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Cambiamenti climatici

Stiamo sacrificando Il Delta del Po per continuare a estrarre a tutti i costi combustibili fossili

Il Delta del Po si sta inabissando, e la scelta del Governo Meloni di riprendere le trivellazioni nell’Adriatico in cerca di gas rischia di condannare definitivamente questo territorio fragile, unico dal punto di visto paesaggistico e della biodiversità.
A cura di Fabio Deotto
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"Se spegnessimo le idrovore dall'oggi al domani, nel giro di poche settimane questo posto verrebbe inghiottito dall’acqua”.

È ciò che mi disse l’ingegnere responsabile del consorzio di bonifica del Delta del Po, non più di cinque anni fa, mentre mi accompagnava a parlare con degli agricoltori che da generazioni traggono sostentamento da questo precario equilibrio tra terreno e palude. “Le idrovore pompano tutti i giorni, anche quando non piove,” mi disse, mentre passavamo davanti a uno dei grandi macchinari che sovrastavano le risaie. “Soltanto di energia elettrica spendiamo ogni anno oltre 2 milioni di euro.”

Sono passati anni da quel viaggio, nel frattempo abbiamo attraversato alcune tra le estati più calde e funeste a memoria d’essere umano. Oggi le idrovore ancora fanno il lavoro, l’equilibrio tra terra e acqua è ancora preservato e il Delta conserva il suo fascino onirico, ma il rischio di inabissamento è ancor più reale; e non solo per colpa dell’innalzamento delle acque.

Una terra rubata all’Adriatico

Per capire perché il rischio di inabissamento sia così pronunciato, è utile ripercorrere la storia di questo particolare territorio, corrispondente alla caratteristica escrescenza sul retro dello stivale italico: se il Delta del Po ha questa conformazione, infatti, è perché si tratta di un terreno relativamente giovane, prodotto dai sedimenti che il Po ha portato qui dopo che tra il 1600 e il 1604 la sua traiettoria è stata forzatamente deviata. L’obiettivo che guidato il famigerato “taglio di Porto Viro” era di dirottare i sedimenti del fiume lontano dalla laguna di Venezia: all’epoca era uno dei più importanti centri di scambio economico in Europa, e i veneziani temevano che con il tempo le bocche di Chioggia e Malamocco sarebbero finite interrate. Dirottare il fiume, inoltre, avrebbe portato grane agli odiati ferraresi, dato che il sedimento si sarebbe riversato in prossimità del loro porto. Detto fatto: il fiume venne forzato a seguire un’altra strada, e nel corso dei secoli andò a creare il territorio del Delta del Po.

Parliamo dunque di un territorio giovane, dove la terra ha la naturale tendenza a compattarsi, dunque a scendere di livello. Eppure, sappiamo che fino al 1800 il territorio del Delta era all’asciutto, nonostante l’assenza di macchinari e sistemi per impedirne l’inabissamento. Il problema è arrivato negli anni ‘30 del Novecento, quando la corsa agli idrocarburi portò a trivellare i fondali costieri e il territorio in cerca di gas fossile. Sono bastati meno di 30 anni per ridurre la zona a un colabrodo: verso la fine degli anni ‘50 c’erano più di un migliaio di pozzi attivi che risucchiavano ogni anno centinaia di milioni di metri cubi di gas, andando svuotare i serbatoi sotterranei. Risultato: il terreno ha cominciato ad inabissarsi rapidamente. Così rapidamente da impensierire i governi dell’epoca, che stabilirono di porre un argine alle trivellazioni fino a bloccarle del tutto. Da allora, il territorio del Delta è sopravvissuto su un precario equilibrio, un’animazione sospesa garantita dall’infaticabile opera delle pompe idrovore e di terrapieni alti anche quattro metri.

Un territorio del genere, per definizione, è sempre a rischio, e c’è ben poco che si possa fare per eliminare questa precarietà. La cosa migliore sarebbe intervenire il meno possibile, se non con opere di protezione e mantenimento. Dal suo insediamento a oggi, però, il governo Meloni ha dichiarato l’intenzione di ricominciare a trivellare i fondali dell’Adriatico, una prospettiva che rischia di far saltare per sempre il delicato equilibrio di cui sopra.

Una Louisiana in miniatura

William Gibson l’aveva detto in tempi non sospetti: il futuro è già qui, solo non è uniformemente distribuito. Ecco, per vedere il futuro del Delta del Po basta spostare lo sguardo alla Louisiana, un altro territorio relativamente giovane, “costruito” dal sedimento di un fiume intrappolato. Dopo che il Mississippi è stato imbrigliato dentro alti e lunghi argini, il sedimento che un tempo aveva nutrito il territorio ora finisce dritto nel Golfo del Messico, abbandonando la Louisiana a una subsidenza naturale derivante dal compattamento del terreno. Ma a rendere davvero drammatica la situazione sono state le pesanti trivellazioni di gas e petrolio che negli anni hanno ridotto questa zona a un colabrodo, aggravando la subsidenza al punto che oggi la Louisiana si inabissa al ritmo di un campo da calcio ogni due ore. Ci sono intere comunità che sono sparite dalle cartine, altre sono rimaste isolate dal resto del continente: l’innalzamento delle acque c’entra fino a un certo punto, se i serbatoi sotterranei di idrocarburi fossero ancora pieni, l’acqua non l’avrebbe avuta vinta.

