Se siamo liberi lo dobbiamo a Tina Anselmi. Se andiamo a votare, a pescare sul lago, se non facciamo l'alzabandiera ogni mattina e non abbiamo il sabato fascista.
Se siamo liberi è perché Tina Anselmi, di fronte alla morte, non scelse il rifugio della paura ma optò per i monti e la bicicletta. Questo è, non altro. E per questo, oggi, posso scrivere. E allora scrivo, in questo primo novembre un po' triste, per raccontarvi la storia della partigiana Tina Anselmi, che oggi molti ricordano come la prima donna ad aver ricoperto la carica di ministra della Repubblica; ma prima di quello, e più importante di quello, Tina Anselmi fu Gabriella la partigiana.

La storia inizia il 26 settembre 1944, Tina Anselmi frequenta l'istituto magistrale a Bassano del Grappa. I nazifascisti entrano a scuola e fanno uscire gli studenti perché oggi la lezione si fa all'aperto, dicono, e li portano ad assistere all'impiccagione di trentuno ragazzi come loro, uccisi per rappresaglia.
Tina torna in classe, parla con gli altri e si picchiano fra loro,, perché qualcuno sosteneva che l'impiccagione fosse giusta, quei trentuno in fondo avevano trasgredito la legge, e qualche altro diceva che no, quei trentuno con i fatti di armi non c'entravano, e poi ci sono leggi che è più giusto trasgredire che obbedire. E così si picchiarono fra compagni di classe, e quelli giusti si trovarono il pomeriggio e dissero: "Non è possibile che con questi fatti che accadono noi non facciamo niente". E allora iniziarono a fare tutto.

Tina Anselmi, con gli altri, faceva fuggire i ragazzi prigionieri, trasportati sui carri bestiame. Andavano di notte e facevano saltare i vagoni dei treni, così non c'erano più i mezzi per trasportarli, e i prigionieri diventavano troppi e fuggivano, o li rilasciavano.

Tina Anselmi prese il nome di Gabriella, e tutti la chiamavano così perché il nome vero era meglio non dirlo, nessuno doveva sapere, neanche i familiari. Tina divenne staffetta della brigata Battisti, poi passò al comando del corpo volontari della libertà.
Tina Anselmi faceva dai 100 ai 120 chilometri al giorno, in bicicletta. Finiva i copertoni delle ruote uno dopo l'altro. Nella sua brigata, scherzando, li chiamavano "i copertoni con le ernie", perché erano pieni di buchi. E alcuni partigiani avevano il compito di procurargliene di nuovi.
Era pericoloso fare la staffetta, portare le comunicazioni e le armi da un gruppo di partigiani all'altro. Una volta Gabriella la partigiana – cioè Tina – fu fermata da due ragazzi, che la bloccarono afferrandole la bicicletta per il manubrio. Lei impallidì, aveva la borsa con materiali che ai nazifascisti non facevano piacere, per usare un eufemismo. I due ragazzi le dissero di non preoccuparsi, le avrebbero solo preso i copertoni della bicicletta. Allora lei capì. Quelli erano due partigiani in missione per lei, per trovarle i copertoni nuovi; non si erano riconosciuti ma quando si riconobbero si sorrisero e Tina riacquistò il suo colore.

Era pericoloso essere staffetta, raccontava Tina Anselmi. Se ti prendevano dovevi sperare che ti uccidessero subito, perché altrimenti ti torturavano, come facevano con gli uomini, "ma per noi donne era peggio perché infierivano sul sesso".

"I contadini ci hanno sempre voluto bene", raccontava Tina Anselmi. "All'inizio erano un po' diffidenti ma poi hanno capito, ci hanno conosciuti".

Leggete le lettere dei condannati a morte, diceva Tina Anselmi. Leggetele. Non c'è odio, non c'è rivalsa. Noi abbiamo combattuto per conquistare la pace.
E non dobbiamo perdere la memoria, insisteva Tina Anselmi partigiana Gabriella, perché la storia si ripete. "E la memoria è l'arma pacifica che ci permette di non ripetere gli errori che ci hanno portato al fascismo".

Perché raccontiamo tutto questo? "Perché non deve più avvenire che un giovane ci rimproveri perché non abbiamo detto tutto quello che sapevamo".

Un grande abbraccio, cara Tina Anselmi che stanotte sei andata a ricostituir brigata fra le nuvole.