
Nel dibattito sulla riforma Meloni-Nordio, in vista del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, si è diffusa un’affermazione che suona semplice e per questo convincente: l’unità delle carriere tra giudici e pubblici ministeri sarebbe un’eredità del fascismo. Secondo questa ricostruzione, il regime di Mussolini avrebbe voluto una magistratura unificata per controllarla meglio. È un argomento ripetuto con sicurezza, anche da fonti che si presentano come autorevoli, spesso accompagnando la rivelazione con citazioni di Dino Grandi, ministro fascista nel 1941. La notizia, però, è falsa: è una bufala storica, smontabile con fonti di legge ufficiali (tutte linkate, così che chi legge possa verificare in autonomia).
L’unità delle carriere esisteva già prima del fascismo
L’unità delle carriere non nasce con il fascismo. Già nello Stato liberale, molto prima dell’ascesa del regime di Mussolini, giudici e pubblici ministeri appartenevano allo stesso ordine. La legge sull’ordinamento giudiziario del 1865 li qualificava come funzionari dello Stato, e poneva il pubblico ministero sotto il controllo dell’esecutivo. Questo assetto non fu introdotto, né cambiato, dal fascismo.
Quando, nel 1941, venne approvata la nuova legge sull’ordinamento giudiziario, il governo fascista quindi non inventò l’unificazione delle carriere, si limitò a conservare la disciplina dell’Italia postunitaria. Gli articoli 4 e 69 del Regio decreto n. 12 del 1941, infatti, rispecchiano gli articoli 6 e 129 del Regio decreto n. 2626 del 1865. In altre parole, non si tratta di una rottura, ma di una continuità con l’impianto precedente.
L’impatto del fascismo sulla giustizia (e sulla magistratura)
Questa continuità nella struttura dell’ordine giudiziario non significa che il fascismo non abbia trasformato profondamente la giustizia. Al contrario, il regime intervenne soprattutto sul piano politico, puntando a subordinare ogni istituzione allo Stato. L’ascesa di Benito Mussolini si accompagnò fin dall’inizio all’attacco contro le forme di aggregazione sociale: lo squadrismo colpì sindacati, cooperative, case del popolo e organizzazioni democratiche. Questa strategia venne poi tradotta in norme, con la repressione delle associazioni e delle libertà collettive.
In questo clima, nel 1925 l’Associazione generale magistrati italiani (AGMI), antenata dell’attuale ANM, si sciolse per evitare di essere trasformata in un organismo controllato dal governo. Meno di dieci anni dopo, nel 1934, l’iscrizione al Partito Nazionale Fascista divenne obbligatoria anche per i magistrati.
Parallelamente, iniziò la stagione delle codificazioni, con cui il regime intervenne su tutte le branche del diritto, in senso autoritario. Con il codice penale del 1930, si rafforzò la repressione: venne reintrodotta la pena di morte (che era stata abolita dal Codice Zanardelli del 1890), furono compressi i diritti politici e sociali, lo sciopero divenne un delitto.
I magistrati come funzionari: il CSM sotto il controllo del governo
In questo contesto, comunque, la magistratura non era indipendente, già da prima dell’avvento di Mussolini e delle sue camicie nere. Giudici e pubblici ministeri erano parte dell’apparato statale, funzionari sottoposti al potere del ministro della giustizia.
Anche il Consiglio superiore della magistratura, istituito nel 1907, all’epoca non era un organo autonomo, ma operava sotto il controllo del Guardasigilli, e dunque del governo.
Il fascismo rafforzò questa impostazione, coerentemente con una concezione autoritaria dello Stato: se nel 1921 si era introdotta una parziale elettività del CSM, con alcuni dei componenti votati dai magistrati tra i magistrati, appena due anni dopo, nel 1923, il governo fascista da poco insediato ripristinò la nomina governativa di tutti i membri del Consiglio superiore della magistratura (con l’art. 151 del R.D. 2786/1923).
