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Proteste in Iran

“Teheran spegne Internet per poterci uccidere nell’ombra”: la voce di chi è scappato dal regime iraniano

Nel pieno del blackout imposto dal regime iraniano, la voce della diaspora rompe il silenzio. Paran Tanzifi, giovane imprenditrice iraniana emigrata a Parigi, racconta a Fanpage.it la repressione in corso, la violenza nelle piazze e la paura di un massacro, mentre la crisi interna si intreccia a una tensione geopolitica sempre più esplicita.
Intervista a Paran Tanzifi
Imprenditrice iraniana, oggi residente a Parigi dopo aver abbandonato il Paese sette anni fa.
A cura di Francesca Moriero
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Le piazze attraversate da centinaia di migliaia di persone, le città isolate dal resto del mondo, le famiglie lasciate senza notizie dei propri cari compongono un unico scenario, in cui violenza interna e pressione internazionale si alimentano a vicenda. Mentre il regime stringe la morsa sul Paese, la crisi iraniana si espande infatti oltre i suoi confini, trasformandosi in un nodo geopolitico sempre più scoperto, dove le parole delle grandi potenze si sovrappongono, spesso senza toccarsi, alla realtà che si consuma sul terreno.

Da Washington, Donald Trump incita pubblicamente gli iraniani a "proseguire le manifestazioni" e a "prendere il controllo delle istituzioni", annunciando la cancellazione di tutti gli incontri con funzionari di Teheran e promettendo che "l'aiuto è in arrivo". Da Mosca la risposta arriva immediata e durissima: eventuali nuove minacce statunitensi vengono definite "inaccettabili", con l'avvertimento che un altro attacco avrebbe "conseguenze disastrose". Alle Nazioni Unite, intanto, la missione iraniana accusa gli Stati Uniti di perseguire apertamente un cambio di regime, parlando di una strategia costruita su sanzioni, minacce e destabilizzazione deliberata come preludio a un intervento militare. In questo quadro, il segretario di Stato Marco Rubio prova a smorzare i toni, spiegando che la Casa Bianca starebbe valutando "risposte non militari".

Ma la distanza tra il linguaggio diplomatico e ciò che accade dentro il Paese continua ad allargarsi. Sul piano interno, quel divario prende infatti la forma di un isolamento imposto dall'alto: da giorni il Paese è sottoposto a un blackout nazionale di Internet, che potrebbe protrarsi ancora per una o due settimane; una misura già vista in passato, che in questa fase assume però un peso ancor più radicale. In questo contesto il taglio delle comunicazioni non serve infatti "solo" a ostacolare l'organizzazione delle proteste. È una tecnologia del potere, pensata per rendere invisibile la violenza, per isolare chi manifesta da chi osserva, chi perde la vita da chi potrebbe narrarla.

Èd è proprio da questo silenzio imposto che arriva la testimonianza di Paran Tanzifi, imprenditrice iraniana, ceo e cofondatrice della piattaforma Phoebe, oggi residente a Parigi dopo aver abbandonato il Paese sette anni fa. A Fanpage.it racconta cosa significa vivere la repressione a distanza, quando l'interruzione delle comunicazioni diventa essa stessa una forma di terrore: "È un incubo vivente. Immaginate di controllare il telefono ogni minuto, non tanto per leggere nuove notizie, ma per controllare vecchi messaggi. Negli ultimi sette giorni ho aperto WhatsApp, Telegram e Signal centinaia di volte. Continuo a guardare gli ultimi messaggi inviati ai miei familiari e amici ormai una settimana fa, aspettando solo che passino da ‘inviato' a ‘consegnato'. Sono disperata. Attendo anche il più piccolo segnale che indichi che Internet sia tornato, che siano di nuovo connessi, e soprattutto, che siano vivi".

Un blackout, spiega, che ha un effetto che va ben oltre la censura: "Quei messaggi continuano a restare non letti. E quel silenzio è un silenzio assordante. Siamo milioni nella diaspora iraniana, in Francia, in Italia, in tutto il mondo, bloccati in uno stato di ansia paralizzante. Non sappiamo se i nostri cari siano al sicuro o se siano tra i morti. Il regime ha tagliato linee fisse e reti mobili apposta per diffondere il terrore e occultare un massacro. Hanno spento internet e i telefoni per uccidere nell'ombra, senza testimoni. È per questo che vi parlo: per squarciare quell'oscurità. Vorrei più di ogni altra cosa poter essere lì, al fianco dei miei coraggiosi compatrioti che lottano per la libertà. Ma poiché non posso essere fisicamente in Iran, ho un dovere altrettanto cruciale: essere la loro voce e fare in modo che il mondo senta ciò che il regime cerca di nascondere".

