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Perché il decreto Flussi del governo Meloni dimostra che all’Italia servono più migranti

Il governo Meloni ha autorizzato l’ingresso in Italia di 82mila lavoratori migranti extracomunitari, per il 2023. Più dell’anno scorso e oltre il doppio rispetto al periodo pre-Covid. Chiara Tronchin, ricercatrice della fondazione Leone Moressa, spiega a Fanpage perché è un cambiamento necessario.
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A cura di Luca Pons
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Il governo Meloni ha approvato il decreto Flussi per il 2023, che è stato pubblicato nella Gazzetta ufficiale nell'ultima settimana di gennaio. Il decreto stabilisce quanti stranieri extracomunitari possono avere un permesso di soggiorno per motivi di lavoro in Italia, nel corso dell'anno. La norma prevede il via libera a 82mila ingressi, anche se i datori di lavoro dovranno prima assicurarsi che non ci siano persone già in Italia disponibili a fare quel lavoro. Per fare un quadro sull'immigrazione e il lavoro in Italia, Fanpage.it ha intervistato Chiara Tronchin, ricercatrice della fondazione Leone Moressa, che ogni anno pubblica un rapporto sull’economia dell’immigrazione.

Il nuovo decreto Flussi da l'ok a poco più di 80mila ingressi. Come giudica questo dato?

Ci sono stati anni di decreti Flussi estremamente bassi, attorno alle 30mila unità. L'anno scorso e quest'anno, dopo la pandemia, i numeri sono tornati a crescere. È dal 2014 che i flussi erano diminuiti a circa 30mila unità, mentre negli anni 2006 e 2007 gli ingressi consentiti erano circa 150mila. È stato un bel salto. I primi dati sul 2022 fanno vedere un incremento dell'occupazione extracomunitaria, quindi dovremmo andare nel senso giusto. In ogni caso è un elemento positivo che aumentino i flussi regolari. Anche solo a livello fiscale, a uno Stato conviene sempre favorirli, perché il lavoro regolare porta maggiori entrate.

Perché sono aumentati negli ultimi due anni?

Semplice: perché manca la manodopera.

L'aumento degli ingressi previsti con il decreto Flussi è la dimostrazione che all'Italia serve più immigrazione?

Servono persone che lavorano. Soprattutto, ritengo, servono persone straniere regolari. In Italia l'immigrazione non è mai stata molto ben gestita: la prova è il numero di stranieri irregolari sul territorio.

In che senso?

La presenza di irregolari per uno Stato è un problema, perché è legata al lavoro nero – dato che uno straniero irregolare non può lavorare nel mercato del lavoro formale – e quindi comunque lo Stato non ha un introito fiscale. E poi c'è una correlazione tra permanenza irregolare e criminalità. In Italia, quando il numero di irregolari è troppo alto si procede con una regolarizzazione, una ‘sanatoria'. In realtà questi numeri non dovrebbero esserci, servirebbe un sistema di gestione dei flussi migratori per cui non hai irregolari sul territorio.

Se l'aumento del decreto Flussi è un segnale che l'Italia ha bisogno di immigrazione, le sanatorie – che regolarizzano in una volta sola grandi numeri di stranieri irregolari – sono la dimostrazione che il fenomeno è gestito male?

In un certo senso. È un elemento che accomuna un po' tutti i governi dal 1990, quando c'è stata la prima regolarizzazione. Da allora, i dati mostrano che periodicamente, quando i numeri diventavano problematici, si faceva una sanatoria: nel 1995, nel 1998, nel 2002, e poi nel 2009, 2012 e 2020. Non è una gestione di destra o di sinistra, è una gestione che non va bene.

Bisogna incentivare l'immigrazione regolare?

Bisogna gestire l'immigrazione che c'è già, in modo che non diventi irregolare. Il motivo principale per cui un immigrato viene in Italia è per trovare lavoro, per migliorare le proprie condizioni economiche, quindi il decreto Flussi potrebbe intervenire su questo, se il fenomeno fosse gestito meglio. Se è difficile entrare in Italia in maniera regolare per lavoro, viene da pensare che sia anche per questo che ci sono tanti irregolari. Il 2021 e 2022 saranno anni interessanti da studiare a livello statistico, per vedere se dopo gli aumenti dei decreti Flussi le persone entrate troveranno lavoro, o comunque regolarizzeranno il lavoro che già hanno.

