La crisi ora è personale. Lo dice lo stesso Matteo Salvini. Non c’è più fiducia tra il ministro dell’Interno e Luigi Di Maio. Non il primo scontro tra i due, certamente. Ma mai, forse, in questi termini. Oggi Salvini ha cambiato il paradigma finora sempre impiegato in caso di possibili crisi: se c’era un elemento su cui – almeno a parole – si basava il rapporto tra Lega e Movimento 5 Stelle era proprio la fiducia reciproca dei due leader e dei due capi-partito nei confronti del presidente del Consiglio. Stavolta il ministro dell’Interno ha deciso di traslare la crisi su un livello diverso, quello personale. E così oggi parla di mancanza di fiducia anche “personale” nei confronti di Luigi Di Maio.

La crisi è politica, certo. Ma a questo punto anche personale. Già dalla campagna elettorale per le elezioni europee il rapporto tra i due vicepresidenti del Consiglio si è raffreddato. Gli scontri non sono mai mancati, anche sul piano personale. Ma sempre ribadendo un concetto chiaro: il problema non è la persona, ma il partito che gli sta dietro (Lega o M5s che sia). Stavolta non più. Eppure tra chi conosce meglio le dinamiche parlamentari l’ipotesi di una crisi di governo sembra lontana. Un’arma di distrazione per far passare in secondo piano i guai della Lega sulla vicenda dei presunti fondi russi. Tanto che – sottolineano dalle opposizioni – in commissione i due partiti vanno d’amore e d’accordo su importanti provvedimenti come il decreto sicurezza bis. C’è poi un altro elemento che potrebbe allontanare la crisi di governo, semplicemente temporale. Far cadere ora il governo potrebbe portare di fronte alla difficile soluzione di un rebus: quello della finestra elettorale per tornare al voto. Per Salvini la finestra è sempre aperta. Ma la legge e il buon senso sembrano indicare qualcosa di completamente diverso.

Quando si può votare in caso di crisi di governo

L’ipotesi di nuove elezioni è più complessa di quanto, in realtà, non voglia far credere Salvini. Per indire un nuovo voto bisogna innanzitutto sciogliere le Camere: lo deve fare il presidente della Repubblica con apposito decreto. Poi lo stesso capo dello Stato dovrà firmare il decreto con cui il presidente del Consiglio indice nuove elezioni. Dal momento dello scioglimento delle Camera devono passare tra i 45 e i 70 giorni per poter votare. Non solo: perché c’è un’altra incognita, quella del voto degli italiani all’estero. La legge prevede che servano almeno 60 giorni di anticipo e questo arco temporale si può modificare solo con un decreto. In sostanza, il voto potrebbe avvenire tra i 60 e i 70 giorni dopo lo scioglimento del Parlamento.

Ci sono poi da considerare anche i tempi post-elezioni per formare il governo. Entro 20 giorni dal voto viene convocata la prima seduta delle due Camere, con l’elezione dei rispettivi presidenti. Solo allora si darà il via alle consultazioni del capo dello Stato che porteranno alla formazione del governo. Che nella migliore delle ipotesi arriva a circa un mese dalle elezioni (nel 2018 ci vollero quasi tre mesi). Con l’incognita, se ci dovesse essere ora una crisi di governo, di arrivare in piena sessione di bilancio.

Quali sono le finestre elettorali possibili

Proviamo a fare due calcoli. Se anche ci fosse una accelerazione repentina nella crisi di governo, con l'immediato scioglimento delle Camere, le elezioni non potrebbero tenersi prima del 22 settembre. In ogni caso, essendo più realistici e considerando una crisi di governo che si conclude in pochissimi giorni si potrebbe arrivare a uno scioglimento delle Camere entro fine luglio. Ipotesi che terrebbe in piedi anche la possibilità di un voto il 29 settembre. Ma a questo punto sorge un altro, grosso, problema: la sessione di bilancio.

Il 15 ottobre il governo deve presentare la manovra a Bruxelles. Anche se l’Italia potrebbe chiedere qualche giorno in più. Il problema è che per preparare almeno una bozza di manovra da presentare entro il 15 ottobre (considerando l’elezione dei presidenti delle Camere e le consultazioni) il voto dovrebbe tenersi al massimo entro il 22 settembre. Ipotesi al momento da scartare. Con un voto a fine settembre, invece, la manovra non sarebbe pronta prima della fine di ottobre. Un ritardo forse eccessivo. Sempre che dalle urne esca un quadro chiaro sulla nuova maggioranza e che i tempi siano così rapidi.

Governo tecnico o elezioni nel 2020

Le incognite sulla sessione di bilancio chiamano in causa anche il Colle che potrebbe decidere di non sciogliere le Camere in caso di crisi, puntando a una maggioranza alternativa. Difficile pensare che sia politica, non essendoci al momento alleanze in vista che abbiano i numeri in Parlamento. Non semplice, inoltre, che ci sia un governo guidato da tecnici, con il compito di varare una manovra di ‘sicurezza’ per poi tornare a elezioni nel 2020. Anche questa ipotesi, infatti, sconta un ostacolo non di poco conto: chi sosterrebbe in Parlamento un nuovo governo Monti?

C’è quindi un’altra ipotesi. Il governo potrebbe andare avanti fino alla fine dell’anno, cioè fino all’approvazione della legge di Bilancio. Una scelta che eviterebbe un governo tecnico all’Italia (ottimo argomento elettorale, peraltro), ma anche nuove elezioni convocate in fretta e furia con la necessità di formare il nuovo esecutivo in piena sessione di bilancio. Il governo guidato da Conte potrebbe varare la manovra, approvandola in Parlamento come ultimo atto della diciottesima legislatura. A quel punto si andrebbe al voto nel 2020. È, sostanzialmente, ciò che avvenne nel 2017, quando le Camera furono sciolte il 28 dicembre e si arrivò a elezioni il 4 marzo 2018.