La scorsa settimana, Luigi Di Maio, con un breve post sul blog di Beppe Grillo, ha invitato i parlamentari a votare una proposta di legge che giace al Senato e che imporrebbe che "su dodici giorni festivi all’anno sei devono essere di chiusura per i negozi". Intanto, il più grande centro commerciale d’Italia, l’Oriocenter, dichiara che resterà aperto, almeno in parte, a Natale e, con orario completo, il giorno di Santo Stefano, mostrando come la questione degli esercizi commerciali attivi durante le festività continui a rimanere un tema attuale, che merita di essere affrontato ponendo a confronto i dati e i principi.

Senza dilungarsi troppo in analisi storiche e giuridiche sull’evoluzione del concetto di lavoro festivo, basterà sapere che il decreto cosiddetto Salva Italia, varato dal governo Monti -ma contenente diversi impegni che Berlusconi e Tremonti sottoscrissero con la lettera inviata nell'ottobre 2011 ai presidenti di Consiglio e Commissione europea-, ha di fatto liberalizzato l’apertura dei negozi. L’articolo 31 del decreto 201/2011 (convertito nella legge 214/2011) recita infatti:

Si prevede la liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali su tutto il territorio nazionale, eliminando i vincoli precedentemente previsti che consentivano, solo in via sperimentale, il venire meno degli orari di apertura e di chiusura, dell'obbligo della chiusura domenicale e festiva, nonché quello della mezza giornata di chiusura infrasettimanale solo per gli esercizi ubicati nei comuni inclusi negli elenchi regionali delle località turistiche o città d'arte.

All’epoca, le imprese operanti nel commercio al dettaglio erano 505.371, per un totale di 1.650mila addetti occupati. Secondo gli ultimi dati Istat, al 31 dicembre 2014 le imprese sono scese a 430.478 e gli addetti sono 1.470.667. “Considerando la densità degli esercizi sul territorio, – rileva l’annuario statistico – nel 2014 sono presenti circa 7,08 imprese commerciali al dettaglio ogni mille abitanti, in costante diminuzione dal 2010”. Anche l’indice del valore delle vendite del commercio fisso al dettaglio non registra aumenti: dal 2011, il livello medio annuo è sempre diminuito, con leggere flessioni positive nel 2015 e nel 2017, restando comunque sempre inferiore ai dati del 2010. Nonostante le liberalizzazioni dei festivi, dunque, non sono cresciute né le imprese, né gli occupati nel settore, né le vendite.
Questo non significa granché, salvo non voler cedere a reazioni semplicistiche e demagogiche quanto quelle che portarono ai provvedimenti con nomi patriottici come Salva Italia. Non è detto, infatti, che ci sia una correlazione tra liberalizzazioni e consumi, né in senso positivo, né in senso negativo: esse potrebbero aver ridotto un crollo economico, aver acuito il peggioramento o aver influito solo marginalmente su risultati strutturali.

È allora il caso di soffermarsi sulle poche certezze che invece esistono (o che dovrebbero esistere): i diritti. La Costituzione italiana è chiara sul punto: non solo afferma che il lavoratore “ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa”, ma proclama anche il “diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite”, sottolineando che il lavoratore “non può rinunziarvi”. La necessità di rendere il diritto al riposo indisponibile deriva dall’importanza che si attribuisce alla sospensione del lavoro come momento indispensabile per il benessere psico-fisico dell’essere umano: se le ferie o il giorno di riposo fossero oggetto di negoziazione, il bisogno potrebbe spingere il lavoratore alla rinuncia di un diritto fondamentale per la sua salute. Il riposo si qualifica, inoltre, come elemento sociale, durante il quale il lavoratore ha la possibilità di dedicarsi ad attività diverse da quelle che servono per il suo sostentamento economico.

Di fronte a queste considerazioni, alla liberalizzazione delle aperture si accompagna (o almeno si dovrebbe accompagnare) l’aumento della retribuzione, che normalmente ricalca le maggiorazioni dovute per il lavoro notturno: questo perché, se pure il mercato cambia, l’organismo umano resta lo stesso, con dei bioritmi da rispettare e un benessere psico-fisico da preservare, sia rispetto alla salute, sia rispetto al tempo libero, che si deve poter godere anche con la propria famiglia.

Ma se i lavoratori vengono pagati di più durante le festività e per il lavoro notturno o domenicale, che male c’è a tenere i negozi aperti a Natale o per la Festa della Liberazione? Negli ordinamenti che si basano su costituzioni sociali, come quello italiano, il rimedio monetario si considera una sorta di brutta copia di un diritto: il lavoro (diritto) è preferibile al sussidio di disoccupazione (somma di denaro), la riparazione effettiva di un danno (diritto) è preferibile al suo semplice risarcimento (somma di denaro), e così via. Il ricorso al denaro come sostituto della riduzione di un diritto deve quindi essere circoscritto a quei casi in cui non è possibile rinunciare alla compressione della tutela.

