
Partiamo da un caso di cronaca di qualche giorno fa. Nei pressi della stazione ferroviaria di Milano Rogoredo un poliziotto ha ucciso un ragazzo di ventott'anni, Abdelrahim Mansouri, sparandogli, dopo che quel ragazzo aveva puntato una pistola caricata a salve contro il poliziotto. Oggi come oggi, di fronte a una dinamica di questo tipo, un magistrato apre un‘indagine, accerta le responsabilità del poliziotto ed eventualmente chiude l’indagine con un’archiviazione o con un rinvio a giudizio.
Se passasse la norma voluta dalla Lega – che finirà in un disegno legge e non nel nuovo decreto sicurezza – il poliziotto che ha sparato godrà di una specie di salvacondotto, quello che è già stato ribattezzato “scudo penale”. Se ammazza qualcuno, tanto per farla facile, l’indagine contro di lui non sarà aperta in automatico, ma sarà il giudice a decidere discrezionalmente se si tratta di legittima difesa – e allora il caso è chiuso -, oppure no.
Non ci vuole molto a capire che qualcosa non torna. Come fa il giudice ad accertare la legittima difesa se non apre un’indagine? Soprattutto: come fa a decidere prima di aver indagato sulla dinamica dell’accaduto? È evidente sia soprattutto un messaggio, nemmeno troppo in codice. Per dirla con le parole del ministro dell’interno Matteo Piantedosi, questo scudo serve a “ripristinare un senso di presunzione di liceità dell'attività delle forze di polizia”. E se non avete capito cosa intenda Piantedosi per “presunzione di liceità”, c’è sempre Matteo Salvini: “Con il poliziotto, senza se e senza ma”.
A questa torta, che si giustappone a quella del primo decreto sicurezza e di quello prossimo venturo, dovete aggiungere qualche ciliegina, anche queste nel disegno di legge. Ad esempio, il daspo urbano per chi viene denunciato durante una manifestazione, la possibilità degli agenti di perquisire arbitrariamente chiunque durante una manifestazione, la possibilità di trattenere con ampia discrezionalità chi manifesta per almeno dodici ore, la possibilità di vietare alle persone di partecipare alle manifestazioni.
Domanda: a cosa serve tutto questo?
Perché c’era bisogno, proprio ora, di tutta questa protezione per le forze dell’ordine e di tutte queste norme contro chi manifesta?
Il principio è abbastanza chiaro, e lo spiega bene, proprio in un’intervista a Fanpage, il professor Giuseppe Campesi, ordinario di filosofia del diritto all’università di Bari: “Il disegno complessivo che emerge è quello di una progressiva espansione delle prerogative delle forze di polizia, accompagnata da un messaggio neppure troppo implicito: strategie operative più muscolari saranno tollerate, o quantomeno sottoposte a controlli meno penetranti quando qualcosa va storto”. Contro gli stranieri, ovviamente, Ma anche, sempre più, contro chi manifesta. Quel che si rischia, conclude il professore, è ”un escalation di violenza". Altro che sicurezza.
Ecco: notate qualche somiglianza con ciò che ha permesso all’ICE di combinare quel che ha combinato a Minneapolis, sappiate che non siete soli. Dietro questa scelta, al pari di quanto accade in America, c'è per l'appunto la volontà, nemmeno troppo malcelata, di usare le forze dell'ordine contro i nemici del governo. E di proteggerle a ogni costo se si fanno prendere la mano. Meglio ancora: di dire loro che non c'è problema se si fanno prendere la mano, anzi.
E no, non è un precedente rassicurante.