Il deputato di LeU, Erasmo Palazzotto, presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, in un'intervista a Fanpage.it spiega perché la revoca delle autorizzazioni per la vendita di missili e bombe all'Arabia Saudita e agli Emirati Arabi, decisa dal governo, è un passo avanti storico, che dà anche al nostro Paese la possibilità di fare da apripista sulla strada del disarmo. Ma nello stesso tempo sollecita l'esecutivo affinché la stessa decisione venga presa tempestivamente anche nei confronti dell'Egitto, come chiesto tra l'altro dai genitori di Giulio Regeni, ucciso al Cairo nel 2016.

All'inizio di gennaio Paola e Claudio Regeni hanno avviato un'iniziativa giudiziaria nei confronti del governo italiano, accusandolo di aver violato la legge 185 del 1990: l'Italia ha venduto armi all'Egitto, Paese che viola i diritti umani. L'esposto è stato depositato alla Procura di Roma. Pochi mesi fa infatti il Paese nordafricano ha chiesto espressamente all’Italia due fregate Fremm di Fincantieri, del valore di 1,2 miliardi di euro, navi che erano destinate inizialmente alla Manina Militare. Il governo italiano ha autorizzato la vendita tramite la società Orizzonti Sistemi Navali, controllata da Fincantieri e Leonardo. Ma l'affare con l'Egitto è molto più grosso: siti d'informazione araba nei mesi scorsi hanno divulgato la notizia, poi confermata, della vendita all'Egitto di 6 fregate Fremm, quattro nuove oltre alle due già consegnate, 20 pattugliatori d’altura di Fincantieri, oltre a 24 caccia Eurofighter Typhoon e altri velivoli d'addestramento M-346 di Leonardo, più un satellite da osservazione. Una commessa del valore complessivo di 10,7 miliardi di dollari.

Onorevole quale sarà secondo lei l'esito dell'esposto dei genitori di Giulio Regeni? 

È un fatto inedito, senza precedenti. Richiederà lo sforzo dei magistrati per interpretare una legge, la 185 del 1990, che sta mostrando tutti i suoi limiti, perché stabilisce dei principi e delle procedure, ma non prevede sanzioni, né dispositivi per intervenire in caso di violazione. È affidato all'arbitrarietà della politica il giudizio di ultima istanza sulla concessione o meno di un'autorizzazione, come è successo nel caso della vendita di armamenti all'Egitto, decisa dal presidente del Consiglio e dal Consiglio dei ministri.

Perché la legge 185 del 1990 va riformata?

In caso di embarghi sugli armamenti la legge viene applicata in automatico. Nel 2013, a seguito delle rivolte represse nel sangue, con più di mille morti in un giorno, per mano del regime di Al Sisi, il Consiglio Affari Esteri europeo aveva chiesto agli Stati Ue di interrompere la vendita di armi. Nel tempo i Paesi Ue, in deroga alle loro leggi, che più o meno ricalcano l'impianto della 185, hanno ricominciato a vendere armamenti all'Egitto, addirittura incrementando le vendite. Anche perché il Paese nordafricano, finanziato dall'Arabia Saudita, è diventato uno dei principali acquirenti di armamenti dall'industria bellica europea. La scelta che viene fatta è una scelta politica, che ha una rilevanza dal punto di vista commerciale e strategico, che deroga a tutti i valori costitutivi delle nostre società democratiche.

La scelta di ieri del governo italiano di revocare le sei autorizzazioni va in controtendenza.

In questi anni tutti i governi avevano volutamente ignorato che l'Arabia Saudita usasse quegli armamenti per fare una carneficina in Yemen. Da ieri il governo italiano acquisisce questo dato, e non solo sospende, ma revoca le commesse, definitivamente.

Dopo l'Arabia Saudita adesso lei chiede che il governo faccia lo stesso con l'Egitto.

Io credo che la conseguenza logica della scelta che abbiamo fatto in Arabia Saudita ci dovrebbe portare a rivedere la scelta autorizzativa che abbiamo fatto sull'Egitto, perché questo Paese è coinvolto come l'Arabia Saudita nella guerra in Yemen, fa parte della stessa coalizione. Quindi anche le armi che vendiamo agli egiziani vengono usate in quel conflitto, oltre che per la repressione dei civili. Per molti anni l'Italia aveva sospeso la vendita di armamenti verso il Cairo. Ha ripreso dal 2018, fino ad arrivare alla vendita delle due fregate Fremm di Fincantieri. Ma queste sono solo quelle più vistose, che fanno dell'Egitto il primo partner commerciale dell'Italia per la vendita di armamenti.

Perché pesa così tanto oggi quell'accordo commerciale da 10,7 miliardi che l'industria bellica italiana ha siglato con l'Egitto? 

