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L’Europa sta facendo retromarcia sul Green Deal: una svolta che preoccupa ambientalisti e imprese

L’Unione Europea starebbe rallentando e annacquando alcuni dei suoi principali impegni sul clima e sulla tutela dell’ambiente. Secondo diversi osservatori e associazioni ambientaliste, la nuova direzione presa dalla Commissione e dal Parlamento europeo potrebbe compromettere gli obiettivi del Green Deal e l’innovazione necessaria per un futuro più sostenibile.
A cura di Francesca Moriero
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Negli ultimi mesi, l’Unione Europea sembra aver imboccato una strada nuova e piuttosto diversa da quella tracciata nel lontano 2019, quando la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, lanciò con entusiasmo il Green Deal europeo. All’epoca, infatti, si parlava di politiche ambiziose per contrastare la crisi climatica e rilanciare la competitività europea puntando sulla sostenibilità. Oggi, invece, diversi segnali indicherebbero un'inversione di rotta: alcune delle politiche chiave sono state rimandate, ammorbidite o addirittura accantonate. Insomma, secondo molti ambientalisti e alcuni eurodeputati, l'UE starebbe perdendo slancio sulla strada della transizione verde.

Le scelte politiche e i ritardi legislativi

A partire dalla fine del 2023 e soprattutto con l’avvicinarsi delle elezioni europee del 2024, la Commissione e diversi governi dei Paesi membri sembrerebbero aver abbandonato la determinazione dei primi anni; alcune leggi cruciali sono state rinviate, come quella sulla deforestazione legata alle filiere produttive, slittata di un anno. Al contempo, sono stati concessi due anni di proroga ai produttori automobilistici per rispettare i limiti di emissioni dei veicoli e si è arrivati persino a declassare lo status di protezione dei lupi. A preoccupare i critici ci sarebbe soprattutto la nuova stagione dei cosiddetti “pacchetti omnibus” dell’UE: cioè le normative concepite per rendere più semplice e meno oneroso l’adeguamento ambientale, che finirebbero ora per svuotarne la portata, annacquandone contenuto e ambizioni.

Le ragioni politiche della svolta

Secondo i diversi analisti, l’avvicinamento alle elezioni europee e la crescente affermazione dei partiti di destra e centro-destra avrebbero spinto la Commissione a cambiare strada, nel tentativo di rispondere a chi accusa l’UE di eccesso normativo e scarsa attenzione alla competitività economica: la presidente Ursula von der Leyen, che nel 2019 era stata accolta come paladina della transizione verde, sembrerebbe oggi privilegiare un'agenda "più orientata alla semplificazione e alla riduzione dei vincoli burocratici", scrivono. Nelle sue lettere di missione ai Commissari, la presidente avrebbe chiesto di ridurre del 25% gli adempimenti amministrativi per tutte le imprese e del 35% per le PMI, applicando inoltre il principio del "one in, one out", vale a dire eliminare una regola esistente per ciascuna nuova norma introdotta.

Le critiche degli ambientalisti e dei progressisti

Le organizzazioni ambientaliste e alcuni eurodeputati dei gruppi socialdemocratici e verdi avvertono dei rischi legati a questa nuova direzione: Tiemo Wölken, eurodeputato dei Socialisti e Democratici (S&D), accusa infatti la Commissione di aver ceduto alle pressioni dei partiti di destra e dei gruppi industriali. Secondo Wölken, "la Commissione starebbe tentando di accontentare chi teme un eccesso di regole, ma nel farlo trascurerebbe l’urgenza dei cambiamenti climatici e dei rischi ambientali". Marco Contiero, responsabile politiche agricole di Greenpeace Europa, avverte che questa retromarcia potrebbe costare cara nel medio e lungo termine. Se l’UE abbandonasse la direzione tracciata dal Green Deal, finirebbe schiacciata dalle politiche più assertive e innovative di giganti come gli Stati Uniti e la Cina. Questo perché la transizione verde, prima ancora di essere un costo, rappresenterebbe un'opportunità strategica per rilanciare l’economia europea e renderla meno vulnerabile nel 21° secolo.

Le imprese e la necessità di semplificazioni

Se molti ambientalisti guardano con preoccupazione alla nuova stagione normativa, diversi gruppi industriali e associazioni di imprese sembrerebbero invece accoglierla con favore: secondo, per esempio, Markus Breyer, direttore generale di BusinessEurope, "il Green Deal finora avrebbe trascurato sfide cruciali come i costi elevati dell’energia e la complessità dei sistemi autorizzativi". In questo senso, la nuova direzione della Commissione sarebbe percepita come più bilanciata e più vicina alla realtà produttiva europea.

Oggi, dunque, l’Unione Europea sembra trovarsi davanti a una scelta cruciale: da un lato, c’è chi chiede di non tradire lo spirito del Green Deal e di accelerare sulla strada dell’innovazione e della sostenibilità, affinché l’Europa possa giocare un ruolo chiave nello scacchiere globale dei prossimi decenni. Dall’altro, c’è chi ritiene invece che politiche più flessibili e attente alla realtà produttiva possano garantire una transizione più “graduale” e meno onerosa. Se la nuova direzione finirà per compromettere gli obiettivi climatici e ambientali europei o, al contrario, li renderà più realistici e concreti, è ovviamente ancora presto per dirlo. Quel che è certo è che, a seconda di come si muoveranno istituzioni e governi nei prossimi mesi, l’UE potrebbe ritrovarsi sulla strada di un rilancio economico e ambientale… oppure nel guado di una transizione lasciata a metà.

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