Con l'ennesimo pasticcio comunicativo e tra formulazioni confuse e confondenti, il governo guidato da Giuseppe Conte ha emanato un pacchetto di misure durissime, non solo per le zone rosse (o arancioni, se vi interessano i giochetti), ma anche per il resto del Paese. Come vi abbiamo raccontato, si tratta di limitazioni durissime alla libertà individuale (con la chiusura di locali e centri di aggregazione, la sospensione delle occasioni di socialità, l'invito a limitare gli spostamenti e all'autoisolamento, le deroghe alle normative sulla privacy e via discorrendo), varate nella consapevolezza che siano necessarie e inevitabili per provare a limitare la diffusione del contagio da coronavirus. Si tratta di una scelta giusta, forse addirittura tardiva, a parere di chi scrive.

La situazione, lo dicono i numeri, è a un tale livello di gravità da capovolgere anche un ragionamento consolidato, quello che ci impone di considerare sempre con sospetto la cessione alle autorità di ampie fette di sovranità individuale, soprattutto nei cosiddetti momenti di emergenza. Le caratteristiche della diffusione del coronavirus, infatti, determinano un quadro del tutto nuovo in base al quale rifiutarsi di seguire le regole, non accettare temporanee limitazioni alla propria libertà di movimento, non sottostare a vincoli chiari rispetto a incontri, manifestazioni ed eventi, significa mettere in pericolo la vita di migliaia di persone e, in definitiva, minare alla base proprio il patto sociale fra gli individui. Un patto che vede la vita in comunità fondata su principi come il mutuo soccorso, l'aiuto reciproco, il prendersi cura l'uno dell'altro e il proteggere i soggetti più deboli ed esposti. Un imperativo morale che si traduce in un concetto tutto sommato semplice: sopportare disagi minimi e difficoltà temporanee in nome di un bene più grande, di un disegno più ampio, della tutela della comunità nel suo insieme.

E allora, perché c'è chi non rispetta le regole? Perché c'è chi fugge dalla quarantena, chi va in vacanza, chi si mette in viaggio rischiando di contagiare parenti e amici, chi continua imperterrito con cene, aperitivi e feste? Perché c'è chi fa scorte di alimenti e prodotti sanitari per anni, chi non resta a casa con la febbre, chi non adotta le prescrizioni mediche e i consigli degli esperti? Perché c'è chi rende necessaria e urgente l'adozione di norme ancora più restrittive e di un approccio punitivo (non sempre efficace, oltretutto)?

La questione è a mio parere molto più complessa di quanto possa sembrare, non potendosi risolvere nell'appiccicare l'etichetta di "imbecille irresponsabile" a chiunque non abbia seguito le indicazioni delle autorità, penso ad esempio alle storie diversissime che hanno le tante persone che nelle ultime ore hanno raggiunto le Regioni del Sud uscendo dalle zone rosse proprio a cavallo tra l'annuncio delle misure restrittive e la loro entrata in vigore. Ci sono gli imbecilli, certo. Ci sono gli irresponsabili, ovvio. E c'è la categoria degli imbecilli irresponsabili, in grande evidenza in questi ultimi giorni, che mette in pericolo migliaia di esistenze. Ma ci sono vite, storie ed esperienze diverse, profondamente rispettabili, dunque non ha alcun senso (e non aiuta affatto la causa) restituire un ritratto approssimativo e grossolano di migliaia di persone o, peggio ancora, far ricadere lo stigma su un'intera generazione.

Sarebbe molto più interessante provare a capire cosa determina comportamenti censurabili e perché ciò che a molti di noi sembra "normale e giusto" non venga percepito come tale. Che qualcosa sia andato storto sul piano della comunicazione in relazione al coronavirus è ormai un dato acclarato (ne abbiamo parlato diffusamente qui), ma sembra che questo cambio radicale di registro abbia peggiorato le cose. Se decine di persone adottano comportamenti irresponsabili recandosi ai pronto soccorso e mentendo sui sintomi dopo giorni dallo scoppio dell'epidemia, evidentemente c'è qualcosa di profondamente sbagliato, che solo in parte può essere spiegata con il semplice modello della "colpa" individuale.

