Referendum, Greco (Consiglio Nazionale Forense): “La riforma non tocca i tempi del processo, ma lo rende più giusto”

"Le parole del Presidente della Repubblica non possono che essere totalmente condivise, spero da parte di tutti. È un invito alla moderazione che ci voleva e che soltanto il Capo dello Stato, con la sua autorevolezza, poteva rivolgere", dice il presidente del Consiglio Nazionale Forense Francesco Greco di fronte all'appello di Sergio Mattarella, che ha invocato rispetto reciproco tra le parti e nei confronti del Csm, nell'ambito del dibattito sul referendum costituzionale sulla giustizia del 22 e 23 marzo prossimi.
Parlando con Fanpage.it, il vertice dell'organismo di rappresentanza dell'avvocatura italiana – sostenitore del Sì alla riforma Nordio – spiega: "Da parte di noi avvocati non mi risulta che ci siano stati toni che non fossero consoni al tema del dibattito. Purtroppo abbiamo registrato da parte di altri un innalzamento dei toni. Mi auguro che tutti quanti accogliamo l'invito e ci limitiamo ad illustrare le ragioni tecniche e il contenuto del referendum".
E allora entriamo nel merito della riforma della giustizia, oggetto della consultazione. La prima domanda la prendo a prestito da un suo collega, l'avvocato Franco Coppi, che è sul fronte opposto al suo in questa campagna referendaria. L'avvocato Coppi chiede ai suoi colleghi di dimostrare quali sono i vantaggi che porterebbe questa riforma e quali garanzie in più darebbe sul fatto che le persone perbene non finiscano in galera. A lei la replica
Il professor Coppi è un grandissimo giurista, un vanto per il mondo dell'avvocatura e probabilmente proprio per la sua autorevolezza non avverte l'esigenza di questa riforma. Il gip o il gup infatti non si sognano, al cospetto di Coppi, di firmare una richiesta di rinvio a giudizio del pubblico ministero, senza aver prima approfondito le carte. Io vedo invece tanti colleghi penalisti – che non sono autorevoli come come Coppi – che avvertono nell'ambito dell'attività giudiziaria una grandissima compressione del ruolo del giudice a favore del pubblico ministero. Oggi sappiamo che, dinanzi a il gip o al gup, il novantasette percento delle richieste del pubblico ministero vengono accolte, senza che vi sia alcuna modifica. Poi però nel dibattimento invece il quarantasei percento di queste persone vengono prosciolte. Ciò significa che se non ci fosse questa preponderanza del pubblico ministero sul giudice delle indagini preliminari, probabilmente il quarantasei percento di questi cittadini non finirebbe sotto processo e non subirebbe la gogna mediatica che il processo penale comporta. Ecco perché bisogna intervenire.
Si interviene con questa riforma, tra le altre cose, attraverso la separazione delle carriere tra giudici e pm. Una delle critiche che viene fatta a questo intervento è la seguente: con la separazione carriere viene meno l'imparzialità del pubblico ministero. Il pm diventerebbe una sorta di super-poliziotto, che cercherà solo le prove e sosterrà solo le tesi favorevoli all'accusa. Questo è un danno anche per i diritti della difesa.
È una non corretta rappresentazione della realtà, perché io oggi di pubblici ministeri che cercano le prove a favore degli imputati non ne conosco. I pubblici ministeri fanno la loro parte, che è quella di sostenere l'accusa: quindi quello che viene detto – che il pubblico ministero perderebbe questo ruolo imparziale – è una cosa non vera, perché questo ruolo non ce l'ha. Inoltre il pm già ora ha a disposizione lo strumento della polizia giudiziaria quello delle intercettazioni, etc… Quindi mi domando perché dovrebbe diventare ancora di più un super poliziotto? Ma anche se così fosse, sarà sempre la legge è a regolare la sua attività. Mi preoccupa invece che questa osservazione provenga dagli stessi magistrati. C'è un motivo per cui questa preoccupazione viene affermata proprio dai giudici? Io da cittadino, da avvocato e da giurista questa preoccupazione non l'avverto: il pubblico ministero separato dal giudice dovrà rispettare la legge, come deve rispettarla già oggi e come la deve rispettare chiunque. Se questa riforma interferisse sull'autonomia e l'indipendenza della magistratura, noi avvocati saremmo i primi a schierarci contro, perché gli avvocati hanno bisogno assoluto in udienza di sapere che davanti a loro hanno un magistrato autonomo e indipendente. Noi sosteniamo la riforma perché non intacca né l'autonomia e l'indipendenza.
Invece la preoccupazione da parte del fronte del no è esattamente quella: la prospettiva che poi il pubblico ministero possa finire in qualche modo sotto il controllo della politica. È vero che questa cosa nella riforma non c'è scritta, ma è vero anche che seppure si volesse fare una cosa del genere – dicono i contrari al testo Nordio – non si scriverebbe nel testo. E in realtà in molti dei Paesi dove le carriere di giudici e pm sono separate, una qualche forma di indirizzo politico sull'attività delle procure c'è. Perché in Italia non sarà così?
