
Nuova Delhi, 30 gennaio 1948. Sono le 17.00.
Un uomo di 78 anni, magrissimo, cammina a fatica sorretto dalle nipoti. Sta andando a pregare. Il mondo lo chiama "Mahatma", la Grande Anima. Il suo nome è Mohandas Karamchand Gandhi.
In quel momento dalla folla si fa avanti un uomo. Si chiama Nathuram Godse. Si inchina, come si fa davanti a qualcuno che si rispetta. Poi estrae una pistola Beretta e gli spara tre colpi.
Gandhi, l’uomo della nonviolenza, muore nel modo più violento possibile. Perché? Chi l’ha assassinato lo considerava un traditore. Ma per capire le ragioni profonde di questo attentato, dobbiamo prima dire chi è stato davvero Gandhi e perché è considerato dal mondo intero simbolo di giustizia e diritti umani.
Primo punto: Gandhi non era un filosofo da aforismi.
“Sii il cambiamento che vorresti vedere nel mondo” oppure “Scopri chi sei e non avere paura di esserlo”, sono due delle frasi con le quali siamo abituati a incontrare Gandhi. La figura del Mahatma ridotta a un vecchio saggio che dispensa buoni consigli. Ma Gandhi non era un aforisma, era un filosofo. Era uno stratega politico.
Quando Martin Luther King sfida il razzismo negli Stati Uniti, o Mandela conduce il Sudafrica oltre l’apartheid, stiamo guardando la sua eredità in azione. Perché la nonviolenza di Gandhi non era gentilezza, era politica radicale. E tutto questo inizia molto tempo prima, quando Gandhi non era ancora il Mahatma.
Vediamo come si evolve la figura di Gandhi nel tempo.
All’inizio Gandhi è un uomo qualunque. Un avvocato timido, studia a Londra e va a lavorare in Sudafrica. È lì che tutto cambia.
La storia è questa: il signor Mohandas Karamchand Gandhi è in treno, ha un biglietto di prima classe, arriva il controllore, il biglietto è regolare ma il controllore gli ordina di cambiare vagone perché “la prima classe è riservata ai bianchi”. Gandhi si rifiuta e il controllore lo alza e lo sbatte fuori dal treno. Gandhi passerà così la notte in stazione, al freddo, ed è lì che maturerà l’idea che alle decisioni discriminatorie si debba resistere, non piegarsi. L’essere umano Gandhi, di fronte alla sua “razza” (per usare il vocabolo dei razzisti), non contava niente. La sua laurea e i suoi abiti eleganti non contavano nulla perché la sua “razza” aveva annullato anche i suoi titoli. Gandhi aveva provato sulla sua pelle il razzismo, ed è lì in Sudafrica che inizierà a guidare le prime agitazioni nonviolente per i diritti degli indiani.
Gandhi rimarrà in Sudafrica per 21 anni e tornerà in India nel 1915, ritrovando un’India sotto il dominio britannico ormai da quasi due secoli. Ritrova anche lo stesso schema del Sudafrica: un sistema che tratta milioni di indiani come manodopera di serie B per arricchire Londra. L’idea coloniale è infatti sempre stata chiara: i britannici sono superiori ed è quindi “giusto” e “naturale” che governino, sfruttandoli, gli indiani. Gandhi però capisce qualcosa che agli altri sfugge: gli inglesi in India sono pochissimi, e riescono a governare perché milioni di indiani collaborano con loro. Nell’esercito, nella polizia, negli uffici. Se quella collaborazione si fermasse, l’Impero britannico crollerebbe.
E allora Gandhi costruisce la sua strategia: abbandona l’abito occidentale, sceglie una vita essenziale e usa il digiuno come pressione politica estrema. Formula la teoria della Satyagraha: non rispondere alla violenza con altra violenza, ma smettere di obbedire a leggi ingiuste, anche sapendo di pagarne il prezzo. Non è resistenza passiva. È disobbedienza attiva, organizzata, di massa. La sua strategia è boicottare il sistema dall’interno. Il messaggio è chiaro: non comprate merci inglesi, lasciate le loro scuole, non pagate le tasse.
Gandhi stesso inizia a filare i propri vestiti con un arcolaio. Anche questo è un atto politico: indebolire l'industria tessile britannica per ridare dignità all'economia indiana. Senza sparare un colpo, Gandhi sta costruendo la più grande macchina di disobbedienza civile della storia.
La marcia del sale.