La situazione attuale conferma la tesi di Dupuy secondo cui, in una società assuefatta alla paura e sottoposta a un continuo stillicidio di stimoli negativi, c'è una forte componente di persone per cui "l'annuncio di un disastro non provoca alcun cambiamento visibile del modo di comportarsi o pensare; anche se veniamo informati, non crediamo a ciò che ci dicono e la mente respinge l'idea semplicemente dicendo a se stessa che non è possibile". In altre parole, l'ostacolo maggiore per impedire il disastro è proprio far comprendere alle persone quanto sia seria la situazione, quale sia la realtà e quale la prospettiva futura. Farlo comprendere a chi legge la realtà in modo parziale e pregiudiziale. È un approccio molto diffuso, anche nella classe dirigente del paese, di cui aveva già scritto Bauman:

Nessuna minaccia è così temibile e nessuna catastrofe colpisce tanto duramente come quelle ritenute altamente improbabili; ritenerle impossibili, o non pensarvi nemmeno, è la scusa per non fare nulla al fine di fermarle prima che si giunga al punto in cui l'improbabile diventa reale e improvvisamente è troppo tardi per ridurne l'impatto, tanto meno per evitarne l'arrivo.

La prospettiva di una catastrofe è particolarmente difficile da evitare, del resto, proprio perché "è dovuta all'ingenita capacità della civiltà moderna di porsi dei limiti, alla sua intrinseca tendenza a trasgredire, e al suo rifiuto e inosservanza di ogni confine e limite".

Vi ricorda qualcosa? Esattamente. L'aperitivismo (non ci fermiamo mai, eh!) è la manifestazione più iconica di questa visione del mondo, in cui appunto sguazzano gli imbecilli incoscienti.

In più, ora che abbiamo assistito all'irruzione del possibile nell'impossibile, ci tocca fronteggiare anche lo spettro del dissolvimento delle strutture sociali, delle "basi elementari della vita civile e organizzata". Una prospettiva inquietante che si collega all'altra causa di scelte e comportamenti che stiamo giudicando con fare inflessibile e intransigente. La paura. E qui il discorso si fa molto diverso, a mio avviso.

Il virus fa paura, perché sembra poter rimettere in discussione tutto ciò che abbiamo costruito, attentare alla sicurezza del nostro piccolo posto sicuro, colpirci dove siamo più deboli. E per giunta, arriva nell'epoca dell'insicurezza, del cinismo, dell'indebolimento dei rapporti interpersonali, della messa in discussione del principio di solidarietà e di mutuo soccorso, della sfiducia nelle istituzioni e negli esperti, dello scetticismo verso la competenza. Tante delle azioni e dei comportamenti di queste ore sono conseguenza della sensazione che non esista un piano B, che il governo e le istituzioni non siano più in grado di provvedere ai nostri bisogni, che non ci siano più scialuppe di salvataggio e che tocchi a noi provvedere. Di fronte all'abisso, c'è chi reagisce nel modo più naturale possibile: cerca un posto sicuro, torna a casa, dalla propria famiglia. Spesso si tratta proprio di persone più esposte, che hanno meno certezze e meno sicurezze, anche economiche, e si sentono meno tutelate dal sistema e dalle istituzioni.

Non si tratta di deresponsabilizzare chi si rende colpevole di comportamenti che mettono in pericolo la comunità. Tutt'altro: si tratta di responsabilizzarli in maniera totale. Dobbiamo avere la consapevolezza della complessità della sfida che ci attende e del fatto che si può vincere in un solo modo: remando tutti nella stessa direzione. Convincendo chi finora non lo ha fatto che è anche e soprattutto nel suo interesse, come singolo e come comunità. Si vince insieme, anche, forse soprattutto, riportando sulla retta via i compagni che sbagliano.