Perché per essere così occorrerebbe un'ulteriore riforma della Costituzione e in quel caso noi avvocati saremmo fermamente contrari. In realtà tutti gli altri paesi europei con democrazie avanzate le carriere sono separate. Come l'Italia, ci sono solo Turchia, Romania e Bulgaria, Paesi dove lo Stato incide pesantemente nell'attività giudiziaria. Negli Stati dove le carriere sono separate come Francia, Inghilterra, Germania, Spagna, Portogallo e tutti gli altri, nessuno si duole del fatto che l'attività della magistratura sia compresa e compressa dalla politica. Se l'Italia avesse come fiore all'occhiello la giustizia, direi che non c'è motivo di cambiarla. Ma il sistema giudiziario in Italia non è un'eccellenza e anzi siamo costantemente sanzionati dall'Europa. Probabilmente il sistema degli altri paesi è più garantista, più democratico e quindi da prendere ad esempio.
Presidente, posso chiederle qual è stato il metodo con cui lei è stato scelto al vertice del Consiglio nazionale forense?
È un metodo di rappresentanza…
Quindi è stato eletto…
Sì, ma anticipo la sua obiezione. Il Csm è diverso dal Consiglio Nazionale Forense, perché non si tratta di un organo di rappresentanza, ma di governo autonomo della magistratura. Se dunque non si tratta di un organismo di rappresentanza, perché bisogna eleggerne i componenti, piuttosto che sorteggiarli?
Perché, è la contestazione dal fronte del no, col sorteggio si rischia di mandare al Csm persone che non sono adeguate a quel tipo di ruolo. Come mai invece per voi il sorteggio è il metodo migliore?
Perché oggi il Consiglio Superiore della Magistratura è fortemente politicizzato: su 24 componenti, gli otto laici vengono nominati dal Parlamento, mentre quelli togati sono eletti dalle correnti, anch'esse affini ai partiti politici. Quindi oggi c'è una vicinanza del Csm alla politica che con il sorteggio scomparirà. Nei due futuri Csm, i due terzi dei componenti togati saranno sorteggiati tra magistrati. E se un giudice è in grado di comminare un ergastolo, perché non dovrebbe essere capace di decidere sulla carriera di un collega? Per quanto riguarda la parte dei laici, verranno scelti tra i giuristi e la legge prevede due requisiti: bisogna essere professori, docenti universitari o avvocati e avere almeno 15 anni di anzianità di iscrizione all'albo.
La lista da cui sorteggiare i membri laici però la farà il Parlamento. Per questo si parla di sorteggio temperato e chi lo critica sostiene che continuerà di fatto a esserci un controllo politico sulle nomine
No, non è così. Il Parlamento andrà a introdurre ulteriori criteri per raccogliere le candidature per il sorteggio. Saranno criteri che deciderà tutto il Parlamento per affinare il bacino dei candidati, non è che si dirà sorteggiamo Tizio Caio e Sempronio.
L'impressione è che si faccia molta fatica a coinvolgere gli elettori in questa campagna referendaria su entrambi i fronti, forse anche perché i cittadini non avvertono i temi trattati dal referendum come quelli più urgenti per risolvere i problemi la giustizia in Italia. Penso alla velocità dei processi ma anche al tema delle carceri, su cui il Consiglio Nazionale Forense è impegnato da tempo. Perché invece secondo lei questa riforma tocca la vita di tutti e quindi perché tutti dovrebbero partecipare al voto?
C'è una disattenzione dei cittadini determinata dal fatto che chi non ha mai avuto la disavventura di trovarsi ad avere a che fare con la giustizia non percepisce il problema. Quindi bisogna far comprendere ai cittadini che siamo davanti a una scelta che riguarda tutto il popolo italiano, perché è una scelta di civiltà giuridica. È vero che la riforma non incide sulla giustizia quotidiana, ma questo non significa che non si debba intervenire su un altro aspetto – quello dell'organizzazione – per trasformare il processo che oggi è ingiusto in un processo giusto, come vuole la nostra Costituzione. I tempi del processo sono un grande problema, ma la giustizia deve essere non soltanto celere, ma anche giusta ed efficiente. Se domani il processo durasse un giorno, ma fosse ingiusto e fosse inefficiente, non cambierebbe nulla. Quindi non si può dire: beh, questa riforma non interviene sui tempi del processo quindi non facciamola. Sono due cose differenti. Poi certo, errori giudiziari continueranno a esserci, anche nel caso di vittoria del Sì al referendum. Ma il tema è che oggi degli errori giudiziari nessuno risponde e non parlo di una risposta sul piano economico, della quale si può discutere, parlo della risposta anche al capo dell'ufficio. Chi è stato negligente chi non si è letto i documenti depositati deve spiegare a qualcuno perché ha commesso quell'errore. Oggi non è così e questo non va bene.