Vicesindaco condannato per violenza sessuale vota per se stesso e salva la poltrona: il caso nel teramano

Cinque anni di carcere per violenza sessuale, ma nessun passo indietro dal suo incarico pubblico. A Montorio al Vomano, in provincia di Teramo, la sentenza che alla fine dello scorso novembre ha condannato il ginecologo Francesco Ciarrocchi a cinque anni di reclusione per gli abusi commessi su una giovanissima paziente scuote la comunità, ma non la giunta comunale di centrodestra: Ciarrocchi, che della cittadina abruzzese è anche assessore e vicesindaco, resta al suo posto, con il sostegno del sindaco e della maggioranza consiliare che ieri ha respinto – 7 a 6 – una mozione presentata dall'opposizione che chiedeva al medico un passo indietro. Quel passo indietro non c'è stato e decisivo è stato proprio un voto di Ciarrocchi, che in questo modo ha salvato il suo posto.
La condanna in primo grado emessa a novembre dal Tribunale di Teramo riguarda fatti avvenuti nel 2020 ai danni di una ragazza allora diciannovenne. Nonostante il pesante verdetto, Ciarrocchi non ha rassegnato le dimissioni e il primo cittadino Fabio Altitonante (in passato anche consigliere e Sottosegretario di Regione Lombardia) ha dichiarato di non volerle chiedere, ribadendo la fiducia politica e personale nel proprio assessore. Una scelta che ha trasformato una delicata vicenda giudiziaria in un caso politico e istituzionale, alimentando proteste, prese di posizione e accuse di ipocrisia. Il 25 novembre, pochi giorni dopo la sentenza di condanna a Ciarrocchi, l'intera giunta comunale era infatti impegnata nelle celebrazioni della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne.
Il processo e la sentenza a carico del ginecologo
Il procedimento penale si è concluso in primo grado con una condanna a cinque anni di reclusione per violenza sessuale, a fronte dei sette anni richiesti dalla Procura di Teramo. Ma facciamo un passo indietro. I fatti risalgono al 2020 e riguardano una giovane, allora diciannovenne, che aveva denunciato di aver subito atti sessuali durante una visita ginecologica. Una vicenda che, fin dall’inizio, aveva presentato elementi di particolare delicatezza legati al rapporto medico-paziente.
La ragazza faceva parte del comitato elettorale che sosteneva Francesco Ciarrocchi e la lista di centrodestra durante la campagna amministrativa del 2020 a Montorio al Vomano. Una giovane impegnata come volontaria politica che, come emerso in dibattimento, aveva accettato di svolgere un lavoro di segreteria nello studio del ginecologo per guadagnare un po' di denaro in vista dell’inizio degli studi universitari.
Secondo la ricostruzione accolta dal tribunale, la collaborazione era iniziata in modo informale e, nel corso di quel periodo, Ciarrocchi aveva ripetutamente proposto alla ragazza di sottoporsi a una visita ginecologica. La giovane dapprima aveva rifiutato, poi accettato. Spiega a Fanpage.it l’avvocata della vittima, Monica Passamonti: "La visita iniziò in modo del tutto normale, ma la situazione cambiò improvvisamente quando la mia assistita confidò al medico alcuni problemi di natura intima con il suo partner. A quel punto venne masturbata senza alcun consenso".
Il cuore del processo è stato proprio l’assenza di consenso. Quanto accaduto, secondo l'avvocata Passamonti, non può essere in alcun modo ricondotto a una procedura medica. "La mia assistita subì una pratica sessuale dal medico senza spiegazioni preventive, senza consenso e senza alcuna necessità clinica". Un comportamento che, per l'accusa, prefigurava il reato di "violenza sessuale".
Non solo: l’avvocata Monica Passamonti ha richiamato anche un ulteriore elemento emerso nel corso dell’istruttoria, relativo al riferimento a contenuti pornografici online. "È emerso che Ciarrocchi le voleva anche mostrare un filmino porno durante la visita", ha spiegato, precisando che l’imputato ha poi tentato di ridimensionare l’episodio sostenendo "di non averle fatto vedere un video, ma di aver messo solo la schermata su YouPorn". Per Passamonti, anche questo passaggio contribuisce a dimostrare come la visita si fosse ormai collocata "fuori da qualsiasi contesto medico" e rafforza il quadro di una condotta priva di consenso.
La difesa di Ciarrocchi: "Normali pratiche mediche"
La difesa dell’imputato ha sempre sostenuto che si trattasse di "pratiche mediche lecite". Una tesi che però non ha convinto né la procura né il collegio giudicante. "Quelle sono manovre che un medico non può fare fare; come minimo, avrebbe dovuto spiegarle prima alla paziente e ottenere il suo esplicito via libera", ha ricordato l’avvocata Passamonti, sottolineando come nel caso della giovane quell’autorizzazione non sia mai stata data.
