Lo scorso 4 febbraio il Ministro Franceschini, insieme con la Direzione Generale per lo spettacolo dal vivo del Mibact e l’Agis, hanno siglato un accordo che istituisce, in data 22 ottobre, la prima “Giornata del Teatro”.

Si tratta, in pratica, di un evento che coinvolge tutti i teatri sia pubblici che privati (compreso le Fondazioni liriche) in cui si potrà accedere gratuitamente agli spettacoli in programma. Un po’ come la giornata dei musei o i vari “cinema days” se non fosse per un piccolo, ma significativo, particolare.

Il teatro italiano, infatti, più di qualunque altro ambito culturale, vive oggi una condizione che la parola “crisi” non riesce fino in fondo a restituire. A ben vedere, per chi frequenta questo piccolo mondo, siamo di fronte a un caso di “morte apparente” più che di semplice crisi. Al punto che, se le cose dovessero rimanere così come sono ancora per un anno o due, rischiamo seriamente la “morte cerebrale” e cioè un vero e proprio cataclisma. La situazione è che si lavora, pochissimo, e in molti casi se non gratis con pagamenti che arrivano dopo anni. Spesso passati a fare cause. Qui si può leggere l'appello di pochi giorni della regista Sara Sole Notarbartolo.

In una simile situazione quindi proclamare una giornata di "teatri aperti" senza però prevedere alcuna copertura, e cioè senza soldi, suona davvero come una beffa e una batosta per tutti quei lavoratori che ormai sono ridotti alla canna del gas. E sono nettamente la maggioranza. A tale proposito si legga la toccante lettera pubblicata il 9 ottobre scorso sul suo profilo Facebook da Domenico Pepe, uno dei molti, le cui parole però sono così uniche e toccanti. Oppure il comunicato del collettivo "Facciamolaconta" che riunisce oltre mille attori che dicono all'unisono: "Giornata del Teatro: nulla da festeggiare" con tanto dio hashtag su twitter #nulladafesteggiare. Forse nelle istituzioni non ci si rende conto che questo, ahinoi, non è un paese per teatranti.

Storicamente il teatro in Italia è stato un sistema platealmente improduttivo, clientelare e iniquo. Ed è per questo che abbiamo tanto atteso una Riforma del settore che potesse rimettere in moto il sistema, scardinare i privilegi, ricalibrare gli obiettivi e le funzioni. Ma quello che ne è venuto fuori, purtroppo, a due anni dall’entrata in vigore, non sembra aver scardinato i vecchi equilibri. Un modello che, pur se ispirato sulla carta a sistemi virtuosi, ha prodotto altre storture che vanno ben oltre il famoso “algoritmo per l’assegnazione dei fondi”, su cui mezza Italia si è scervellata. Salvo poi scoprire che era praticamente irrisolvibile.

Insomma, Signor Ministro, vada pure per la Giornata del Teatro, ma almeno ci dica da dove prendiamo i soldi? E per le modifiche alla Riforma, gli aggiusti promessi, entro quando saranno pronti? E ancora, non è venuto forse il momento di pensare a una sorta di fondo di garanzia per tutti quei lavoratori che restano con dei contratti in mano, ma senza un soldo in tasca e devono pure pagarsi l’avvocato per fare causa al proprio committente?

Oggi, proprio oggi, che lei ha scelto come giornata simbolica per tutto il teatro italiano non sarebbe il caso di dire qualcosa di concreto a tutti quegli attori, registi, tecnici, organizzatori, uffici stampa sulle cui spalle il teatro continua a resistere?