Dopo la pubblicazione dei risultati Ocse-Pisa non mancano commenti: i più diffusi, prevedibilmente, riguardano l’ignoranza degli studenti italiani, incapaci di comprendere testi scritti. Ma è davvero così?

Il Programma per la valutazione internazionale dello studente (PISA) è un’indagine internazionale a cadenza triennale che "misura i livelli di alcune delle competenze che servono ai ragazzi per affrontare la vita adulta", o almeno così si legge sul sito Invalsi, l’ente che ne cura la somministrazione in Italia. Gli ultimi test, da cui emerge il calo di rendimento degli studenti italiani rispetto alla media degli altri paesi in cui sono stati proposti, erano focalizzati sulle competenze di lettura (reading literacy), che riguardano "comprensione, utilizzo e riflessione su testi scritti al fine di raggiungere i propri obiettivi, capacità di sviluppare le proprie conoscenze e le proprie potenzialità e di svolgere un ruolo attivo nella società". Per la valutazione, ci si serve di test principalmente a risposta multipla: per l’ultimo ciclo, le prove (come queste) erano svolte al computer e analizzate automaticamente, secondo il modello CBT (computer based testing).

L’indagine ha riguardato 79 paesi e il campione di studenti quindicenni italiani a cui sono state somministrate le prove ha raggiunto un punteggio di 476, inferiore alla media Ocse (di 487). Dai dati emergono tra l’altro disuguaglianze note, geografiche e di genere. Ma non è questo il punto.

Rischi e danni: le critiche dei professori ai metodi Ocse

Già cinque anni fa, con una lettera aperta ad Andreas Schleicher, responsabile del programma Pisa-Ocse, pubblicata dal Guardian, più di ottanta professori evidenziavano le criticità di questo tipo di valutazioni, segnalando rischi e danni che i test standardizzati portano alla scuola.

Non solo l’opinione pubblica, infatti, ma anche i governi sembrano essere condizionati dai risultati delle classifiche Pisa-Ocse per valutare la scuola e, di conseguenza, orientare le proprie scelte in materia di istruzione. La questione, in Italia, era già emersa con la riforma della Buona Scuola, che ha infatti ulteriormente valorizzato i test Invalsi, rendendoli parte integrante degli esami di chiusura del ciclo scolastico. Al di là del caso italiano, una delle maggiori criticità sottolineata dagli studiosi riguarda appunto il legame tra classifiche e azione politica, che spingerebbero le scuole a concentrarsi su obbiettivi a breve termine, per eccellere nei risultati dei test e poter quindi ottenere finanziamenti.

Gli aspetti negativi sono anche di sistema: i test standardizzati enfatizzano gli aspetti misurabili dell’istruzione, a dispetto di quelli "meno misurabili o non misurabili come lo sviluppo fisico, morale, civico e artistico, così restringendo pericolosamente la nostra immaginazione collettiva rispetto a quel che l’istruzione è e dovrebbe essere".

Non bisogna infatti dimenticare che, a differenza di altri enti, l’Ocse è un’organizzazione economica, che legge la realtà sotto la lente dello sviluppo: ma la spendibilità delle competenze scolastiche nel mercato del lavoro è davvero l’obiettivo della scuola?

I meccanismi premiali utilizzati dai governi sulla base delle classifiche internazionali rischiano piuttosto di frustrare la scuola, di appiattirla su un sapere nozionistico, misurabile, standardizzato, aumentando la competizione e, con essa, i livelli di stress di insegnanti e studenti.

Davvero la cultura è una gara?

La riflessione sul modo di valutare la scuola investe il nostro modo di vivere la società: non è detto che le classifiche e la competizione siano il modo migliore con cui affrontare i processi di formazione. Nella presentazione del programma di valutazione, l’Ocse cita l’obiettivo di "formare cittadini più competenti". Il concetto di competenza, dal latino cum petere, indica la direzione comune verso un medesimo punto: questo può indicare una competizione, come una gara, o un cammino comunitario per raggiungere lo stesso risultato. La nostra Costituzione, come le carte internazionali dei diritti, si basa su idee come la partecipazione politica e la solidarietà socio-economica: i sistemi di tassazione progressiva, i diritti sociali, le libertà economiche si fondano – almeno sulla carta – su meccanismi di cooperazione, non di competizione. Una classifica che enfatizza chi è il migliore potrà anche individuare i più competenti, ma ignora che i cittadini più competenti sono coloro che, per citare l’articolo 4 della nostra Carta, svolgono, "secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società".

Il motivo per cui dovremmo guardare con una certa diffidenza all’indagine Pisa-Ocse non riguarda solo l’implicita valorizzazione della competizione a dispetto della cooperazione, ma l’illusione che la cultura sia misurabile. Siamo sicuri che dei test standardizzati, somministrati e valutati da computer, possano rispecchiare il sapere? Si potrà mai descrivere la realtà sulla base delle risposte a un quiz? E che spazio ha il pensiero creativo (la cui valutazione sarà aggiunta all’indagine 2021) nel modello culturale prospettato da questo programma di valutazione?

La cultura è inafferrabile, vasta, in perenne evoluzione, fondata sul passato e protesa verso il futuro, è sapere e saper fare, ma anche saper apprezzare, è nozione ma anche elaborazione e relazione: per nutrirla non bastano quiz, test e corse ai primi posti delle classifiche.