Nel frattempo le poche informazioni che riescono a filtrare dall'interno del Paese raccontano di un'escalation sempre più brutale della repressione : "Non stanno più usando soltanto strumenti antisommossa (manganelli, scudi, gas lacrimogeni, idranti). Stanno sparando a vista, con mitragliatrici e proiettili veri, contro chiunque osi protestare per le strade e le piazze. È un livello di violenza molto più letale di quanto visto nel 2019 o nel 2022".

Alla brutalità nelle strade, poi si affianca anche la "repressione giudiziaria": il procuratore generale iraniano, Mohammad Kazem Movahedi-Azad, ha infatti annunciato che i manifestanti arrestati saranno incriminati per Moharebeh, cioè "guerra contro Dio", un reato che prevede la pena di morte: "Questa dichiarazione mette migliaia di detenuti a rischio immediato di esecuzioni sommarie, senza alcuna garanzia processuale. Le autorità non stanno solo uccidendo nelle piazze: stanno preparando il terreno per ammazzare i sopravvissuti nelle carceri".

Una minaccia che non è affatto astratta. Nelle ultime ore, infatti, le autorità giudiziarie hanno comunicato alla famiglia di Erfan Soltani, un giovane manifestante di 26 anni arrestato durante le proteste degli ultimi giorni, che la sua esecuzione è prevista per oggi. Arrestato nella propria abitazione e condannato a morte nel giro di pochi giorni, Soltani sarebbe detenuto ora nel carcere di Qazl-Hesar, nei pressi di Teheran; il blackout delle comunicazioni rende però impossibile verificare le sue condizioni e persino sapere se l'ultima visita concessa alla famiglia sarà anche un addio.

La storia di Soltani non è un caso isolato ma il segno concreto di un regime che colpisce da tempo chi osa opporsi. E chiarisce perché ridurre questa rivolta a una semplice protesta economica significhi non comprenderne la complessità: "Bisogna essere chiari sul perché milioni di iraniani stanno rischiando la vita: il crollo della valuta è stata sicuramente la scintilla, ma il carburante sono quarantasette anni di oppressione. Non scendi in piazza e metti in gioco la tua vita solo perché il pane costa di più. Lo fai perché sotto quel sistema non esiste alcuna prospettiva di futuro", racconta ancora Tanzifi. La Repubblica islamica, sostiene, ha da tempo perso il consenso di larga parte della società: "Questo regime non l'ha mai rappresentata la società iraniana. Le sue politiche disastrose hanno costretto milioni di iraniani, me compresa, a lasciare il Paese. Ma non ce ne siamo andati: siamo stati obbligai ad andare via da un sistema che non riesce a convivere con il proprio popolo e che da almeno vent'anni governa solo attraverso la forza, la repressione e l'uccisione sistematica di chi dissente. Hanno oltrepassato ogni linea rossa, assassinando i propri cittadini con una brutalità sempre più estrema".

"La forza non è però legittimità", dice ancora Tanzifi, "Si può occupare un Paese con le armi, ma non si può governare un popolo che ha deciso di essere libero".

Ed è in questo vuoto politico che, nelle proteste, riaffiora anche il nome di Reza Pahlavi, come possibile guida della transizione: "Credo che Pahlavi possa avere un ruolo in questa transizione. L'unica voce in grado di aprire la strada a una democrazia laica e liberale. Non chiediamo un nuovo dittatore, ma una figura capace di fermare l'emorragia attuale e aprire uno spazio in cui, un giorno, gli iraniani possano scegliere davvero il proprio futuro e votare davvero il governo che desiderano". "Guardando alla storia", aggiunge Tanzifi, "possiamo imparare dalle alleanze che hanno cambiato il corso dei popoli: nel 1944 l'Italia fu liberata dal fascismo grazie all'aiuto degli Alleati, e gli Stati Uniti ottennero l'indipendenza con il sostegno della Francia. Quando un regime dimostra di essere disposto a distruggere tutto pur di restare al potere, il mondo non può limitarsi a ricevere ambasciatori o a fare semplici moniti diplomatici. Siamo ben oltre il punto delle formalità".

"Il mio messaggio all'Italia e all'Europa è questo: espellere gli ambasciatori. Non stringete la mano a chi ordina di sparare sui propri cittadini. Se il mondo crede davvero nei diritti umani, deve smettere di legittimare un regime che ha perso ogni pretesa di autorità. Chiediamo al mondo di schierarsi dalla parte delle persone, non degli assassini". 

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