Quando parlo di futuro del Delta del Po non sto parlando di un’ipotesi lontana: questo terreno si sta inabissando già oggi, e per rendersene conto basta fare un rapido giro nel dedalo di strade che incornicia i campi della zona di Porto Tolle: i campi e le risaie sono situate sempre almeno due metri al di sotto del livello della strada. In alcuni punti la situazione è persino peggiore: la subsidenza ha portato alcune parti del Polesine e del Delta a sprofondare fino a 4 metri sotto il livello del mare. Se una quarantina di idrovore non risucchiassero ogni giorno l’acqua in eccesso (arrivando a pompare 450 milioni di metri cubi ogni anno), questa zona sarebbe già inabissata. In alcuni casi, come per l’isola di Barriera, l’acqua l’ha avuta vinta comunque.

Un braccio di ferro tra realtà e ideologia (fossile)

Lo scorso dicembre, con l’approvazione del decreto legge Energia da parte del Consiglio dei ministri, si è ufficialmente acceso un semaforo verde per la ripresa delle trivellazioni in Adriatico. “È consentita, per la durata di vita utile del giacimento – si legge nel decreto – la coltivazione  di  gas  naturale  sulla  base  di  concessioni esistenti ovvero di nuove concessioni rilasciate ai sensi del comma 6 del presente articolo,  nel  tratto  di  mare  compreso  tra  il  45° parallelo e il parallelo distante da quest'ultimo 40 chilometri a sud e che dista almeno  9  miglia  marittime  dalle  linee  di  costa.”

In sostanza, significa che si potranno creare nuove trivellazioni per attingere ai giacimenti profondi di metano al largo nell’Adriatico, alla distanza di almeno 16,6 chilometri dalla costa. A motivare questa inversione di rotta c’è la volontà di accelerare sul fronte dell’autonomia energetica, nell’ottica di un piano di diversificazione dell’approvvigionamento, che assomiglia sempre di più all’ennesima scusa per mantenere in vita i combustibili fossili. La cosa curiosa è che il decreto legge subordina l’avvio di nuove trivellazioni al fatto che i giacimenti “abbiano un potenziale minerario di gas per un quantitativo di riserva certa superiore a una  soglia  di  500 milioni di metri cubi”. Il che è quantomeno curioso, se consideriamo che la quantità di gas che questa operazione consentirebbe di estrarre non supera i 10 miliardi di metri cubi in 16 anni, e che il fabbisogno di gas italiano annuale è di 70 miliardi di metri cubi, e che auspicabilmente negli anni a venire questa quota verrà ulteriormente ridotta drasticamente a favore delle rinnovabili.

Non stupisce, dunque, che la scelta del governo stia incontrando una strenua opposizione, e non solo da parte dei comitati territoriali e delle associazioni ambientaliste, ma anche da esponenti bipartisan della politica locale nelle zone interessate, uno su tutti il presidente della regione Veneto Luca Zaia, che non ha mai fatto mistero di osteggiare la ripresa delle trivellazioni a largo del Delta. Sulla questione, del resto, gli esperti che hanno avuto modo di studiare il territorio fanno fronte compatto: uno sblocco delle trivellazioni porterebbe a un aumento del rischio di subsidenza, per non parlare dell’impatto che avrebbe sui già precari equilibri ecosistemici locali.

Ancora una volta ci troviamo di fronte a una scelta che risulterebbe del tutto insensata se ci liberassimo paraocchi del breve termine. Il territorio del Delta del Po sta ancora pagando il prezzo delle estrazioni di sessant’anni fa, con una subsidenza che già oggi lo mette a rischio. La priorità dovrebbe essere lavorare sull’adattamento ai cambiamenti in corso, sulla tutela di un territorio esposto, invece la prospettiva attuale è che investiremo cifre enormi e metteremo a rischio un intero territorio, per succhiare dai fondali quantità trascurabili di gas.

Un altro territorio, con la sua storia, la sua cultura, e la sua straordinaria biodiversità, sacrificato sull’insaziabile altare del profitto fossile.

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Fabio Deotto è scrittore e giornalista. Laureato in biotecnologie, scrive articoli e approfondimenti per riviste nazionali e internazionali, concentrandosi in particolare sull’intersezione tra scienza e cultura. Ha pubblicato i romanzi Condominio R39 (Einaudi, 2014), Un attimo prima (Einaudi, 2017) e il saggio-reportage sul cambiamento climatico “L’altro mondo” (Bompiani, 2021).  Insegna scrittura creativa alla Scuola Holden di Torino. Vive e lavora a Milano.
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