Ogni governo appartenente ad uno Stato sovrano può decidere di negare l'approdo ad un'imbarcazione presso i propri porti. Ma è un divieto che va motivato. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, firmata a Montego Bay nel 1982 e ratificata dall'Italia nel 1994, specifica che l'attracco ad una nave può essere impedito solo in casi particolari, fra cui il "pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello Stato costiero". Proprio a questo trattato fa riferimento il Decreto sicurezza bis, nel nome del quale Matteo Salvini ha firmato la proibizione di entrare, transitare e sostare in acque italiane alla nave Sea Watch, che rimane da ormai 13 giorni in balia del mare a largo di Lampedusa. Tuttavia, non è chiaro a quali motivi stia facendo riferimento il Viminale fra i pericoli sopra citati: per quali ragioni le 53 persone inizialmente a bordo (di cui 11, fra donne incinte, bambini e malati sono poi sbarcate per questioni sanitarie) rappresentano a priori una minaccia per la pace, l'ordine o la sicurezza dell'Italia?

La Corte europea dei diritti dell'uomo ha deciso di respingere il ricorso chiesto dalla Sea Watch e non applicare quelle misure che avrebbero permesso ai migranti che rimangono a bordo della nave di sbarcare. La Cedu "conta sulle autorità italiane affinché continuino a fornire l'assistenza necessaria alle persone a bordo di Sea Watch 3, che sono vulnerabili a causa della loro età o delle loro condizioni di salute", ma il leader leghista ha sempre affermato che per quanto lo riguarda l'imbarcazione della Ong "può restare lì fino a Natale". Uno sblocco della situazione rimane ora nelle mani della capitana Carola Rackete, che già in mattinata aveva affermato di essere pronta a forzare il blocco, nonostante le conseguenze che la potrebbero colpire. In questa eventualità, la sua azione sarebbe sì in contrasto con quando ratificato dal ministro Salvini, ma starebbe dalla parte dei diritti umani.

L'incostituzionalità dei porti chiusi

Il Decreto sicurezza bis conferisce al ministero dell'Interno, "di concerto con il ministro della Difesa e con il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, secondo le rispettive competenze, informandone il presidente del Consiglio", il potere di emanare provvedimenti che vietino l'attracco a quelle navi ("salvo che si tratti di naviglio militare o di navi in servizio governativo non commerciale") che intendono sbarcare illegalmente "persone in violazione delle leggi di immigrazione". Un altro riferimento ad un'indicazione contenuta nel trattato sul diritto del mare e strumentalizzata ai fini della politica dei porti chiusi. La Convenzione di Montego Bay infatti, così come il resto della normativa internazionale in materia, in primis sottolinea sempre l'obbligo di soccorrere la vita umana in mare. Dovere a cui non può essere anteposta nessuna delle clausole sopra citate. Il diritto alla vita, all'integrità e alla dignità della persona, che viene protetto da tutti quegli attori che salvano persone vulnerabili nel Mediterraneo, non può in alcun modo venire subordinato dalle azioni politiche dei singoli Stati.

La direttiva nazionale italiana e le ordinanze di un ministero non possono risultare incompatibili con i doveri affermati dal diritto internazionale marittimo: non possono quindi essere in contrasto con le Convenzioni Unclos, Solas e Sar, i principali trattati che nel dettare la normativa internazionale da seguire in mare mettono al primo posto l'obbligo di prestare soccorso e portare i naufraghi in un porto sicuro. Non solo, le delibere di un governo non possono contrastare la Convenzione di Ginevra sullo statuto dei rifugiati e il principio di non respingimento. Intimando alla Sea Watch di riportare i migranti soccorsi in Libia, Matteo Salvini ha contraddetto quanto affermato dalla comunità internazionale, che ha spesso documentato le atrocità a cui vanno incontro i migranti che vengono intercettati dalla Guardia costiera di Tripoli. La Libia non è un porto sicuro non solo a causa della guerra civile che ormai da mesi ha investito il Paese, ma anche in quanto non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra del 1951. Non assicura quindi la protezione internazionale a cui potrebbero aver diritto le persone al momento a bordo della Sea Watch. Il ministro dell'Interno, decretando un diniego di attracco e incalzando per un ritorno verso la Libia, di fatto, sta violando l'articolo 33 della Convenzione, in cui si afferma il principio di non respingimento.

