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Sondaggi politici, Conte favorito alle primarie con il 36,1%: il consenso si sposta dopo il Referendum

Secondo il sondaggio Izi, Giuseppe Conte guida le preferenze tra gli elettori progressisti, mentre Elly Schlein svolge un ruolo chiave nel rafforzare e ricomporre il centrosinistra. La partita delle primarie riflette tensioni e rinnovamenti interni al campo politico.
A cura di Francesca Moriero
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La fotografia che emerge dal sondaggio dell'istituto Izi, pubblicato dal quotidiano Domani, ha una qualità che raramente appartiene alle rilevazioni: non si limita, infatti, soltanto a misurare un orientamento, ma racconta una dinamica politica in atto. Dentro quei numeri, che indicano Giuseppe Conte come favorito alle eventuali primarie del centrosinistra, si legge infatti una tensione più profonda, che riguarda la natura stessa di questo campo politico e il modo in cui prova, faticosamente, a ridefinirsi dopo anni di dispersione. Il leader del Movimento 5 Stelle raccoglie la quota più consistente di preferenze tra gli elettori dell'area progressista interpellati: il 36,1% degli elettori. E quando il perimetro dei possibili candidati si restringe, il suo vantaggio cresce ancor di più, fino al 42,6%, come se la competizione, semplificandosi, rendesse ancora più evidente una disponibilità diffusa a riconoscerlo come punto di riferimento.

Il consenso si sposta nei sondaggi dopo il referendum: Conte favorito alle primarie

Attribuire questo risultato esclusivamente alla forza personale di Conte sarebbe però una lettura comoda, ma parziale. Più interessante è invece, osservare il movimento che lo rende possibile: una parte dell'elettorato di centrosinistra sembra oggi premiare chi appare più capace di intercettare un disagio sociale ancora irrisolto, più che chi incarna una linea politica già definita e strutturata. Conte, da questo punto di vista, si muove su un terreno che conosce bene, cioè quello della rappresentanza fluida, capace di parlare a segmenti diversi senza irrigidirsi in una collocazione troppo prevedibile. Il suo vantaggio nei sondaggi riflette insomma questa capacità di posizionarsi in uno spazio intermedio, dove la domanda politica è ancora in formazione e cerca figure che sappiano interpretarla prima ancora che organizzarla.

Il lavoro politico di Schlein (che non si misura solo nei numeri)

Ridurre però tutto quanto a una gara di consenso personale significherebbe perdere un passaggio decisivo. Il centrosinistra che oggi può persino permettersi di discutere di primarie non è lo stesso uscito dalle elezioni del 2022, quando la vittoria di Giorgia Meloni aveva lasciato dietro di sé un campo disarticolato, incapace persino di immaginarsi come alternativa. In questo senso, il ruolo di Elly Schlein sembra meno visibile nei sondaggi ma resta politicamente determinante. La ricostruzione di un perimetro, il tentativo di riaprire un dialogo tra forze che avevano smesso di parlarsi, la scelta di riportare il confronto su temi sociali concreti: sono tutti elementi che non producono immediatamente leadership, ma che rendono comunque possibile che una leadership venga discussa. Esiste, in altre parole, una distinzione tra chi crea le condizioni della competizione e chi, in quella competizione, risulta momentaneamente più competitivo. Ed è una distinzione che pesa più di quanto i numeri suggeriscano.

Silvia Salis davanti a Elly Shlein nei sondaggi politici

Tra i dati che più colpiscono nella rilevazione c'è poi la performance di Silvia Salis, che si colloca davanti alla stessa Schlein nelle preferenze espresse dagli intervistati. Un risultato che, al di là della sua immediata traducibilità politica, segnala qualcosa di più interessante, e cioè la disponibilità dell'elettorato a considerare anche figure percepite come meno interne alle dinamiche tradizionali dei partiti.

Primarie: soluzione o moltiplicatore di tensioni?

Ma l'elemento tutt'altro che secondario che il sondaggio racconta è, appunto, che una larga maggioranza degli intervistati considera ancora le primarie uno strumento utile per scegliere la leadership. Un dato che, letto superficialmente, sembra chiudere la discussione; letto politicamente, la apre. Perché le primarie non sono mai un semplice meccanismo procedurale, sono, se mai, una scelta di campo, che implica regole, modalità di partecipazione, equilibri tra partiti e società civile. Aperte o chiuse, a turno unico o con ballottaggio: ogni opzione produce effetti diversi e, soprattutto, riflette rapporti di forza che nessuno è disposto a ignorare. Ed è qui che il consenso teorico incontra la realtà politica. Accettare le primarie significa anche accettarne l'esito, e quindi ridefinire gerarchie e leadership in modo potenzialmente irreversibile. Una prospettiva che, nella storia recente del centrosinistra, non è mai stata del tutto priva di dolore.

Il convitato di pietra: la legge elettorale

A complicare invece il quadro c'è la variabile più tecnica e, proprio per questo, più decisiva e cioè la legge elettorale. Con il sistema attuale, il leader del partito più forte della coalizione tende naturalmente a coincidere con il candidato alla guida del governo. Un meccanismo che, nei fatti, favorisce chi dispone già di una struttura organizzativa e di un peso elettorale consolidato, oggi, dunque, il Partito Democratico guidato da Schlein. Se invece la legge venisse modificata per rendere obbligatoria l'indicazione preventiva del candidato premier, le primarie assumerebbero un ruolo completamente diverso, diventando centrali per decidere chi guiderebbe la coalizione e in che modalità, aperte o chiuse, a uno o due turni.

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