La chiave dell’ordinamento giudiziario pre-repubblicano, allora, si ritrova nella soggezione della magistratura al potere politico. Ed è trascurando questo fatto che nasce l’equivoco che oggi alimenta la narrazione secondo cui l’unità delle carriere sarebbe un’eredità del fascismo, una bufala che arriva da una lettura estremamente superficiale delle parole del ministro fascista Dino Grandi.
La confusione tra carriere e poteri: da dove nasce la bufala su Dino Grandi
Per capire da dove nasce l’equivoco sulle dichiarazioni di Dino Grandi, e sull’attribuzione al fascismo dell’unificazione delle carriere, basta leggere la relazione illustrativa alla legge sull’ordinamento giudiziario, presentata nel 1941. Spiegando il motivo per cui si è scelto di conservare l’unitarietà dell’ordine giudiziario, il ministro fascista sottolinea infatti come una scelta diversa non sarebbe politicamente concepibile, alla luce del superamento "della distinzione, fondamentalmente erronea, tra i poteri dello Stato".
Il punto non era allora la separazione delle carriere (cioè una scelta tecnica sul modello processuale), quanto la negazione della separazione dei poteri. Dino Grandi afferma infatti, esplicitamente, che l’autogoverno della magistratura è incompatibile con lo Stato fascista, perché non possono esistere organi indipendenti dal potere sovrano.
Nel fascismo, nessuno deve poter fermare il governo dalla sua volontà, nemmeno il potere giudiziario, che invece in democrazia è chiamato ad applicare la legge nei confronti di chiunque (governanti compresi).
Tra promesse ed effettività: l’autogoverno della magistratura
Proprio su questo si colloca il vero punto di rottura della Costituzione, e della democrazia, rispetto al passato fascista. Il primo segnale arriva già nel 1946, prima ancora della nascita della Repubblica: con il Regio decreto legislativo 511 del 1946 si inizia a ridurre il potere governativo sulla magistratura e, in particolare, sul pubblico ministero. La modifica è terminologica e decisiva: il pubblico ministero non agisce più sotto la "direzione" del Ministro (un concetto che implica gerarchia e obbedienza) ma sotto la sua "vigilanza".
Il dibattito nell’Assemblea costituente prosegue nella costruzione dell’indipendenza del potere giudiziario e, più in generale, nel delineare un sistema istituzionale incardinato sulla separazione dei poteri. Nel definire la magistratura come un "ordine autonomo e indipendente dagli altri poteri", l’articolo 104 della Carta non si limita quindi alla dichiarazione di principio, ma mira a rendere effettiva questa promessa attraverso l’istituzione di un organo, il Consiglio superiore della magistratura, che, pur mantenendo lo stesso nome del passato, diverge in maniera determinante dall’esperienza precedente: non è infatti soggetto al Ministero della Giustizia, ma è un organo autonomo, indipendente dagli altri poteri dello Stato. Tutto l'opposto del modello autoritario e corporativista.
Il paradosso dell'antifascismo dei fascisti
L'effetto della bufala sull'unità delle carriere come eredità mussoliniana è surreale: si finisce per accusare di nostalgia fascista proprio chi difende l'assetto della Costituzione nata dalla Resistenza.
Come confermano le parole di Dino Grandi, invece, l'autogoverno della magistratura era un principio inconcepibile per il regime: è scritto nero su bianco. Eppure, oggi si ignora il cambio di paradigma che ha trasformato i magistrati da funzionari al servizio del governo a ordine autonomo soggetto solo alla legge.
E l'equivoco tocca il ridicolo perché suggerisce che giuristi come Piero Calamandrei, antifascisti della prima ora, abbiano preservato un rimasuglio autoritario per distrazione o per scelta illiberale. La verità è opposta: l’eredità del fascismo è il desiderio di controllo politico sulla giustizia. Ed è proprio questo che la Costituzione antifascista ha rifiutato. Almeno per ora.