Perché la tassa sui pacchi non sta funzionando e quando inizieremo a pagarla davvero: lo spiega un’economista

Tra le novità inserite nella legge di bilancio 2026 c'era anche una tassa di due euro sui piccoli pacchi, al di sotto dei 150 euro di valore, inviati da Paesi al di fuori dell'Unione europea. Una mossa pensata per colpire principalmente colossi del commercio online come Shein e Temu, che spediscono un'enorme quantità di prodotti nel nostro Paese.
Dall'inizio dell'anno, quando la tassa è entrata in vigore, ci sono stati però ritardi e complicazioni. Il motivo principale è che i due euro da pagare ci sono solo in Italia, e non negli altri Paesi Ue. Quindi è piuttosto facile aggirarli.
Fanpage.it ha chiesto chiarimenti a Lucia Visconti Parisio, professoressa ordinaria di Scienza delle finanze all'Università di Milano Bicocca, per spiegare cosa non sta funzionando e cosa cambierà, per chi fa acquisti, una volta che la tassa sarà entrata pienamente in vigore.
Professoressa, qual è l'obiettivo di una tassa del genere? Perché il governo ha deciso di introdurla?
Si tratta di un contributo fisso per spedizione che, nelle intenzioni dichiarate dal legislatore, dovrebbe andare a coprire costi amministrativi e di controllo doganale.
Ovvero?
L'esplosione del commercio online ha portato alla spedizione di una miriade di piccoli e piccolissimi pacchi, soprattutto da Paesi al di fuori dell'Unione europea. Questa mole di piccole spedizioni genera lavoro e costi extra per le nostre dogane, nella fase dei controlli. Il contributo di due euro per pacco serve a coprire questi costi.
Ha anche l'obiettivo di svantaggiare colossi del commercio online come i cinesi Shein e Temu?
Sì, c'è sicuramente l'intento di ‘riequilibrare' la competizione. Questi venditori operano al di fuori dei confini europei, perciò non sono soggetti ai controlli e le restrizioni previsti dalle normative dell'Ue, mentre invece i nostri produttori lo sono.
Perché il limite è fissato a 150 euro?
Perché in Europa è la soglia che distingue le importazioni "di modico valore" dalle altre. Questi pacchi – che sono la maggior parte di quelli collegati al commercio online – godono di una procedura semplificata alla dogana, con meno scartoffie. Per questo molti venditori non europei cercano di restare sotto i 150 euro, magari anche dividendo un ordine in tanti pacchi di piccolo valore.
Una volta che questo nuovo contributo sui piccoli pacchi sarà pienamente in vigore, che cosa cambierà per chi fa acquisti online?
Formalmente, il contributo è pagato da chi spedisce. Ma poi ovviamente verrà ‘traslato', cioè trasferito, sui clienti. Chi compra un prodotto, per esempio, dalla Cina, con tutta probabilità si ritroverà nel conto un aumento di due o tre euro.
Questo scoraggerà soprattutto gli acquisti di basso valore. Dato che è una somma fissa, i due euro da pagare sono poco rilevanti se l'acquisto è di quasi 150 euro. Mentre se compro un prodotto che costa dieci euro – e sono tante le spedizioni di questo valore – il contributo è sostanzialmente un rincaro del 20%.
I venditori potrebbero decidere di ‘assorbire' il contributo, pagandolo di tasca propria invece di aumentare i prezzi per i clienti?
In economia, tanto più i prodotti sono essenziali e difficili da sostituire, tanto più i clienti li comprano anche se il prezzo aumenta. Se invece si tratta di prodotti non essenziali, o che hanno dei sostituti facili da trovare, allora un rialzo di prezzo anche contenuto può spingere i clienti a non comprarli più.
La questione quindi per i consumatori sarà: quello che mi compro da un Paese extra-Ue è essenziale? È facile da sostituire con un altro prodotto, magari italiano, oppure no? Forse, pagando i due euro in più questi prodotti costeranno comunque meno dei loro equivalenti europei. Bisognerà vedere caso per caso come reagiranno i clienti, e come di conseguenza si adegueranno le aziende.
Questo succederà quando il contributo sarà in vigore. Oggi, però, ci sono dei problemi. Sono già arrivate le prime segnalazioni: le grandi aziende extra-europee stanno semplicemente aggirando questo nuovo contributo. In che modo?
Il contributo si paga in base a dove avviene l'importazione. Quindi, se avviene alle frontiere italiane, i due euro vanno versati. Se invece avviene in Francia, e poi dalla Francia quel pacco è spedito in Italia, il contributo non si paga più. È il cosiddetto re-routing doganale.
Questo perché se un pacco va dalla Cina alla Francia, e poi dalla Francia all'Italia, formalmente per la dogana italiana è un pacco che viene dalla Francia, giusto? E quindi, visto che l'Ue è un mercato unico, non paga nulla.
Esatto. Perciò gli importatori potrebbero anche accumulare i prodotti in magazzini fuori dall'Italia, e poi da lì smistarli nel nostro Paese.
Un altro possibile modo per aggirare in parte la tassa sarebbe riunire più spedizioni in un unico pacco, senza superare i 150 euro complessivi. Così, si pagherebbero i due euro una volta sola, invece che su ciascuna spedizione. Questo comunque ridurrebbe il traffico di pacchi in arrivo alla dogana, quindi da un certo punto di vista raggiungerebbe l'obiettivo di alleggerire il lavoro e i costi amministrativi dei controlli.
Le organizzazioni del settore trasporti e logistica lamentano diversi voli che dovevano arrivare in Italia sono già stati ‘dirottati' altrove in Europa, e poi da lì la spedizione è arrivata con camion nel nostro Paese.
C'era da aspettarselo. Tutte le volte che viene introdotto un contributo, immediatamente consumatori, produttori e venditori cercano il modo di eluderlo.
L'Agenzia delle Dogane ha chiarito con una circolare che il contributo non partirà a pieno regime fino a marzo. Per evitare tutte queste complicazioni, sarebbe meglio aspettare fino al 1° luglio? In quel momento entrerà in vigore la norma europea che in pratica prevede lo stesso meccanismo (ma con tre euro al pacco invece di due) per tutti i Paesi Ue.
Secondo me sì, sarebbe auspicabile che per un intervento del genere si partisse tutti insieme. Dopotutto siamo un mercato unico, quindi è singolare che un Paese adotti un contributo di questo tipo da solo.
Se non altro perché poi bisogna vedere come lo implementeranno gli altri Paesi dell'Unione europea. Potrebbero esserci delle piccole differenze che finirebbero per complicare le cose. Quindi, sia dal punto di vista logistico, sia per garantire l'omogeneità delle misure, sarebbe meglio aspettare. Certo, per lo Stato significherebbe perdere alcuni mesi di gettito in cui il contributo non sarà pagato.