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Opinioni

Un Paese a cui interessano più le armi che la scuola è un Paese finito. Come l’Italia

Negli ultimi dieci anni la spesa per l’istruzione è diminuita, quella per gli armamenti è aumentata. E si parla di scuola solo per “favorire il turismo” o per lanciare crociate culturale. Basta saperlo: così un Paese muore.
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Immagine di repertorio.
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C’è un dato, su tutti, che racconta perfettamente in che situazione siamo.

Negli ultimi dieci anni la spesa per l’istruzione in Italia è diminuita, passando dal 4,3% del prodotto interno lordo al 3,9% del prodotto interno lordo. In Europa, in media, si spende per l’istruzione il 4,7% del PIL. E infatti siamo terzultimi per numero di persone nemmeno diplomate, dietro a Spagna e Portogallo. E penultimi per numero di laureati, dietro alla Romania. 

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Nel frattempo, nello stesso periodo, la spesa militare è passata dai 24 miliardi del 2010 ai 32 miliardi del 2023 e dovrebbe arrivare a circa 40 miliardi entro la fine del decennio per raggiungere gli obiettivi Nato del superamento della quota del 2% del PIL. Piccolo dettaglio: al nostro amico Donald Trump – quello che dice che siamo andati in Afghanistan a fare una vacanza “lontani dal fronte” – dovremmo aumentare la nostra spesa militare fino ad arrivare al 5% del PIL. Quindi, contati male, circa 20 miliardi circa in più di quanto spendiamo oggi in istruzione. E che magari finiremo per togliere proprio dal budget che oggi destiniamo all’istruzione.

È interessante che di questi dati non parli praticamente nessuno, dai banchi del governo. Che invece adorano parlare di scuola quando si tratta di intervenire sui programmi, di bloccare i corsi sull’affettività e di educazione sessuale, di cambiare i calendari scolastici per “favorire il turismo destagionalizzato” – l’ha detto davvero, ieri, la ministra Daniela Santanché -, di far cacciare gli esperti chiamati se parlano di Gaza senza contraddittorio, o di compilare liste di proscrizione contro gli insegnanti di sinistra, come pare abbiano fatti dei giovani vicini all’organizzazione studentesca di Fratelli d’Italia.

Nel frattempo, già l’abbiamo detto, e lo ripetiamo, nessuno parla di scuola quando si parla di criminalità giovanile o baby gang, nonostante il dato sulla dispersione e sull’abbandono scolastico in Italia sia al 10%, più alto di un punto rispetto alla media europea, e cresce fino a lambire il 25% quando si parla di giovani di seconda generazione. Un problema educativo diventa solo una questione di metal detector e pene da aumentare.

Prima ancora che di Trump, dell’ICE, della Groenlandia, dovremmo occuparci seriamente di questo. Perché è così, con la scuola, che si cambia un Paese.

Nel bene. O nel malissimo, come sta accadendo ora.

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Francesco Cancellato è direttore responsabile del giornale online Fanpage.it e membro del board of directors dell'European Journalism Centre. Dal dicembre 2014 al settembre 2019 è stato direttore del quotidiano online Linkiesta.it. È autore di “Fattore G. Perché i tedeschi hanno ragione” (UBE, 2016), “Né sfruttati né bamboccioni. Risolvere la questione generazionale per salvare l’Italia” (Egea, 2018) e “Il Muro.15 storie dalla fine della guerra fredda” (Egea, 2019) e"Nel continente nero, la destra alla conquista dell'Europa" (Rizzoli, 2024). Il suo ultimo libro è "Il nemico dentro. Caso Paragon, spie e metodi da regime nell'Italia di Giorgia Meloni" (Rizzoli, 2025)
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