Tutti gli aumenti in busta paga promessi dal governo Meloni con il decreto Primo maggio

Il nuovo decreto Primo maggio dovrebbe arrivare proprio in prossimità della festa dei lavoratori. Una bozza che Fanpage.it ha letto conferma molti provvedimenti già lanciati in via sperimentale con l'ultima legge di bilancio, che dal 2027 o dal 2028 diventerebbero stabili.
Tutto è mirato alle buste paga. Si va dagli sconti fiscali sui rinnovi di contratti, premi di produttività e straordinari, alla soglia dei fringe benefit detassati a 3mila euro. In più, una sezione del decreto è dedicata ai contratti collettivi: quando restano scaduti per più di sei mesi, si prevede un leggero aumento automatico dello stipendio per i dipendenti.
Questo decreto è uno dei due provvedimenti che, stando ad alcune indiscrezioni, il governo dovrebbe varare il Primo maggio (sul secondo non si sa ancora nulla). Proprio la premier Meloni aveva annunciato nei giorni scorsi un intervento che sarebbe arrivato per quella data. Formalmente è un decreto legislativo che mette in atto la legge delega sul salario minimo approvata dal Parlamento a settembre, ma in pratica è anche la mossa con cui l'esecutivo prova a rilanciarsi dopo lo scossone della sconfitta al referendum sulla giustizia e la crisi economica legata alla guerra. Il problema è che per molte delle misure promesse ancora non si sa dove andare a prendere i soldi.
Meno tasse sui premi di produttività
Buona parte del decreto consiste nella riproposizione di misure che il governo ha già sperimentato con l'ultima legge di bilancio, e che ora intende rendere stabili, senza bisogno di rinnovarle di anno in anno. Una di queste è la tassazione ridotta sui premi di produttività.
I premi di produttività o di risultato vengono pagati dalle aziende ai dipendenti che raggiungono un certo obiettivo; sono regolati dai contratti e dalle decisioni delle singole imprese. Il decreto prevede che dal 1° gennaio 2028 in poi i premi di produttività vengano tassati solamente all'1%, per importi fino a 5mila ero all'anno.
I lavoratori possono scegliere di "convertire" i loro premi di risultato in "prestazioni di welfare aziendale", si legge. Queste prestazioni sono del tutto esentasse, fino a 5mila euro all'anno. L'effetto, naturalmente, è che abbassando le imposte da pagare aumenta la somma netta che entra in busta paga.
Attualmente, la tassazione ridotta all'1% riguarda solo chi ha uno stipendio che vale fino a 80mila euro all'anno. Non è chiaro se questo limite rimarrebbe in vigore, dato che il testo del decreto non ne parla.
Sconto fiscale su straordinari e notturno in busta paga
Un'altra misura che viene confermata è lo sconto fiscale sulle somme pagate per straordinari, lavoro notturno e non solo. Dal 1° gennaio 2027 i soldi pagati per:
- lavoro notturno
- lavoro nei giorni festivi e di riposo
- indennità di turno
- lavoro straordinario
verranno tassati stabilmente solo al 15%. Non si applicheranno quindi le normali tasse (Irpef nazionale, regionale e comunale). La misura vale per le somme incassate fino a un tetto di 1.500 euro all'anno. Sono esclusi i dipendenti del settore del turismo e quelli della ristorazione.
In questo caso un paletto economico c'è. Lo sconto sulle tasse vale solo per chi ha un reddito da lavoro dipendente che non supera i 40mila euro all'anno.
Imposte ridotte sugli aumenti per i rinnovi di contratto
Confermata anche la tassazione ridotta sui rinnovi di contratto. Dal 1° gennaio 2027, per tutti i contratti che sono aggiornati dal 1° gennaio 2024 in poi, gli aumenti di stipendio dovuti al rinnovo sono tassati meno. Lo scopo è di "favorire l'adeguamento salariale al costo della vita", uno dei punti più dolenti per il governo Meloni.
Le somme extra incassate con un rinnovo di contratto subiranno una tassazione di appena il 5%. Potranno godere dello sconto solo i dipendenti del settore privato. In più, è necessario avere uno stipendio che non supera i 33mila euro all'anno.
Come per tutte le altre misure descritte finora, l'effetto dovrebbe vedersi in busta paga. Quando arriva un nuovo contratto, gli aumenti promessi saranno tassati meno, e così la somma netta incassata sarà più vicina a quella lorda.
Bonus fino a 3mila euro all'anno con i fringe benefit
Un'altra detassazione sugli stipendi, che però riguarda solo alcuni, ovvero i beneficiari di fringe benefit: quelle somme erogate come welfare aziendale che possono essere previste dai contratti oppure dipendere da decisioni del datore di lavoro. Possono andare a tutti i dipendenti, oppure solo ad alcune categorie. Insomma, non è detto che tutte le lavoratrici e i lavoratori ne godano.
In ogni caso, le somme erogate con fringe benefit saranno del tutto esentasse fino a un limite di 3mila euro all'anno. Non saranno proprio considerate nella dichiarazione dei redditi. Il ministero del Lavoro, più avanti, dovrà stabilire quali beni e servizi (al di là del denaro in sé) può rientrare in questa categoria e quindi essere erogato come fringe benefit senza tasse.
Sempre in tema di fringe benefits, il decreto prevede anche un beneficio per le aziende. Un credito d'imposta (ovvero uno sconto sulle tasse) pari al 20% delle somme erogate sotto forma di "welfare aziendale dedicato al sostegno della genitorialità, della natalità e dell'educazione dei figli". Ad esempio contributi per asili nido, libri scolastici, baby sitter, congedi parentali extra, borse di studio per i figli. Lo sconto per il datore di lavoro può valere fino a 2mila euro a dipendente.
Aumenti automatici di stipendio se il contratto collettivo non si rinnova
Una novità, che però promette di avere a sua volta un impatto sulle buste paga dei lavoratori, arriva per quanto riguarda i contratti collettivi nazionali, o Ccnl. Per garantire il "tempestivo rinnovo" dei contratti collettivi, che invece oggi spesso restano scaduti per anni senza aumenti, il governo mette in campo questa mossa: aumenti di stipendio automatici se il rinnovo tarda ad arrivare.
Suona promettente, anche se le somme in questione sono decisamente basse. Do sei mesi dalla scadenza del contratto, i dipendenti devono ricevere un aumento di stipendio provvisorio "pari al 30% del tasso di inflazione programmato". Ad esempio, se l'inflazione prevista per quell'anno è al 3%, l'aumento vale poco meno dell'1% dello stipendio.
Questo incremento si applica ai minimi contributivi contrattuali in vigore, e scatta dal primo giorno dei mese successivo alla scadenza. Se poi passa un anno intero senza rinnovo, l'aumento temporaneo si alza: il 60% dell'inflazione programmata. Non ci sono altri scalini previsti. Naturalmente, queste somme extra spariscono nel momento in cui il rinnovo del contratto effettivamente arriva e quindi scattano i nuovi stipendi.
Nella norma c'è anche una ‘punizione' per i sindacati. "Decorsi dodici mesi dalla scadenza del contratto collettivo nazionale di lavoro", si legge, "il contributo di assistenza contrattuale, ove previsto, non può essere riconosciuto".
Il contributo di assistenza contrattuale è una somma che serve proprio a finanziare gli enti che devono negoziare il nuovo contratto: le sigle sindacali, oppure i cosiddetti enti bilaterali che tengono dentro i rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro. Se il contratto è scaduto da più di un anno, quindi, basta sostegno economico ai sindacalisti e alle associazioni datoriali.