Buzzi Unicem, che in Ucraina realizza il 10% del fatturato e il 20% del margine operativo lordo, Unicredit, presente con una controllata (nata nel luglio dello scorso anno dalla fusione di Ukrsotsbank e Unicredit Bank Ukraine) cui fanno capo  435 filiali, 6.200 dipendenti e circa 3,3 miliardi di euro di patrimonio ed Eni, dall’anno scorso impegnata nell’esplorazione di nuovi giacimenti di petrolio e gas nel Mar Nero ucraino, ma presente già da anni attraverso le licenze Zagoryanska e Pokroskoe, e al controllo (50,01%) di Llc Westgasinvest,cui fanno capo i diritti di esplorazione e sfruttamento su nove giacimenti di gas del bacino di Lviv, in Ucraina occidentale.

L’Italia, con la Germania, è però esposta anche nei confronti della Russia per il tramite di due importanti progetti infrastrutturali: il gasdotto Nord Stream che passando per il Mar Baltico porta il gas di Gazprom direttamente a Lubmin, nella Germania del Nord, e da qui, dal 2011, lo instrada in tutta Europa, e il gemello South Stream, tuttora in fase di realizzazione (dovrebbe essere portato a termine entro la fine del prossimo anno), che porterà il gas russo direttamente in Bulgaria e da qui si dirama verso la Grecia e l’Italia a Sud e verso la Serbia, l’Ungheria, la Sloenia e l’Austria a Nord, evitando di passare proprio per l’Ucraina e che coinvolge Eni, una delle poche multinazionali italiane in grado di crescere all'estero e di non finire preda di concorrenti internazionali.

Due progetti entrambi sensibili e che giustificano la prudenza di Roma e Berlino: la Germania sembra rischiare più nei confronti dalla Russia, cui fanno capo circa il 40% delle importazioni di gas e il 35% di quelle di petrolio e verso cui le imprese tedesche sono esposte per 22 miliardi di dollari, ma guarda all’Ucraina (verso cui le banche erano esposte, a fine settembre scorso, per circa un miliardo di dollari) per estendere la propria influenza economica nell’Est Europa. Al contrario l’Italia è altrettanto legata a Mosca ma sembra più esposta verso Kiev: le banche italiane a fine settembre scorso avevano in essere 5 miliardi di euro di finanziamenti verso imprese impegnate in Ucraina, il secondo dato più elevato in Europa dopo l’Austria, esposta per 7 miliardi.

L’uscita di Intesa Sanpaolo dall’Ucraina con la vendita, a fine gennaio, per 74 milioni di euro della controllata Pravex Bank (acquistata nel 2008 per 490 milioni) a CentraGas holding, società che fa capo al DF Group dell’oligarca Dmitry Firtash (diventato un magnate del gas con interessi in industrie minerarie, televisive, chimiche e sportive), cui fa capo anche Nadra Bank, istituto quasi fallito nel 2009, ha peraltro di certo ridotto questa esposizione prima dell’esplodere della crisi, per cui anche Roma nel complesso sembra doversi rassegnare a operare di "realpolitik" e a cercare di non rompere i ponti con Mosca.

Del resto l’Ucraina e in particolare la Crimea, a partire dal porto di Sebastopoli, sede della flotta militare russa del Mare del Nord (forte di una sessantina di unità e 11 mila uomini, per cui si ipotizza un referendum “autonomista” favorevole a Mosca) è un ginepraio di conflitti (d’interesse e militari) da almeno un paio di secoli. Prima di invocare un intervento “umanitario” degli Stati Uniti o della Ue o di criticare “l’evanescenza politica” di quest’ultima ogni “anima bella” farebbe forse meglio farsi una domanda: posto che le guerre civili, striscianti o esplicite che siano, sono una gran brutta cosa per le devastazioni che portano, voi mandereste vostro figlio a rischiare di prendersi una pallottola in fronte per “salvare” l’Ucraina dal rischio di una “secessione” spontanea o forzata che sia della Crimea?

Quella stessa Ucraina che poteva forse entrare nella Ue nel 2013 ma decise di sospendere i negoziati avviati fin dal 2007 non essendo riuscita ad ottenere quelle compensazioni economiche che lo stesso Yanucovich stimava pari ad “almeno 160 miliardi di dollari” ancora a fine dicembre? Quell’Ucraina da cui poi, inevitabilmente, potrebbero giungere flussi migratori e maggiore concorrenza alle imprese italiane a colpi di basso costo della manodopera? Quell’Ucraina verso cui, ripetiamo, la Russia è esposta per 28 miliardi di dollari, la Germania per 22 miliardi, l’Austria per 7 miliardi, l’Italia per 5 o meno? Io non essendo un'anima bella ma un freddo analista finanziario so come risponderei alla domanda, voi pensateci.