Attualmente, quanti stranieri ci sono in Italia?

Negli ultimi anni, a differenza di quanto può sembrare, l'Italia non è stata molto attrattiva per il fenomeno migratorio. In realtà la popolazione straniera è piuttosto stabile, attorno ai cinque milioni. Poi c'è circa un milione di persone che negli ultimi dieci anni ha acquisito la cittadinanza italiana: nelle statistiche non sono più conteggiati come residenti stranieri, e non sappiamo con certezza se tutti siano rimasti in Italia, ma è utile tenerne conto per avere la dimensione del fenomeno. L'incidenza della popolazione straniera – in senso ampio – in Italia non è all'8,5%, come dicono le statistiche, ma è molto più alta. L'integrazione è ormai in atto, la nostra immigrazione è recente ma non recentissima.

I numeri del nuovo decreto Flussi sono sufficienti?

Non si può ancora dire. La critica che spesso viene fatta è che ci sono molti disoccupati italiani, quindi non servono gli stranieri. Il fatto è che italiani e stranieri fanno lavori diversi. Le professioni che si liberano a volte non sono appetibili per gli italiani.

Quelle meno qualificate?

Spesso sì. Non è una colpa di nessuno, in questi anni è aumentata la scolarizzazione degli italiani, quindi mi sembra ovvio che una persona che studia un tot di anni, finisce l'università, non ambisca a fare il bracciante o il domestico. Così, si sono liberati dei posti che richiedono una minore qualifica, e per questi è richiesta la presenza di stranieri.

I dati confermano che i lavoratori stranieri fanno i lavori che ‘gli italiani non vogliono fare', come si dice?

Ovviamente non significa che si possa generalizzare, ma sul mercato del lavoro in generale, un lavoratore su dieci è straniero: nelle professioni meno qualificate l'incidenza aumenta a tre su dieci. I principali lavori sono venditore ambulante, domestico, badante, bracciante. C'è un lato positivo, per così dire, cioè che c'è minor concorrenza con gli italiani in questi settori.

E il lato negativo?

È che facendo meno lavori qualificati, la popolazione straniera è più esposta al rischio di povertà, pur lavorando. E meno guadagni, meno tasse paghi, quindi anche l'apporto che possono dare al Paese è più basso. Se pensiamo all'elevata di giovani stranieri o di origine straniera, è facile capire che per far crescere il Paese bisogna far crescere a livello sociale anche questi giovani, perché facciano lavori qualificati e possano contribuire di più. In Italia, qualsiasi giovane è una risorsa importante.

Anche perché il numero di pensionati in Italia tenderà ad aumentare nei prossimi anni, giusto?

Sì, la generazione del baby boom, quella nata dal 1945 al 1964, sta entrando in età pensionabile. Quindi c'è una forte crescita della popolazione anziana, anche perché aumenta la speranza di vita. Dall'altra, la popolazione attiva diminuisce, quindi c'è uno squilibrio. Nel 2050 la previsione è che ci sia un pensionato per ogni lavoratore. È chiaro che a livello di welfare non è sostenibile.

Il problema si può risolvere con delle politiche sulla natalità? Su questo tema il governo Meloni insiste molto.

Certamente l'Italia attraversa un inverno demografico, e quando se ne parla si pensa sempre alle ultime generazioni, i ‘giovani di oggi' che fanno meno figli. In realtà è dal 1977 che il tasso di fecondità, cioè il numero di figli per donna, non consente ricambio generazionale in Italia. Così sono diminuite anche le donne in età fertile, tra i 15 e i 45 anni. Oggi il tasso di fecondità – cioè il numero di figli per ogni donna – è attorno all'1,3 ma se anche si tornasse a 2, non riusciremmo ad avere un aumento della popolazione. Ma intervenire sulla natalità non basta.

Perché?

Dalla crisi economica del 2008 c'è stato un crollo costante delle nascite, quindi politiche su questo sono necessarie. Ma non basteranno, se non altro, perché da quando un bambino nasce servono almeno vent'anni prima che entrino nel sistema economico. Quindi bisogna fare anche politiche per avere più popolazione attiva. E questo si vede, nell'ultimo decreto Flussi.

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