Per smontare la proposta di Di Maio di obbligare alla chiusura i negozi per sei festività l’anno, Vittorio Zucconi, con una argomentazione in effetti piuttosto diffusa, ha provocatoriamente allargato questo principio a tutti gli impieghi.

Si tratta però di un ragionamento fallace, cioè di una falsa analogia. L’apertura notturna delle discoteche, il servizio degli stabilimenti balneari d’estate, così come quello di bar, ristoranti e cinema in serata e nei festivi rispondono infatti a una specifica funzione di intrattenimento, connaturata nella natura stessa di questo tipo di esercizi, funzione che non può esplicarsi se non nel tempo libero degli altri lavoratori. Un supermercato, così come un negozio, ha invece come funzione lo scambio commerciale di beni, che certo deve essere garantito negli orari in cui i clienti non sono impegnati nelle loro attività lavorative, ma che non per forza deve essere esteso a tutti i momenti di tempo libero generalmente intesi, visto che la spesa non è (o almeno non era) un’attività di intrattenimento.
Contestazione ancor più radicale (ma parimenti fallace) è il paragone con il personale del pronto soccorso o delle forze dell’ordine, che non conosce domeniche o festività: ma questo tipo di lavoro, con la conseguente rinuncia indennizzata al riposo in giorni fissi, è essenziale per garantire la tutela del diritto alla salute e alla pubblica incolumità, cioè diritti fondamentali, sul piano individuale e collettivo.

Ma il consumo è un diritto? L’aumento della concorrenza, (ammesso e non concesso che funzioni) per favorire lo sviluppo economico, è un valore in base al quale comprimere il diritto al riposo dei lavoratori? Certo, da un punto di vista sociologico, andrà valutata la tendenza di vivere il centro commerciale come nuovo luogo di incontro e di intrattenimento, ma, dal punto di vista dei diritti, è un’altra la categoria da valutare, ossia quella dei bisogni. Si sostiene infatti che l’apertura dei negozi senza limiti orari (potenzialmente 24 ore su 24, 7 giorni su 7) risponda all’esigenza di una nuova classe di lavoratori che non conosce più ritmi e diritti tradizionali e che ha quindi necessità di acquistare beni di domenica o nei festivi.

È quindi forse questo il punto centrale del problema, da cui emerge lo slittamento strutturale dei diritti dai cittadini ai consumatori: invece di interrogarsi sulle condizioni produttive e garantire orari umani e dignitosi per i lavoratori, ci si limita a prendere atto del loro disagio e a pretendere, con un effetto a cascata, che siano altri lavoratori a rinunciare alla pienezza dei propri diritti. Chi può fare la spesa solo di domenica perché non ha altri momenti liberi ha un problema, ma come cittadino e lavoratore, non come consumatore.

Questo ragionamento non riguarda soltanto i negozi. La comodità del pasto a domicilio porta i driver di Foodora, Deliveroo, Just Eat a essere considerati atleti dalle loro piattaforme e a non poter quindi godere dei diritti dei lavoratori, con tutto quel che ne consegue in termini di retribuzione e di tutele. La fretta per le consegne di pacchi tramite Amazon e i corrieri ricade sulle condizioni dei lavoratori della logistica, così come il prezzo del low cost viene pagato da piloti e assistenti di volo Ryanair, ad esempio. Più in generale, i diritti finiscono sul mercato, come fossero beni, invece che situazioni giuridiche da tutelare: e, così, il licenziamento ingiusto deve essere possibile e calcolabile e la garanzia contro l’arbitrio dell’impresa si trasforma in firing cost, il prezzo del licenziamento, prevedibile, da poter mettere a bilancio come una spesa qualunque e non come un evento che influisce sulla vita di lavoratori e cittadini.

A prescindere dalle discussioni e dalle soluzioni, più o meno valide, sul lavoro festivo, si è insomma fatto strada un nuovo paradigma sociale. La massima secondo cui “il cliente ha sempre ragione” diventa il grimaldello del mercato per rendere più flessibile il lavoro e meno tutelati i diritti delle persone, così smantellando le tutele dei lavoratori con la scusa delle esigenze dei consumatori. Si capovolge, cioè, quel principio per cui il diritto vale più del suo indennizzo monetario e se il cliente (o l’utente) ha sempre ragione, potrà allora pretendere e comprarsi il diritto a non essere disturbato dai diritti altrui.