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Referendum sulla giustizia, il video di Barbero limitato da Meta: cosa è successo e perché

Meta ha drasticamente ridotto la visibilità di un video di Alessandro Barbero sul referendum della riforma della giustizia, etichettandolo come “informazione falsa”, scatenando polemiche politiche e dibattiti sul ruolo delle piattaforme nella diffusione di contenuti politici. La contestazione riguarda in particolare la differenza tra valutazioni politiche interpretative e dati falsi, e il possibile impatto sul dibattito democratico.
A cura di Francesca Moriero
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Il video in cui lo storico Alessandro Barbero spiega le regioni del suo "No" al referendum sulla riforma della giustizia promosso dal governo Meloni, ha subito un drastico oscuramento da parte di Meta, la società che controlla Facebook e Instagram. Il contenuto, diventato virale nei giorni scorsi, è stato infatti etichettato come "informazione falsa o fuorviante" dopo un fact-checking effettuato per conto proprio di Meta, da alcuni partner italiani. Il video ora resta comunque accessibile su alcune pagine che lo hanno ricondiviso, ma la penalizzazione algoritmica ne limita comunque fortemente la diffusione. Questa decisione ha accesso non poche polemiche politiche e un dibattito molto più ampio sul ruolo delle piattaforme nella campagna referendaria.

Il referendum  del 22 e del 23 marzo: cosa prevede la riforma

Partiamo dall'inizio. Il referendum sulla giustizia del prossimo 22 e 23 marzo è noto soprattuto per la proposta di separazione delle carriere tra magistratura requirente (cioè i pubblici ministeri) e magistratura giudicante (i giudici). Il cuore della riforma riguarda il Consiglio superiore della magistratura (Csm), cioè l'organo che decide su nomine, trasferimenti, carriere e procedimenti disciplinari dei magistrati. La riforma proposta dal centrodestra prevede:

  • la creazione di due Csm distinti, cioè uno per i pm e uno per i giudici;
  • la sottrazione della funzione disciplinare ai Csm, che verrebbe quindi affidata a un terzo organismo, e cioè l'Alta Corte disciplinare;
  • una modifica radicale delle modalità di selezione dei membri del Csm.

Ora come ora il Csm è composto da 20 membri togati, eletti dai magistrati, e 10 membri laici, eletti invece dal Parlamento in seduta comune tra professori di diritto e avvocati con almeno 15 anni di esercizio. Cosa succederebbe con la riforma? Che i membri togati verrebbero selezionati tramite sorteggio, mentre i membri laici sarebbero estratti a sorte da un elenco approvato dal Parlamento.

Cosa ha detto Barbero e cosa viene contestato

Nel video, Barbero definisce proprio questo sorteggio dei magistrati una scelta "pazzesca" e sostiene che, mentre i magistrati verrebbero estratti a sorte, "il governo continuerebbe a scegliere quelli che nomina lui", evocando il rischio di una maggiore influenza politica sulla magistratura e scenari di tipo autoritario. Sarebbe proprio su questo punto che si concentrerebbe il fact-checking di Meta: tecnicamente, infatti, le nomine non spettano al governo ma al Parlamento, che vota l'elenco dei membri laici da cui poi avviene il sorteggio. Quindi, secondo chi ha verificato il video, si rischierebbe di far pensare che una vittoria del "Sì" comporti un controllo diretto dell'esecutivo sulla magistratura, un passaggio che il testo della riforma però non prevede in modo esplicito. L'articolo 104 della Costituzione, che sancisce l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, infatti, non verrebbe formalmente modificato. Resta però aperto il dibattito politico sul peso reale della maggioranza parlamentare, che può incidere sulla composizione degli elenchi da cui vengono sorteggiati i membri laici e sulle criticità del cosiddetto sorteggio "ponderato".

Perché Meta è intervenuta: la questione della viralità

Per molti, il video di Barbero, che in questa sede agisce come privato cittadino, sarebbe invece finito sotto la lente dei fact-checker perché diventato estremamente virale, con centinaia di migliaia di visualizzazioni e condivisioni. È la stessa Meta a spiegare che i contenuti politici particolarmente virali vengono analizzati con propria dai partner di fact-checking. Il controllo della disinformazione viene affidato a organizzazioni terze certificate che possono applicare diverse etichette ai contenuti: "Falso", "Parzialmente falso", "Alterato" o "Privo di contesto"; a ciascuna classificazione corrisponde quindi poi un diverso impatto sulla circolazione del post, fino alla drastica riduzione della visibilità nei casi considerati più gravi. Nel caso del video di Barbero è stata applicata l'etichetta più penalizzante, "Falso", che quindi comporta un forte declassamento algoritmico. Questa è la scelta che ha sollevato più dubbi e contestazioni perché il video non conteneva dati inventanti, ma valutazioni politiche e interpretazioni di contesto su una riforma assai complessa. In altri casi simili, infatti, Meta prevede l'uso dell'etichetta "Privo di contesto", che consente di affiancare al contenuto spiegazioni aggiuntive senza limitarne in modo significativo la diffusione.

Le reazioni politiche: Avs, Pd e l'accusa di censura

In questo contesto Alleanza Verdi e Sinistra, Europa Verde e Sinistra Italiana hanno parlato apertamente di censura, annunciando la ritrasmissione del video sui propri canali social e sulle pagine dei parlamentari, tra cui quelle di Angelo Bonelli e di Nicola Fratoianni. Secondo Avs, si tratterebbe di un atto gravissimo: "Una big tech statunitense decide di silenziare un'opinione politica legittima di uno dei più autorevoli intellettuali italiani su un tema centrale per la nostra democrazia". Una posizione condivisa anche dal Partito democratico: i senatori Francesco Boccia e Antonio Nicita hanno infatti presentato un'interrogazione alla presidente del Consiglio, chiedendo chiarimenti sui criteri con cui contenuti politico- istituzionali vengono declassati nello spazio pubblico digitale. Il punto, hanno detto, non sarebbe l'esistenza del fact-checking in se, ma chi decide, con quali criteri e con quali effetti sul dibattito democratico.

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