Una pioggia di critiche per il Decreto sicurezza bis

È per questo motivo che il Decreto di Salvini è stato bocciato da Unhcr, Onu e Consiglio d'Europa, organizzazioni internazionali che hanno criticato le delibere del Viminale, prendendo invece le parti di chi ogni giorno si opera per garantire la salvaguardia delle vite umane in mare. L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha sottolineato che le disposizioni del Decreto sicurezza "potrebbero penalizzare i soccorsi in mare di rifugiati e migranti nel Mediterraneo centrale, compresa l'introduzione di sanzioni finanziarie per le navi delle Ong ed altre navi private impegnate nel soccorso in mare. Salvare vite umane costituisce un imperativo umanitario consolidato ed è anche un obbligo derivante dal diritto internazionale. Nessuna nave o nessun comandante dovrebbe essere esposto a sanzioni per aver soccorso imbarcazioni in difficoltà".

Le Nazioni Unite, quando il testo era ancora in fase di discussione, aveva richiamato l'Italia: "Esortiamo le autorità a smettere di mettere in pericolo la vita dei migranti, compresi i richiedenti asilo e le vittime della tratta di persone, invocando la lotta contro i trafficanti. Questo approccio è fuorviante e non è in linea con il diritto internazionale generale e il diritto internazionale dei diritti umani". Era poi stata la volta del Consiglio d'Europa, che si era detto fortemente preoccupato per "l'atteggiamento del governo italiano nei confronti delle Ong che conducono operazioni di salvataggio nel Mediterraneo", chiedendo agli Stati membri di interrompere qualsiasi collaborazione con la Libia, un luogo che non può essere considerato un Paese sicuro.

Non si può multare chi salva vite in mare

La capitana della Sea Watch, Carola Rackete, ha affermato di essere cosciente di quanto succederà se deciderà comunque di entrare nel porto di Lampedusa. Verrà accusata di favorire l'immigrazione clandestina e di associazione a delinquere per aver collaborato con gli scafisti. La sua nave verrà confiscata e arriverà una multa salata. Infatti, il Decreto sicurezza afferma: "In caso di violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane, notificato al comandante e, ove possibile, all'armatore e al proprietario della nave, si applica a ciascuno di essi, salve le sanzioni penali quando il fatto costituisce reato, la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 10.000 a euro 50.000. In caso di reiterazione commessa con l'utilizzo della medesima nave, si applica altresì la sanzione accessoria della confisca della nave, procedendo immediatamente a sequestro cautelare".

Tuttavia, al tempo stesso la normativa italiana in materia di sanzioni specifica che non risponde della violazione chi sta adempiendo ad un dovere. E il dovere di prestare soccorso rimane comunque in cima alla lista degli obblighi per qualsiasi natante. In primis viene stabilito dall'Articolo 98 della Convenzione Unclos, firmata a Montego Bay, e dall'Articolo 10 della Sar, firmata invece ad Amburgo, che impongono al comandante della nave a salvare le persone che si trovano in mare in condizioni di pericolo, e condurle presso un place of safety, dove siano garantiti i loro diritti. Nemmeno l'accusa di operare a fianco dei trafficanti può far valere una sanzione, in quanto secondo il testo non sta commettendo infrazione "chi ha commesso il fatto nell’esercizio di una facoltà legittima ovvero in stato di necessità": ammettendo anche il fatto che i migranti siano stati messi in condizioni di vulnerabilità in mare da parte di scafisti, come ha documentato un video dell'Agenzia Frontex appena qualche giorno fa, la necessità di salvare delle vite in pericolo deve essere riconosciuta prima di qualsiasi accusa di favoreggiamento di immigrazione clandestina.