Il resto dei rapporti commerciali tra Italia ed Egitto sono regolati dalle leggi del mercato. La legge italiana però prevede che se l'industria bellica vuole vendere armi, e ci sono delle questioni etiche e morali in ballo, questa scelta debba essere avallata dalla politica. Ma se questa legge vale per l'Arabia Saudita vale a maggior ragione per l'Egitto. Lì c'è una ferita aperta che non si può rimarginare, perché viene costantemente provocata da parte egiziana. È imbarazzante e dissociato il comportamento dell'Italia nei confronti del Cairo. Da una parte si chiede collaborazione per ottenere verità e giustizia per Giulio Regeni, si chiede che vengano dati gli indirizzi degli indagati, si protesta perché le autorità del Cairo oltraggiano il lavoro della nostra magistratura, e dall'altra si autorizza la vendita di armamenti. Anzi il governo ha fatto di più. Nel caso delle Fremm non ha semplicemente autorizzato un'azienda privata – tra l'altro Fincantieri è un'azienda a capitale pubblico, con una governance che viene indirizzata dall'esecutivo – ma ha anche coinvolto la nostra Marina militare. Di fatto, pur di favorire l'Egitto, il governo ha rinunciato all'implementazione della nostra flotta, perché quelle due navi erano equipaggiate per la nostra Marina militare, che dovrà aspettare altri tre o quattro anni prima di poter ricevere quelle nuove, che adesso sono in cantiere.

Perché questo accordo commerciale è passato sotto silenzio?

L'idea era quella di non annunciarlo, l'intenzione era quello di spezzettarlo in tante richieste autorizzative, per non dare nell'occhio. Perché è la più grande vendita di armamenti dell'industria bellica italiana dalla Seconda Guerra mondiale a oggi. In questo modo si tratta l'Egitto non solo come un partner strategico, ma come un Paese amico.

Il sottosegretario agli Esteri Di Stefano ha detto che questa grossa commessa militare non inficia in alcun modo la ricerca della verità per Regeni. È possibile?

Il sottosegretario Di Stefano ci ha spiegato che se quelle navi non gliele avessimo vendute noi l'Egitto le avrebbe comprate comunque da un altro Paese. Ma è chiaro che nel momento in cui si fa questa scelta la richiesta di verità e giustizia per Giulio diventa solo un ‘pro forma'. Diventano parole vuote, hanno ragione i genitori di Regeni. Non siamo più credibili agli occhi degli egiziani. Senza contare che noi in questo momento vendiamo armi, pistole e fucili, alle stesse forze di sicurezza che hanno rapito, torturato e ucciso Giulio Regeni. È una grande contraddizione.

Pensa che la revoca delle concessioni possa essere stato anche un modo per colpire Matteo Renzi?

Sicuramente qualche esponente dei Cinque Stelle ha voluto usare la questione per lo scontro politico, ed è anche discutibile. Ma una scelta di questo tipo non si fa in 24 ore. La revoca delle licenze ha richiesto diversi passaggi e rientra dentro una strategia internazionale di cui l'Italia fa parte. Non è una scelta che il nostro Paese ha fatto isolatamente. Ma l'Italia sta dimostrando di essere capofila, io credo che altri Paesi seguiranno il nostro esempio.

A proposito di imbarazzo, non è un problema per l'eventuale maggioranza se Renzi è accusato di ‘conflitto d'interessi' per i suoi affari in Arabia Saudita?

Io penso che questo sia un tema più ampio. Penso che Renzi nella sua vita privata possa fare ciò che vuole. Ma per esempio, se un domani Italia viva chiedesse di revocare la scelta fatta sulla vendita di bombe a Riad sarebbe difficile considerarla una scelta tutta politica, non condizionata da interessi. Ci sono tanti ex capi di Stato e di governo, che fanno consulenze all'estero, mettendo a disposizione la propria esperienza, ma normalmente lo fanno quando si ritirano dalla vita politica, non lo fanno certo continuando a fare i leader di partito. Questo Paese dovrebbe dotarsi di una legge sul conflitto d'interessi.

Cosa direte al presidente Fico alla Camera?

Al presidente Fico diremo che in questo momento così delicato per il Paese bisogna assumersi la responsabilità di portare fino in fondo il processo di riforme che abbiamo iniziato. Noi siamo assolutamente disponibili ad affrontare un confronto programmatico con le forze che componevano la maggioranza del Conte 2, anche allargando la base parlamentare di quella maggioranza, a chi in questi giorni ha scelto di rispondere all'appello europeista del presidente del Consiglio. Ma ribadiremo che la figura migliore per portare a termine questo processo è Giuseppe Conte.

Fratoianni ha detto che Iv vuole disarticolare l'attuale maggioranza, Iv ha rilanciato la carta Draghi premier. Vede il Conte ter più lontano?

Italia viva se sceglie di stare a un tavolo di trattativa deve fare i conti con quella che è la volontà degli altri alleati, che per ora mi sembra ferma sul mantenimento dell'incarico a Giuseppe Conte. Iv è una forza di minoranza della coalizione, esattamente come è Liberi e uguali. Quando ci si siede a un tavolo, e si è anche responsabili di aver aperto questa crisi, sarebbe più consono provare a discutere e non tirare fuori una soluzione nuova ogni giorno. In questo momento il compito delicato di verificare la possibilità di ricostruire una maggioranza politica, solida, è affidata al presidente Fico, che ritengo sia la persona migliore per fare questo lavoro. Mi atterrei al percorso indicato dal Presidente della Repubblica.