Il presidente della della commissione parlamentare Antimafia, il pentastellato Nicola Morra, intervistato dal direttore di Fanpage.it, Francesco Piccinini, ha commentato la vicenda delle ‘scarcerazioni' dei boss durante la pandemia: "Il lavoro di indagine non si è ancora esaurito, ma le audizioni che sono state fatte ci hanno permesso di comprendere quanto sia stato sottovalutato il problema della tenuta del sistema penitenziario. Ci è sembrato che il Dap abbia cominciato bene, perché si è immediatamente sviluppata una procedura che doveva dialogare con il Sistema sanitario nazionale, per consentire il giustissimo contemperamento del diritto alla salute del detenuto, anche se mafioso, e l'egual diritto alla sicurezza delle comunità, perché il detenuto non poteva a nostro avviso essere trasferito in esecuzione pena ai domiciliari perché lo Stato non riusciva a garantire il diritto alla salute allo stesso".

"Abbiamo ricordato tutti le vicende di Totò Riina che era affetto da una malattia oncologica, ed è stato curato nel miglior modo possibile in una struttura efficientissima presso l'istituto di pena di Parma. Grazie a queste audizioni abbiamo appurato che a livello dirigenziale si è diffusa la convinzione che si dovesse operare uno sfollamento delle carceri. E questo non va bene", ha spiegato Morra.

"Vogliamo capire se questo è stato frutto di una volontà politica. Certamente c'è stata la volontà di vari dirigenti ministeriali. Noi dobbiamo continuare a indagare. Con il Cura Italia, approvato in Senato e dunque convertito in legge, il 17 marzo, il Parlamento aveva concesso ai detenuti a cui mancava ancora da scontare un periodo inferiore a 18 mesi, e ai detenuti per reati non particolarmente gravi, e quindi non mafiosi, di poter ottenere un differimento della pena o l'esecuzione ai domiciliari. Poi il 21 marzo, di sabato, una funzionaria del ministero, solo perché di turno, ha firmato una nota circolare con cui veniva sollecitata la magistratura, a seguito di un intervento da parte degli stessi direttori degli istituti di pena, a prendere le determinazioni del caso, segnalando tutti i detenuti anche nell'alta sicurezza affetti da patologie più o meno gravi, e anche tutti i detenuti con età superiore ai 70 anni".

"Si sa tra l'altro che i detenuti che hanno 70 anni di solito stanno scontando pena per un reato particolarmente grave, per reato mafioso. In Campania, in Calabria, e ormai anche in Veneto, in Lombardia, in Piemonte, quando un detenuto per reati mafiosi torna nella sua abitazione principale, quello è un segnale che viene interpretato malissimo dalla comunità locale, perché basta che il mafioso si affacci dal balcone per materializzare attraverso la sua presenza, in termini simbolici, la potenza del clan che torna a controllare. Era questo che lo Stato doveva evitare".

"Vero è – ha precisato – che quando ha preso coscienza di quest'emorragia è stato prodotto un decreto legge che ha sollecitato la magistratura di sorveglianza, e diversi di questi ‘traslati' ai domiciliari sono rientrati in carcere. Però noi abbiamo ancora oggi, e le cifre si riferiscono al 22 giugno, circa duecento mafiosi precedentemente detenuti in alta sicurezza, che sono a casa, e questo non va".

Il mafioso che si affaccia dal balcone esprime anche la debolezza dello Stato, fa notare il direttore Piccinini: "La vera forza del sodalizio mafioso – sottolinea Morra – è da cercare nella debolezza di chi lo contrasta. Francamente, e questo è un giudizio personale, diversi dirigenti del ministero della Giustizia, a capo di una struttura decisiva come il Dap, non avevano forse perfettamente coscienza di quanto stavano governando, e di conseguenza queste audizioni ci hanno lasciato perplessi".

Ma può un dirigente prendere una decisione del genere di sua iniziativa? "Questo normativamente è stato possibile perché di fatto quello che noi abbiamo esaminato era un atto amministrativo, abbiamo notato una sorta di scissione tra volontà politica e impulso amministrativo. Quindi l'amministrazione ha deciso di procedere in maniera del tutto schizofrenica rispetto alla volontà del legislatore".

La vicenda Dap e lo scontro Di Matteo – Bonafede

"Il giudice Di Matteo ha rimarcato come, dal suo punto di vista, non si sia ben compresa la rilevanza del Dap. Perché a capo di quella struttura che un tempo era decisiva, e lo è tuttora per l'organizzazione interna del ministero della Giustizia, soni finiti uomini che hanno anche pagato con il sangue il loro ruolo. Ci ha ricordato che a guidare il Dap in questi anni sono stati messi uomini che provenivano dal mondo degli inquirenti antimafia, come Giancarlo Caselli. Alta e sicurezza e 41 bis sono stati pensati da Giovanni Falcone e poi da Sebastiano Ardita per minare alle basi la forza dei sodalizi mafiosi, che è data dalla capacità delle relazioni. Noi abbiamo paradossalmente sfollato le carceri, che rendeva ancora più difficile la possibilità del contagio, perché di fatto tantissime traslazioni ai domiciliari sono avvenute per il pericolo di contagio. Ma il pericolo di contagio è forte se ci sono celle con 4 o 5 detenuti. Ma se sei al 41 bis la possibilità di convivere a pochi centimetri di distanza da altri detenuti non ce l"hai, proprio per le caratteristiche di quel trattamento".

