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Conflitto Israelo-Palestinese

Perché tutta la destra italiana sostiene Israele senza se e senza ma

La destra italiana dagli anni Sessanta in poi si è avvicinata progressivamente ad Israele, che oggi è un modello sostenuto dalle forze sovraniste e identitarie. Le ragioni sono tante, la prima è che Israele rappresenta un ottimo modello di democrazia illiberale.
A cura di Valerio Renzi
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La destra postfascista italiana, in larga parte, ha sempre sostenuto lo stato di Israele. Per lungo tempo il Movimento Sociale Italiano, il partito da cui è nata Alleanza Nazionale e da qui Fratelli d'Italia, ha sostenuto lo Stato Ebraico in chiave filoccidentale e anticomunista, mentre la maggior aparte dei partiti della Prima Repubblica (non solo la sinistra comunista e socialista, ma anche la Democrazia Cristiana), erano largamente filo arabe.

Le posizioni antisemite e radicalmente anti israeliane diventarono gradualmente appannaggio dei gruppi neofascisti più radicali, pur trovando spazio a lungo all'interno degli ambienti più nostalgici e giovanili del Msi. Mano a mano che la destra di Almirante diventava sempre più filo americana, all'interno dello schema della Guerra Fredda, diventava anche sempre più sostenitrice di Israele.

Si trattava, come detto, del grande gioco dei blocchi in cui il nemico del mio nemico è mio amico. Dagli anni Zero invece Israele ha cominciato a essere un modello, un laboratorio, a cui la destra destra europea e italiana ha iniziato a guardare con sempre maggiore interesse per ragioni interne e non solo di collocazione internazionale. Sono gli stessi anni in cui le istituzioni dell'ebraismo della diaspora si allontanano sempre di più dalle forze di sinistra e progressiste, in coincidenza con lo scoppio della Seconda Intifada nel 2002. È in questo momento che per la destra mondiale la lotta contro il terrorismo palestinese viene inserita nel più ampio scenario della war on terror scaturito dall'11 settembre, l'invasione dell'Iraq e dell'Afganistan. In questo contesto lo stato israeliano è stato assurto alla prima linea di una guerra in difesa dell'Occidente contro l'estremismo islamico. E l'anti – islamismo xenofobo diventa il nuovo collante ideologico.

È in questo contesto che la destra occidentale ha cominciato a pensare Israele come modello di democrazia illiberale. Con questo termine si vuole indicare un sistema politico che, pur rimanendo formalmente all'interno di un sistema politico parlamentare, dove rimane dunque l'esercizio del voto e il sistema dei partiti, ne forza il sistema di pesi e contrappesi e la costituzione materiale scivolando verso una stato autoritario.

Per lungo tempo si è parlato della Russia di Vladimir Putin come un modello di democrazia illiberale (ora ne parliamo direttamente come di un'autocrazia, come di un regime). Non a caso piaceva tanto alla destra destra occidentale, da Matteo Salvini a Marine Le Pen. Anche le parole l'Ungheria di Viktor Orban, tra limitazioni a cui sono sottoposte le ong, i provvedimenti su stampa e giustizia, è un modello di democrazia illiberale.

Lo stato di apartheid in cui Israele tiene i palestinesi nei territori occupati (perché le organizzazioni dei diritti umani parlano di apartheid israeliano lo spiega qui Amnesty International), ne fa uno stato dove esistono due società parallele. Una vivace, dinamica e attraversata da conflitti anche aspri, l'altra tenuta al di fuori dalla possibilità di esprimere i propri diritti politici e civili. Per la destra che ha fatto dell'identità nazionale e della sua difesa il core business della propria offerta politica, Israele è un esempio da seguire, basando l'accesso ai diritti di cittadinanza proprio su criteri che hanno a che fare con l'identità e la nascita all'interno di un determinato gruppo nazionale o religioso. È il sostegno offerto a questa politica che è valso il "perdono" del "peccato originale" dell'antisemitismo.

Non solo. In questi ultimi vent'anni – anche con il naufragio della prospettiva della pace e dei "due popoli due stati" –  il peso politico della destra religiosa e ultra nazionalista è progressivamente aumentato, con partiti esplicitamente suprematisti che sono arrivati al governo soprattutto con il voto degli ebrei ortodossi e delle organizzazioni dei coloni, portando a una ulteriore radicalizzazione del Likud di Benjamin Netanyauh. Proprio Bibi, travolto dalle inchieste giudiziarie, nel tentativo di salvare il suo potere personale, ha portato la società israeliana a uno scontro senza precedenti attorno alla riforma del ruolo della Corte Suprema. Secondo gli oppositori la riforma del governo di estrema destra farebbe di Israele una democrazia compiutamente autoritaria, destituendo ogni contrappeso al potere esecutivo.

Quando la destra liberale lancia oggi slogan che suonano ormai vecchi in difesa della "libertà dell'Occidente", non ponendo nessuna clausola al diritto di difendersi di Israele, fa finta di non vedere l'apartheid e lo stato malandato della democrazia israeliana, dove sono cresciute in questi anni forze violente ed estremiste. Andrebbero invece ascoltate le voci delle forze progressiste israeliane che chiedono il rispetto dei diritti umani, delle convenzioni internazionali e dello stato di diritto.

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Giornalista pubblicista e capo area della cronaca romana di Fanpage.it. Ho collaborato prima prima di arrivare a Fanpage.it su il manifesto, MicroMega, Europa, l'Espresso, il Fatto Quotidiano. Oltre che di fatti e politica romana mi occupo di culture di destra e neofascismi. Ho scritto per i tipi di Edizione Alegre "La politica della ruspa. La Lega di Salvini e le nuove destre europee" (2015) e per Fandango Libri "Fascismo Mainstream" (2021).
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