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L’unità si costruisce nel confronto, il pluralismo resta una ricchezza se non si sta nelle caserme

La senatrice del Pd Sandra Zampa risponde su Fanpage.it all’appello all’unità lanciato su questo giornale dal capogruppo Francesco Boccia: “L’unità non è mai unanimismo, si costruisce in un confronto democratico, trasparente e pubblico, spesso molto faticoso, ma in grado di essere condiviso e compreso dagli elettori e dai militanti ai quali va data la possibilità di formarsi una opinione e un giudizio”.
A cura di Redazione
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Pubblichiamo di seguito un intervento della senatrice Sandra Zampa, sul dibattito che riguarda il Pd e più in generale le opposizioni, che si è sviluppato in questi giorni su Fanpage.it. La senatrice risponde all'appello all'unità lanciato da Francesco Boccia.

I molti spunti di riflessione che l’intervento del senatore Francesco Boccia consegna al lettore di Fanpage – dall’autoritarismo trumpiano e non solo al ruolo e al valore del progetto europeo- comprendono un tema delicato e importantissimo sia per la vita di un partito che per l’etica di chi vi appartiene e concorre a rappresentarlo in quanto eletto oltre che iscritto e militante. Mi riferisco evidentemente “alla questione irrinunciabile dell’unità” che nell’intervento del senatore Boccia finisce con il dare al lettore, anche al meno malevolo, l’impressione che tutti gli altri argomenti siano la semplice cornice dentro cui collocare un unico, antico messaggio: chi ha un pensiero differente non solo danneggia la propria comunità, ma collabora con il nemico.

Che fine abbia fatto la cultura del pluralismo, difficile da praticare, ma straordinariamente fecondo nella vita del Pd, non è dato sapere. Precisato che per quel che mi riguarda voterò NO all’inutile riforma Nordio, incapace di offrire soluzione alla drammatica situazione della giustizia italiana, voglio replicare all’amico Boccia non solo per il ruolo importante di capogruppo Pd, ma soprattutto perché il tema, per la sua importanza, lo impone. Attiene all’etica politica e alle questioni della disciplina e della responsabilità. Dire che chi esprime un pensiero diverso fa un favore all’oppositore politico è pesante e grave, anche se la sinistra molto prima della nascita del Pd, queste posizioni le aveva già sperimentate.

Conosco Francesco Boccia dai giorni entusiasmanti e difficili del Prodi II, e ho più volte ascoltato, allora come oggi, la ripetuta invocazione di iscritti e militanti dem a favore dell’unità. Ma l'unità non è mai unanimismo e non è “assiemismo” (cit. Parisi). Al contrario dell’unità, l’unanimismo serve a coprire divisioni che vengono celate e magari sedate con spartizione di posti.

L’unità si costruisce in un confronto democratico, trasparente e pubblico, spesso molto faticoso, ma in grado di essere condiviso e compreso dagli elettori e dai militanti ai quali va data la possibilità di formarsi una opinione e un giudizio. Ho sempre apprezzato nel passato la scelta della diretta streaming delle riunioni della Direzione, perché penso sia interessante per l’opinione pubblica, leale nei confronti degli iscritti e stimolante per chi vi prende parte. Stranamente questa scelta, che avrei dato per scontata nel Pd sotto la guida di Elly Schlein, non ha più trovato conferma. Forse anche per questo sembra essere via via scemato l’interesse attorno al partito e alla sua vita, arrivando fino al punto che nessuno pare essersi accorto che dal febbraio 2025 (più o meno un anno fa), il Pd non ha più convocato una Direzione nazionale con un odg politico. E sì che eventi e fatti di cui discutere non ne sono davvero mancati da allora.

Non molto diversa la vita dei parlamentari nei gruppi delle camere di appartenenza. Le assemblee sono sempre più rare e la discussione è asfittica. Dove, dunque, si costruisce l’unità se si evita il confronto?

Nei due anni alle nostre spalle abbiamo conosciuto la linea politica del Pd dai giornali o dalle tv, in un farsi giorno per giorno, e solo attraverso interviste della segretaria o di un ristretto gruppo di dirigenti. Solo per stare a fatti recenti mi chiedo perché non si sia sentito il dovere di dar vita a un confronto in una Direzione per discutere della riforma della giustizia (e lo stesso dovremmo dire per tante altre questioni politiche, dalla difesa alla politica estera)? Perché non prevedere una votazione su un documento finale che riassumesse le decisioni assunte dagli organi dirigenti ? Forse per mettere a tacere le eventuali voci dissonanti nel Pd?

Ogni dubbio è legittimo, compreso quello che mi porta a ritenere che questa dirigenza dem è più preoccupata di individuare spazi di intesa con altri componenti del campo largo che costruire innanzitutto unità nel dialogo e nel confronto con la sua stessa comunità. Ma il dubbio più doloroso che ho avuto riguarda un ultimo punto. Denunciare il dissenso come tradimento del proprio partito, è un modo indiretto per invitare chi dissente ad andarsene?

di Sandra Zampa

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