"Non è il momento di prendere i soldi ai cittadini, ma di darli": sono bastate queste parole a Mario Draghi per freddare la proposta del leader del Pd, Enrico Letta, che aveva suggerito di creare un fondo per i giovani, la cosiddetta generazione Covid, e finanziarlo con un contributo dall'1% più ricco del Paese raccolto attraverso la tassa di successione. Nonostante Draghi abbia più volte sottolineato quanto sia importante fare di più per i giovani, in meno di dieci secondi ha accantonato l'ipotesi di aiutarli rivolgendosi agli ultra ricchi. Che, per la cronaca, si sono addirittura arricchiti durante la pandemia. A dimostrazione che in Italia, la patria dell'evasione fiscale e il Paese dove è più facile trovare un'imposta sul lavoro che sul patrimonio, tassare la ricchezza è ancora troppo scomodo.

La frase con cui Draghi ha accantonato la proposta del segretario dem, tra l'altro prima ancora che questa venisse debitamente presentata, dimostra tutta la lontananza della classe politica (o perlomeno di una parte) dal gigantesco burrone di diseguaglianze che la pandemia non ha fatto che acuire. Rendendole più profonde e più visibili, nonostante le parole del presidente del Consiglio cerchino di mascherarle affermando che il governo non prenderà soldi dai cittadini, come se questi fossero tutti uguali. Purtroppo non è così e chiedere all'1% ricchissimo del Paese di fare un piccolo sforzo per aiutare le fasce più povere, ancora più penalizzate dall'emergenza, in un Paese civile dovrebbe essere scontato. In Italia, invece, fa polemica.

Cosa dice la proposta del Partito democratico

Ma andiamo a vedere nello specifico cosa afferma la proposta del Partito democratico. L'idea è quella di creare una dote da 10 mila euro da destinare alla cosiddetta generazione Covid, cioè chi oggi ha tra i 13 e i 17 anni, e finanziarla aumentando la tassa di successione per le eredità e le donazioni superiori ai 5 milioni di euro. Questa dote sarà poi assegnata in base all'Isee della famiglia e potrà essere spesa per la formazione e l'istruzione, per il lavoro e la piccola imprenditoria o ancora per la casa. Dal Pd si calcola che ogni anno la dote potrebbe arrivare a circa 280 mila ragazze e ragazzi e sarà erogata al raggiungimento del 18esimo anno di età. Si parlerebbe quindi di una misura non a debito, che non andrebbe un domani a pesare (come molti dei prestiti che il nostro Paese sta chiedendo oggi per uscire dall'emergenza) sulle stesse generazioni che ora soffrono maggiormente a causa di questa crisi.

Il costo della misura sarebbe di circa 2,8 miliardi di euro annui e sarebbe appunto finanziata rivedendo in senso progressivo le aliquote sull'imposta sulle successioni e donazioni. Si manterrebbe comunque la franchigia di 1 milione per poi portare al 20% l'aliquota massima prevista per le eredità e donazioni tra genitori e figli oltre i 5 milioni di euro.

La differenza tra l'Italia e gli altri Paesi europei

A questo punto si devono subito sottolineare una serie di differenze con gli altri Paesi europei. L'aliquota di tassazione che c'è in Italia sulle eredità o sulle donazioni superiori superiori a 5 milioni di euro è tra le più basse d'Europa. Non è leggermente inferiore: c'è un vero e proprio abisso rispetto agli altri Paesi Ue. Se in Italia è infatti al 4%, in Germania è oltre sette volte più alta, al 30%. In Spagna saliamo ancora, al 34%, fino ad arrivare al 45% della Francia. Questo fa sì che mentre in Italia lo Stato incassi circa 800 milioni dalle tasse di successione, la Germania ci guadagna circa 7 miliardi e la Francia addirittura 14. In Italia, inoltre, i patrimoni al di sotto del milione sono totalmente esenti da questa tassazione.

Ma è ora che il nostro Paese smetta di essere un paradiso fiscale per chi eredita e si adegui agli altri big europei, soprattutto in un momento così difficile in cui le diseguaglianze tra ricchi e poveri non fanno che aumentare. E quando Draghi dice che non è il momento di prendere soldi ai cittadini, ma di darli, dovrebbe tenere conto anche di questo. Del fatto che la pandemia non ha colpito tutti allo stesso modo semplicemente perché non tutti avevano gli stessi mezzi per affrontala. E quindi, quando si chiede di aumentare la tassa di successione sopra i 5 milioni, non si parla di incrementare indistintamente la pressione fiscale per dei cittadini già provati da mesi difficili, ma intervenire solamente su una tassa già esistente che "pesa" solo sugli ultra ricchi per aiutare in questo modo chi è stato più colpito dalla pandemia.

Perché è giusto aumentare la tassa di successione

Ma in Italia, il Paese per eccellenza dell'economia sommersa, parlare di tassare il patrimonio è ancora scomodo per molti. Nonostante una tassa di successione più alta sarebbe fondamentalmente più giusta.

Eliminare la tassa di successione sarebbe un terribile errore, equivarrebbe a comporre la compagine statunitense per i Giochi Olimpici del 2020, selezionando i primogeniti di coloro che vinsero la medaglia d’oro nei Giochi Olimpici del 2000. Senza la tassa di successione, si ha di fatto un’aristocrazia di ricchezza, che significa tramandare di generazione in generazione il potere di gestire le risorse di una nazione secondo criteri ereditari, non di merito.

Queste non sono le parole di qualche politico marxista. A dirlo è stato Warren Buffett, l'economista e investitore statunitense, uno degli uomini più ricchi del mondo. Insomma, la tassa di successione è un modo per, almeno in parte, riequilibrare un sistema profondamente diseguale. E in un momento storico in cui, con la pandemia di coronavirus e la devastante crisi economica che ne è seguita, i ricchi sono diventati ancora più ricchi e i poveri ancora più poveri, parlare di aumentarla non dovrebbe certo essere uno scandalo. D'altronde a sottolineare che sia necessario in tutto il mondo un contributo da parte delle fasce più benestanti della popolazione, per creare società polarizzate dall'apartheid economica, è anche il Fondo monetario internazionale. Ma in Italia restiamo indietro anni luce.