"Propongo al gruppo dirigente di assumere l'indicazione per il sì integrando nella nostra battaglia le tante argomentazioni che sono emerse". Nella Direzione del Pd chiamata a decidere la posizione ufficiale del partito in merito al referendum sul taglio dei parlamentari, previsto per il 20 e 21 settembre, il segretario Nicola Zingaretti propone il ‘sì', non per "le motivazioni banali che farebbe risparmiare soldi allo stato", ma perché a questo passaggio "possono seguire altre riforme". In apertura dei lavori il segretario dem sottolinea come sia non "in gioco un governo ma la tenuta della nazione nei prossimi anni".

Nella sede del Pd sono presenti il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri e il ministro per il Sud Giuseppe Provenzano. Al termine della Direzione, spiegano fonti del partito, saranno votati per via telematica la relazione del segretario (senza la parte sul referendum) e un ordine del giorno sul referendum (sempre per via telematica).

"Sono banali e pericolose le argomentazioni di chi motiva la scelta del sì solo con i risparmi per lo Stato – precisa – Io dico sì per ripartire con una stagione di riforme sempre bloccate nella storia d'Italia. Questo primo atto di riforme si può collegare con un percorso – spiega ancora il segretario del Partito Democratico –  In questi mesi abbiamo spinto in tutti i modi perché il sì camminasse insieme ad un processo riformatore più ampio ed equilibrato", ha aggiunto, ricordando la calendarizzazione del voto sul testo base della legge elettorale e quello sulla riforma Fornaro. "Grazie alla nostra iniziativa il processo riformatore comunque sia è messo in moto".

Il Pd sfrutterà la campagna referendaria per raccogliere firme su una proposta di legge per il superamento del bicameralismo perfetto, dice ancora. "Faccio mia la proposta avanzata da Luciano Violante di accompagnare la campagna per il sì al referendum con una raccolta di firme su una legge di iniziativa popolare per differenziare il lavoro delle due Camere". Sarà, sottolinea ancora Zingaretti, "un modo per unire il Pd".

Ma chiarisce che una vittoria del no al referendum non farebbe cadere governo: la prevalenza dei no al referendum costituzionale creerebbe senza dubbi "problemi" alla maggioranza ma "non sono affatto convinto che cadrebbe il governo".