L'ex pm di Palermo Nino Di Matteo, a proposito della sua mancata nomina al vertice del Dipartimento amministrazione penitenziaria ha raccontato che Bonafede gli disse di scegliere quale incarico assumere, e poi 24 ore fece dietrofront, senza fornirgli ulteriori spiegazioni. Versione smentita poi da Bonafede, che ha negato che su quella nomina ci furono interferenze esterne, dirette o indirette. "Di Matteo ha ricostruito la vicenda – ha detto Morra – ribadendo quanto detto già in un'intervista rilasciata a ‘la Repubblica' a Liana Milella, e cioè che in occasione del suo secondo incontro con Bonafede, il ministro gli disse che non c'erano ‘dinieghi o mancati gradimenti' e che quindi avrebbe dovuto accettare l’incarico come direttore degli Affari penali di via Arenula. Queste sono parole che meritano approfondimento, perché ‘diniego' o ‘mancato gradimento' può significare tanto".

La criminalità organizzata durante la pandemia

"Le mafie sono straordinariamente intelligenti, e mentre noi interveniamo per reprimere loro stanno già pensando a cosa fare. Per cui non dovremmo coltivare la prevenzione. In questi giorni per questo motivo ho incontrato un importante prefetto per ragionare di interdittive antimafia, e di come potenziare l'azione amministrativa e non giudiziaria per aggredire le mafie. Noi abbiamo degli strumenti, e la legislazione italiana è l'unica che consente questa possibilità, che permettono, prima ancora che le mafie siano devastanti per un territorio, di poterle indebolire. Si tratta di strumenti amministrativi e preventivi: l'interdizione, il sequestro di patrimoni. Non sempre le prefetture sono efficaci nell'utilizzare questi strumenti".

"Aggiungo che nell'ultimo Ufficio di Presidenza si è deciso di istituire un comitato dedicato esclusivamente all'emergenza coronavirus, che affiancherà il lavoro che la commissione in plenaria farà su quest'emergenza. Ma posso dire che nell'ambito della sanità, nell'ambito delle scommesse, dell'alimentare, della ristorazione, si sono già colti segnali d'immediata capacità d'azione dei sodalizi mafiosi. E ormai le mafie hanno investito ovunque: recentemente la DDA di Trento ha operato un'importante operazione in Alto Adige in una zona germanofona, era coinvolta na ‘Ndrangheta, e tutto questo ha suscitato stupore negli altoatesini.

Le proteste a Mondragone

"Le mafie hanno cercato spesso una via silente per imporre il controllo sul territorio. Magari promuovendo disagio sociale e tensione, le mafie vogliano presentarsi agli occhi del cittadino disperato come un Welfare State capace di surrogare immediatamente lo Stato – ha detto ancora Morra, a proposito delle proteste a Mondragone – Pertanto come ha sottolineato più volte il dottor Gratteri, basta un'iniezione di liquidità meschina, misera, 30 euro al giorno, per poter fare di un capofamiglia in disperato bisogno di reddito, un soldato dell'esercito di Camorra, ‘Ndrangheta o Cosa Nostra, che poi sfida lo Stato e lavora contro lo stesso.

Taglio dei vitalizi, pensione dei parlamentari è un diritto acquisito?

"Se noi considerassimo le leggi intoccabili da chi viene dopo avremo ancora in vigore la legge sulla purezza della razza approvata nel 1938 dal regime fascista. Il legislatore può sbagliare. Pertanto avere la capacità di aggredire sacche di presunto diritto, che però nasconde un privilegio, come i vitalizi, è dovere del legislatore. Lo si dovrà fare con la dovuta prudenza e intelligenza. Quando noi avevamo le baby pensioni avevamo una struttura demografica molto diversa. Io stesso sono figlio di una baby pensionata che all'età di 40 anni, dopo 22 anni di contributi versati ottenne la possibilità di andare in pensione. Ma questo avveniva nell'Italia degli anni Settanta. Con la demografia attuale anche i baby pensionati dovrebbero essere chiamati ad uno sforzo di solidarietà, con una decurtazione del rateo di pensione dell'1%, del 2% o del 3%".

"Io ricordo sempre che la nostra Costituzione sposa il principio della progressività fiscale. Dovrebbero essere circa due milioni e mezzo coloro che fruiscono ancora pensioni calcolate con il metodo retributivo. Io non chiedo il 20% a tutti indistintamente, Io chiedo, sempre in funzione della progressività fiscale, che i baby pensionati, che hanno ottenuto questo trattamento che all'epoca lo Stato ribadiva esser giusto, oggi diano una parte della loro pensione. Basta poco, ma sono segnali. Se io dovessi chiedere oggi a una persona che ha un rateo di pensione di 1500 euro al mese lo 0,7%, l'1%, il 2% non credo si spalancherebbero le porte dell'inferno. Magari chi ha goduto di tutto questo potrebbe anche con orgoglio sentirsi parte di un tutto. Noi dobbiamo lavorare per la coesione sociale".