Gandhi riesce in un’impresa impossibile: mobilitare milioni di persone contemporaneamente. Unisce persone contadine e intellettuali in un’unica immensa rete di resistenza civile e costruisce un consenso che trasforma la paura delle persone suddite nella consapevolezza di essere un popolo. La sua marcia di disobbedienza più celebre è la Marcia del Sale del 1930.
Partiamo da qui: il sale è un bene essenziale, ma gli inglesi ne hanno il monopolio e lo tassano pesantemente. Gandhi quindi seleziona 78 persone volontarie, simbolo di ogni regione e religione dell'India, e parte con loro. Cammina per quasi 400 chilometri fino al mare. Lungo il percorso si ferma in ogni villaggio, parla alle folle, spiega il senso della protesta: il suo piccolo gruppo iniziale diventa una valanga umana. La folla arriva sulla spiaggia, e lui raccoglie un pugno di sale naturale. Un gesto minuscolo, ma dietro di lui c’è un fiume di persone che fa lo stesso. Una violazione simbolica della legge. Il sistema britannico va in tilt: non sanno più dove mettere decine di migliaia di persone arrestate. Gandhi dimostra una cosa spaventosa per chi governa con la forza: chi accetta il carcere senza reagire è più forte di chi può rispondere solo con armi e manganelli. È una vittoria non militare, ma morale: è la vittoria del primato della coscienza. È resistenza morale. La nonviolenza di Gandhi non funziona perché gli inglesi diventano buoni, ma funziona perché li costringe a scegliere: o concedere libertà o mostrarsi al mondo come un impero che prova a sopravvivere picchiando persone disarmate. Certo, in questo contesto pesano anche la Seconda guerra mondiale, la crisi economica britannica, i cambiamenti globali. Ma senza quella pressione costante e organizzata, l’Impero coloniale avrebbe resistito ancora a lungo.
L’India è libera, ma con la Partizione
La vittoria arriva nel 1947, ma non è la vittoria che Gandhi aveva immaginato. L'India è finalmente libera, ma l'odio tra indù e musulmani, che fino a quel momento avevano convissuto, porta alla Partizione. Con la fine del dominio britannico, entrambe le comunità temono di essere schiacciate dall'altra. I musulmani hanno paura di diventare una minoranza senza diritti in uno Stato a maggioranza indù, mentre i nazionalisti indù accusano i musulmani di voler dividere il Paese. Nascono così due Stati: India e Pakistan. È una strage di sangue. Chi era stato tuo vicino per generazioni, nel giro di una notte, diventa un potenziale nemico o qualcuno da cui fuggire. Mentre i politici festeggiano, Gandhi digiuna per fermare la violenza. Difende apertamente il diritto dei musulmani a vivere in pace in India. Per gli estremisti indù, questo è troppo: vedono ormai Gandhi come un debole che sta svendendo la nazione al nemico. Ai loro occhi la sua ricerca della pace non è più un gesto nobile, ma un tradimento imperdonabile.
Il movente dell’assassinio.
Torniamo a quel 30 gennaio 1948. Gandhi sapeva di essere in pericolo, ma rifiutò ogni protezione. Non poteva predicare la nonviolenza e circondarsi di uomini armati. Gandhi viene ucciso da Nathuram Godse, un estremista indù che non accettava quell’idea di fratellanza tra la popolazione indù e quella musulmana. Il giorno dopo, oltre due milioni di persone riempiono le strade di Nuova Delhi per l’ultimo saluto al Mahatma. Le sue ceneri vengono sparse nei più grandi fiumi dell’India.
Riflessione finale.
Ora permettetemi una riflessione. Oggi, in un mondo che sembra aver cancellato la parola “dialogo”, Gandhi appare fuori dal tempo. Eppure la sua lezione è più attuale che mai: ci ha insegnato che la nonviolenza non è la scelta dei più deboli, ma il mezzo più efficace di chi è abbastanza forte da non aver bisogno di distruggere l’altro per affermarsi.
Guardando alle guerre che oggi caratterizzano il pianeta, ai muri che si alzano per impedire ai più poveri di mettersi in salvo; guardando all'odio che corre veloce sui social; io mi chiedo: abbiamo imparato qualcosa da quel pugno di sale raccolto sulla spiaggia? O la nonviolenza è destinata a rimanere una citazione nei nostri diari, mentre il mondo continua a scegliere la sopraffazione?
Forse la vera domanda non è se la nonviolenza funzioni ancora, ma se siamo disposti ad avere il coraggio che essa richiede. Quel pugno di sale non cambiò il mondo da solo: cambiò le persone che lo raccolsero. Ed è da lì, da ogni nostro pugno di sale raccolto anche due o tre volte al giorno, se necessario, che ogni cambiamento comincia.
Disobbedite felici!