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Sei medici indagati a Ravenna sui certificati per i Cpr: cosa sta succedendo

Sei medici dell’ospedale di Ravenna sono indagati per presunte irregolarità nelle certificazioni che hanno impedito il trasferimento di migranti nei Cpr. Ecco cosa sta succedendo.
A cura di Francesca Moriero
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All'alba del 12 febbraio, gli agenti della polizia giudiziaria sono entrati nel reparto di Malattie infettive dell'Ospedale Santa Maria delle Croci. La perquisizione è durata ore. Sono stati acquisiti documenti, dispositivi elettronici, comunicazioni interne. Un'operazione che rientra in un'indagine della Procura di Ravenna su presunte irregolarità nei certificati medici che attestano l'inidoneità sanitaria al trattenimento nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), ossia documenti che stabiliscono se una persona può o non può essere rinchiusa in queste strutture per motivi di salute.

Al momento, sei medici risultano iscritti nel registro degli indagati (giuridicamente, innocenti fino a eventuale sentenza definitiva). Secondo quanto emerso dalle prime ricostruzioni, gli investigatori intendono verificare se alcune di queste attestazioni di incompatibilità con il trattenimento o con il volo di rimpatrio siano state redatte in modo incompleto o senza adeguati riscontri clinici.

Un caso, che però non riguarderebbe soltanto i singoli professionisti coinvolti ma solleverebbe questioni ben più ampie sulla fiducia nel Servizio sanitario nazionale e sul ruolo dei medici come garanti della valutazione clinica indipendente.

Che cosa sono i certificati "di non idoneità"

Per comprendere la portata della vicenda occorre però chiarire il passaggio chiave, cioè partire dal meccanismo previsto dalla legge: prima di un trasferimento di una persona in un Cpr, è obbligatoria una valutazione sanitaria. Il compito del medico non è quello di autorizzare o meno il trattenimento ma di attestare se, in base alle condizioni cliniche rilevate, esistano o meno elementi di incompatibilità con la detenzione amministrativa o con il viaggio di rimpatrio. In presenza di patologie infettive, disturbi psichiatrici, condizioni di vulnerabilità o fragilità psico-fisica, il medico può certificare la non idoneità. È su alcune di queste certificazioni che si concentra oggi l'attenzione della Procura. Il nodo è tecnico ma davvero cruciale: stabilire se le valutazioni siano state fondate su criteri clinici adeguati o se, come ipotizza l'accusa, invece, vi siano state "forzature".

Una responsabilità senza linee guida nazionali

La vicenda però mette in luce anche un problema strutturale. Come ha sottolineato il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, infatti, la normativa affida ai medici delle Ausl una responsabilità molto delicata: stabilire appunto l'idoneità di una persona all'invio in un Cpr, in assenza però di linee guida sanitarie nazionali chiare e condivise. La legge attribuisce infatti al medico il compito di valutare l'idoneità al trattenimento in presenza di patologie fisiche, infettive o psichiatriche, ma non definisce in modo uniforme criteri operativi dettagliati. Ne deriva quindi, come sottolinea de Pascale, una zona grigia in cui la decisione clinica si muove tra evidenze scientifiche, condizioni concrete delle strutture di destinazione e quadro normativo.

La valutazione resta un atto tecnico, ma può incidere direttamente sull'esecuzione di un provvedimento restrittivo della libertà personale. È questo intreccio tra piano clinico e impatto amministrativo a rendere il ruolo dei medici particolarmente complesso, e oggi, al centro dell'inchiesta.

La risposta della comunità medica

In questo contesto anche gli Ordini dei Medici dell'Emilia-Romagna hanno diffuso una nota unitaria, richiamando i principi di autonomia, indipendenza e responsabilità professionale. Il punto centrale sottolineato è la distinzione tra giudizio clinico e decisione amministrativa: il medico certifica lo stato di salute di una persona, ma non autorizza né legittima decisioni politiche o di sicurezza, scrivono. Sulla stessa linea si è espresso il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici, Filippo Anelli, che ha ribadito il rispetto del Codice deontologico e la tutela della libertà professionale, confermando fiducia nell'azione della magistratura ma anche solidarietà verso i colleghi coinvolti nell'indagine. Nel frattempo, è stata avviata una petizione online intitolata "La cura non è un reato", a cui ha aderito anche l'ASGI. Un testo che denuncia un presunto ‘punto di rottura' tra l'esercizio della professione medica e le logiche di pubblica sicurezza, e chiede agli Ordini professionali e al Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale di assumere una presa di posizione chiara e forte.

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