
Delle due, una.
O siamo in presenza di uno stranissimo insieme di coincidenze con relativi “squallidi attacchi di gente in malafede”, come li ha definiti ieri Giorgia Meloni.
Oppure c’è qualcosa che non quadra nell’incredibile serie di rapporti tra pezzi grossi di Fratelli d’Italia e membri del clan camorristico di Michele Senese, detto O’Pazzo.
Ricapitoliamo gli ultimi episodi, partendo dal meno recente.
Partiamo da Andrea Delmastro, che assieme ad altri compagni di partito, apre un ristorante con la figlia diciottenne di un prestanome del boss.
Continuiamo con i contatti svelati nell’ultima puntata di Report dall’inchiesta di Giorgio Mottola.
Carlo Fidanza, capo degli eurodeputati di Fratelli d’Italia, che si è visto ringraziare dal palco di un evento politico da Gioacchino Amico, plenipotenziario milanese del clan, ora collaboratore di giustizia al processo Hydra di Milano.
Proseguiamo con Paola Frassineti, sottosegretaria all’istruzione, con la cui assistente Amico parla di “aprire le porte di Montecitorio” sentendosi rispondere “quelle te le apro io”.
Continuiamo con il tesserino speciale con cui Amico, a quanto pare, riusciva a entrare in Parlamento evitando ogni controllo. Magari, come racconta, finendo per incontrare Giovanni Donzelli – circostanza smentito dall’attuale responsabile organizzativo di FdI.
E arriviamo, infine, al selfie di Amico con Giorgia Meloni, nel 2019, a margine di un importante evento politico di Fratelli d’Italia. Forse l’episodio meno rilevante del mazzo, quest’ultimo – ha ragione Meloni: un selfie non si nega a nessuno -, ma comunque ennesima coincidenza in un mare di coincidenze – e, per la cronaca, non c'è nessun motivo per cui non sia opportuno pubblicarlo.
Per un partito e una famiglia politica che vive della mistica dell’antimafia, a partire dalla storia politica di Giorgia Meloni, che ha sempre detto di aver iniziato a far politica dopo la morte di Paolo Borsellino, è una vicenda che merita tutta la chiarezza del mondo. Non qualche frase stizzita contro la “redazione unica” dei giornali che osano fare domande su questa vicenda.
Perché Delmastro ha aperto un ristorante coi prestanome del clan Senese?
Perché da sottosegretario alla giustizia con delega al sistema carcerario ignorava quel che sapevano anche i muri di Roma, cioè che Mauro Caroccia era prestanome di un boss condannato all’ergastolo?
Perché Fidanza e Frassineti hanno incrociato nella loro strada un personaggio come Gioacchino Amico, quando ancora non era collaboratore di giustizia?
E perché Amico, mentre raccontava al mondo che aveva grandi entrature a destra, pare avesse un pass che gli permetteva di entrare in Parlamento evitando ogni controllo?
Spiacenti, ma queste sono domande legittime, non “squallidi attacchi di gente in malafede”. E continueremo a farle, ininterrottamente, fino a che non avremo una risposta.