Ma non solo. Nel corso del processo sono state ascoltate anche altre due donne che hanno riferito episodi analoghi, risalenti a molti anni prima e ormai prescritti. Testimonianze che, pur non avendo rilievo penale diretto, sono state ritenute attendibili dai giudici nelle fasi cautelari. "Non avevano motivo di calunniare Ciarrocchi", ha osservato Passamonti, spiegando come quei racconti abbiano contribuito a delineare un quadro coerente con le accuse rivolte al ginecologo dalla sua assistita.
Secondo l’avvocata Passamonti, la linea difensiva del dottor Ciarrocchi si è concentrata in larga parte sul tentativo di mettere in discussione la credibilità della persona offesa, attraverso l’audizione di numerosi testimoni chiamati a delegittimarla. Un’impostazione che, ha sottolineato la legale, non ha trovato riscontro nelle valutazioni dei giudici. "Di fatto c’è stato quasi un processo alla vittima", ha spiegato, ricordando come lo stesso Tribunale del Riesame abbia evidenziato che l’unica strategia difensiva fosse quella di screditare la denunciante, senza apportare elementi alternativi in grado di confutare la ricostruzione accusatoria.
Lo scorso novembre il collegio giudicante ha riconosciuto la responsabilità penale per violenza sessuale, pur irrogando una pena inferiore rispetto alla richiesta del pubblico ministero. Le motivazioni della sentenza sono attese nelle prossime settimane e saranno decisive in vista dell’appello già annunciato dalla difesa.
Ciarrocchi: "Dal mio assessorato non mi dimetto"
Nonostante la pesante condanna a cinque anni di reclusione, Francesco Ciarrocchi ha annunciato di non voler rinunciare ai suoi incarichi amministrativi. "Dal mio assessorato non mi dimetto, non ho fatto nulla", ha dichiarato pochi giorni dopo il verdetto. Una posizione immediatamente avallata anche dal sindaco di Montorio al Vomano, Fabio Altitonante, che ha parlato di una vicenda umanamente dolorosa per il suo assessore e ha ribadito la fiducia politica fino all’esaurimento di tutti i gradi di giudizio. Proprio per questo ieri il consiglio comunale ha bocciato la mozione della minoranza che chiedeva la revoca dell’incarico a Ciarrocchi: è finita 7 a 6, con un voto decisivo dello stesso ginecologo che, così, ha salvato la "poltrona".
La vicenda ha sollevato forti critiche, soprattutto per l’assenza in questi anni di qualsiasi riferimento pubblico alla vittima. Né il sindaco né l’amministrazione hanno espresso parole di solidarietà nei confronti della giovane, una scelta che ha alimentato l’accusa di indifferenza da parte delle istituzioni.
La protesta femminista e il caso politico
A questo proposito durissima è stata la reazione del collettivo femminista Malelingue, nato nel 2021 proprio sull’onda dell’indignazione suscitata da questa vicenda. "La vittimizzazione secondaria subita dalla donna dopo la denuncia, insieme alle numerose e immediate manifestazioni di solidarietà rivolte a Ciarrocchi da larga parte della comunità, ci fecero rabbrividire", hanno scritto nei giorni scorsi le attiviste, denunciando dinamiche che si ripetono sistematicamente nei casi di violenza di genere.
Per il collettivo, la permanenza di Ciarrocchi nel ruolo di vicesindaco rappresenta un messaggio politico e culturale grave. "Oggi, a confermare (in primo grado) quelle accuse, arriva una condanna a cinque anni di reclusione. Eppure tutto tace". Una scelta definita "vergognosa", che dimostrerebbe come anche di fronte a una pronuncia della magistratura continuino a prevalere logiche di potere, protezione e appartenenza.
Sulla stessa linea si collocano i consiglieri comunali di opposizione, che parlano di "una scelta politica grave e irresponsabile". Secondo loro, il garantismo e la presunzione d'innocenza non possono trasformarsi in una giustificazione per l’inerzia: "Non si tratta di negare le garanzie processuali, ma di tutelare la credibilità delle istituzioni". Particolarmente contestata è stata la partecipazione dello stesso Ciarrocchi al voto sulla mozione di sfiducia che lo riguardava direttamente, definita "un’anomalia procedurale" che investe l’intera maggioranza e il sindaco Altitonante.
Nel frattempo, a Montorio crescono i segnali di protesta: di recente sono comparsi cartelli sulla panchina rossa simbolo della lotta contro la violenza di genere, prese di posizione pubbliche di associazioni, movimenti e cittadine. Segni di una frattura profonda tra una parte della comunità e l’amministrazione comunale.
Il percorso giudiziario proseguirà nei prossimi gradi di giudizio, ma il caso politico nel frattempo è esploso. E pone una domanda che va oltre i confini della cittadina abruzzese: è opportuno che un vicesindaco condannato in primo grado per violenza sessuale su una diciannovenne rimanga al suo posto? E quale credibilità possono avere le istituzioni quando scelgono di difendere il proprio equilibrio interno di fronte a una condanna tanto grave, lasciando ancora una volta sole le vittime?