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27 Maggio 2021
09:43

Perché la tassa di successione è l’imposta più liberale che ci sia, spiegato da un liberale

Il tema della tassa di successione non va lasciato alla sinistra, ma bisogna sottolineare quanto sia “l’imposta più liberale di tutte dal punto di vista del suo significato sociale”. Carlo Alberto Carnevale Maffè, professore associato dell’Università Bocconi di Milano, ha spiegato a Fanpage.it che “il liberale è contrario a privilegiare i figli dei ricchi, ma favorevole a privilegiare i più bravi”. L’imposta di successione “è liberale perché redistribuisce la fortuna”. Il problema principale è che non si può tassare più chi lavora rispetto a chi aspetta un’eredità.
A cura di Tommaso Coluzzi
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Tassare l'eredità. Su questo punto si è aperto un caso in questi giorni, con il dibattito rilanciato dal segretario del Pd, Enrico Letta, che ha proposto di aumentare l'imposta di successione per finanziare una dote da 10mila euro da dare ai diciottenni della generazione Covid. Si è discusso molto di diversi aspetti: chi interesserebbe, chi coinvolgerebbe, chi ne beneficerebbe, quanto se ne ricaverebbe. Troppo, troppo poco. Intanto tutto il centrodestra, anche quello che si dice liberale come Forza Italia, ha avuto la solita reazione che vediamo quando si parla di tasse: non si possono alzare le tasse, è un torto agli italiani, anzi, si devono abbassare. Carlo Alberto Carnevale Maffè, professore associato dell'Università Bocconi di Milano, da tempo sostiene che quella sulla tassa di successione debba essere in primis una battaglia dei liberali. Il perché lo ha spiegato rispondendo alle domande di Fanpage.it.

Perché i liberali dovrebbero essere a favore della tassa di successione?

Il principio è basato sulla logica del merito. Il liberale non è favorevole alla tassa di successione, è favorevole a un’equità fiscale che non distorca gli incentivi. Il tema non è aumentare le tasse, perché il livello assoluto di pressione fiscale è altissimo a fronte di servizi inadeguati. I finlandesi o gli svedesi, ad esempio, non se ne lamentano, perché hanno un livello di servizi completamente diverso. Per i liberali la tassa di successione può essere considerata come uno strumento legittimo di prelievo. Il punto centrale è che prelevare fiscalmente dal lavoro di una persona, cioè dal suo impegno, è meno incentivante di prelevare da un reddito straordinario non frutto di un merito individuale. Se tassi chi lavora al 43% e chi eredita al 4% stai trattando undici volte peggio chi ci mette impegno rispetto a chi si gira i pollici e aspetta che un parente ricco gli lasci l’eredità.

Quindi bisogna tassare di più le eredità e meno i lavoratori

Questo non vuol dire che l’imposta sulla successione debba essere predatoria o distorsiva a sua volta. Abbiamo tre livelli: il tax burden, livello assoluto di tasse; poi il tax mix, ovvero qual è il bilanciamento fra imposte dirette e indirette, sulle persone o sulle cose, sul reddito o sui consumi, sul patrimonio o sulle rendite; e infine c’è il livello del tax design, e qui si discute delle aliquote. È troppo presto per parlare del terzo, perché va affrontato nell’ambito di una riconsiderazione dell’interno sistema fiscale.

Perché dice di non lasciare la battaglia sulla tassa di successione alla sinistra?

Perché è un’assurdità. Sono i liberali che hanno fatto la battaglia per l’uguaglianza delle basi di partenza. Non per la redistribuzione, che è tutto un altro tema. Tutti gli esseri umani devono avere uguali opportunità all’inizio. Per questo l’imposta di successione ha un valore anche simbolico, perché è l’imposta più liberale di tutte dal punto di vista del suo significato sociale. Il liberale è contrario a privilegiare i figli dei ricchi, ma favorevole a privilegiare i più bravi. Anzi, se sono figli dei poveri vuol dire che sta funzionando il meccanismo di promozione sociale, mobilità sociale, istruzione universale. Sacrosanti principi liberali che non redistribuiscono il reddito, ma le opportunità. Non i soldi dai ricchi ai poveri, ma le opportunità dai fortunati agli sfortunati. L’imposta di successione è liberale perché redistribuisce la fortuna.

Perché in Italia i partiti liberali non la sostengono?

I liberali in Italia non esistono e quei pochi che esistono sono laici e convergenti su questo punto. Un liberale non può dissentire dal fatto che la fiscalità ha l’obiettivo di finanziare i servizi e non di essere ideologia, ma se ha un valore simbolico lo ha nella redistribuzione delle opportunità. Un’imposta di successione più equa è desiderabile rispetto all’iniqua tassazione sul lavoro, questo è il punto vero.

Ogni volta che si parla di tasse il centrodestra insorge e chiede di abbassarle o, come nel caso dell'imposta di successione, di abolirle del tutto. Perché?

Siamo in un inferno fiscale, è legittima la reazione di chi dice "adesso basta nuove tasse". Ma l’imposta successoria è assolutamente liberale. Le grandi fondazioni americane sono nate da chi ha deciso di non lasciare tutto ai figli, ma di "give back", che in questo caso non significa restituire ma essere riconoscenti. In un mix ragionevole tra pubblico e privato non ci sarebbe bisogno di una tassa di successione. L’obiettivo generale di un’imposta simile è avere zero gettito, perché crei l’incentivo per i ricchi a fare la cosa giusta, a creare bene pubblico, cioè essere riconoscenti.

Ma poi, alla fine, di quanti soldi stiamo parlando? Quanto vale la tassa di successione?

L’imposta di successione in un Paese occidentale può valere al massimo l’1% del Pil, quindi in Italia tra i 15 e i 17 miliardi di euro. Ad oggi siamo a un ventesimo di quella cifra, tra i 600 e i 700 milioni. Non salva i conti della nazione, ovviamente.

Che idea si è fatto della proposta di dare una dote da 10mila euro ai diciottenni lanciata da Letta?

Intanto le tasse di scopo vanno ridisegnate al variare dello scopo, perciò non hanno senso. Le tasse sono una cosa seria, sono un patto costituzionale con i cittadini, non si può giocarci sopra. Ai diciottenni vanno date garanzie di istruzione e di accesso al sistema finanziario. Ai giovani va dato accesso ai capitali: se uno deve fare una startup non ci fa nulla con 10mila euro. Se invece parliamo di studio io Stato te lo pago, anche tutta la vita, ma in base al merito. I giovani devono fare impresa, perché poi sono gli unici che assumono altri giovani. La proposta di Letta non dà uguali possibilità a tutti, ma uguali mancette a tutti. Lo Stato deve capire e assecondare le tue vocazioni e capacità e facilitare l’accesso alle risorse finanziarie di mercato.

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