Il vaccino AstraZeneca
in foto: Il vaccino AstraZeneca

In un'intervista a ‘la Repubblica' Guido Rasi, ex direttore dell’Ema e consulente del commissario straordinario per l’emergenza Covid Francesco Paolo Figliuolo, commenta la proposta dell’amministrazione americana, che si è schierata con India e Sudafrica chiedendo la liberalizzazione dei brevetti dei vaccini anti-Covid, per aumentare la produzione a favore dei Paesi poveri: "Vaccini così innovativi sono molto complicati da produrre. Richiedono centinaia di componenti, molte delle quali a loro volta coperte da brevetti. Moderna, per esempio, lo scorso ottobre ha annunciato che durante l'emergenza della pandemia avrebbe rinunciato a qualunque azione legale nei confronti di chi avesse violato il suo brevetto. Ma senza ricetta, è impossibile imitare un vaccino così", ha detto in un'intervista a Repubblica.

"È poco probabile – ha detto – che questi tipi di vaccini diventino pericolosi, anche se non impossibile. Con uno standard di qualità non ottimale risulterebbero però meno efficaci, e torneremmo ad avere Paesi immunizzati con prodotti di serie A e altri con prodotti di serie B".

"Laddove la pandemia è fuori controllo il vaccino di serie B è meglio di nulla e i benefici potrebbero continuare a superare i rischi. Ma il rischio non è peregrino. Già l'Ema si era ritrovata a discutere con i produttori perché nelle fiale destinate al commercio aveva trovato meno principio attivo, cioè meno Rna efficace, rispetto alle dosi usate per le sperimentazioni. Il problema è poi stato risolto. Ma se si è posto in un'Europa che ha regole rigidissime sul controllo dei farmaci, cosa può accadere dove questo non avviene? Succede di continuo che l'Ema rifiuti l'approvazione di farmaci provenienti da altri Paesi che non rispettano gli standard".

"È evidente – continua Rasi – che il problema dell'approvvigionamento sia grave e il rischio delle varianti capaci di circolare in tutto il mondo non sia trascurabile. L'abolizione dei brevetti sarebbe un gesto nobile e utile. Non vorrei però che innamorandoci di questa formula, dimenticassimo problemi altrettanto importanti. Come far arrivare le materie prime, trovare i soldi per gli impianti, trasferire il know how, distribuire le fiale superando il problema del freddo e trovare abbastanza vaccinatori per le campagne di massa. Al momento somministrare il vaccino costa il doppio rispetto a produrlo".

"Per realizzare un impianto servono varie decine di milioni, intorno a 50. Uno stato o un imprenditore devono essere disposti a investire una cifra ingente per ottenere le prime dosi solo parecchi mesi più tardi. In Italia abbiamo visto che, fino a ora, queste condizioni non si sono verificate, e non a causa dei brevetti. Per questo mi chiedo se la loro sospensione sia la vera soluzione dei problemi". 

Di Lorenzo (Irbm): "Rischio produttori di serie B"

Per Piero Di Lorenzo, amministratore delegato e presidente di Irbm, la società italiana che lavora insieme ad Astrazeneca nella produzione dei vaccini anti Covid, la liberalizzazione dei brevetti comporta anche dei rischi per la salute: "In linea di principio sospendere con un atto d'imperio la protezione della proprietà intellettuale dei vaccini in un momento di estrema gravità a livello globale come quello attuale mi sembra quasi obbligatorio non solo dal punto di vista etico, ma anche utilitaristico per i paesi dei paesi più ricchi che comunque stanno avviandosi ad una sorta di immunità collettiva. Il mondo globalizzato non consente troppo egoismo: il virus continuerà a circolare fino a quando non sarà immunizzata tutta l'umanità. E come conseguenza di questa circolazione le varianti prolifereranno'‘, ha detto al Messaggero.

"Oltre agli investimenti e al lavoro – ha spiegato Di Lorenzo – bisogna considerare che parlare solo di liberalizzazione dei brevetti non significa granché perché il problema maggiore è il trasferimento delle tecnologie e del know how che l'inventore dovrebbe organizzare in favore di tante società sconosciute candidate a produrre. Ma di cui, non avendole scelte, non ha potuto testare e valutare le competenze, la capacità produttiva, l'affidabilità industriale, gli standard di sicurezza. Si rischia di creare un mercato di produttori approssimativi e non controllati perché poi la società che ha messo a punto la tecnologia non avrebbe le risorse umane e neanche la convenienza per verificare la qualità e la sicurezza del prodotto, a parte i tempi necessari che si possono quantificare in anni. Si rischierebbe di dare spazio a produzioni di serie B ad alto rischio ovviamente destinate ai Paesi poveri e non mi sembra un risultato eticamente superlativo".